Riforma del lavoro: occasione mancata

By Redazione

maggio 31, 2012 politica

C’è qualcosa che non va nella riforma del lavoro firmata dal ministro Elsa Fornero. Perché quando una riforma non piace nemmeno ai riformisti, di destra o di sinistra che siano, è chiaro che qualcosa non funziona. E poco ne cale che il presidente del consiglio, Mario Monti, difenda a spada tratta il lavoro del suo ministro, definendolo «una riforma di profonda struttura».

Ieri al Senato la discussione sul Ddl lavoro si è fatta notare soprattutto per le assenze eccellenti. Come quella dell’ex ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, che ha scelto di non prendere nemmeno parte ai voti di fiducia, eccezion fatta per quello sulla disciplina dei nuovi ammortizzatori sociali, che ha dichiarato di condividere. «Con questo disegno di legge il Governo ha accettato il presupposto degli oppositori della legge Biagi che ho avuto l’onore di accompagnare ad approvazione» ha dichiarato Sacconi. «Quel pregiudizio – ha proseguito il già ministro del welfare nell’ultimo governo Berlusconi – secondo cui le tipologie contrattuali flessibili sarebbero causa di comportamenti patologici dei datori di lavoro, pronti a cogliere ogni opportunità regolatoria per abusarne in danno dei lavoratori.»

Secondo Sacconi, «le patologie di pochi hanno indotto oneri, vincoli ed adempimenti per tutti. Molte norme evocano in partenza controlli, presunzione di colpa, contenzioso, giurisprudenza incerta e quindi inibizione a farne uso per assumere. La stessa correzione dell’art. 18, già reso derogabile dalla contrattazione aziendale, non è tale da determinare certezze nel caso di interruzione del rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore. Ha pesato, ancora una volta, il veto ideologico dei soliti noti».

Ha scelto di non votare anche il pidiellino Marcello Pera. L’ex presidente di Palazzo Madama ha dichiarato: «Questa non è una riforma, è cultura di concertazione Cgil». Poi, forse per timore di non essere apparso abbastanza caustico, Pera ci ha caricato anche un aneddoto di quando era studente universitario di filosofia, e con i colleghi sosteneva delle tesi poco argomentate con il loro professore: «questi rispondeva dicendo “interessante, mi ricorda l’acqua triacale”. Al che – ha racconta il senatore Pdl – noi cadevamo nel tranello e chiedevamo cosa fosse questa ‘acqua triacale’. E il nostro professore rispondeva “l’acqua triacale è quella che non fa bene e non fa male”. Ecco – ha concluso Pera – questa riforma è come l’acqua triacale. Quello che mi dispiace è che, fatta questa riforma, per decenni non se ne farà più alcun altra».

Negativo anche il giudizio a distanza di Giuliano Cazzola, Pdl, vice presidente della Commissione Lavoro della Camera: «Il Senato ha fatto un ottimo lavoro, ma si tratta pur sempre  di una riduzione del danno, perché il disegno di legge sul lavoro resta una legge sbagliata».

«Sbagliata – spiega – non solo perché determinerà un maggiore rigidità complessiva del mercato del lavoro in un contesto  di grave crisi economica e di forte disoccupazione giovanile, ma soprattutto perché la nuova disciplina del licenziamento individuale è un pasticcio, prima di tutto dal punto di vista tecnico-giuridico, e complicherà inutilmente la vita dei lavoratori e delle imprese».

Ma, dall’altra parte della barricata, anche Nicola Rossi, senatore ex Pd ora al gruppo misto, ha scelto di non mettere autografi in calce ad una riforma che non ritiene nemmeno tale, ma definisce senza mezzi termini «un’occasione mancata». Perché? Perché «la riforma del mercato del lavoro era necessaria prima di ogni altra cosa, per restituire certezze ad un sistema e ad un Paese in cui l’incertezza è la regola, la condizione di vita: incertezza per le imprese, per le quali era ed è semplicemente impossibile valutare ex ante i costi delle scelte di assunzione e di licenziamento; incertezza per i lavoratori, soprattutto per i più giovani, per i quali, nella maggior parte dei casi, era ed è impossibile pianificare percorsi di vita, in presenza di carriere lavorative spesso e volentieri discontinue, per motivi che non sempre hanno a che fare con esigenze della produzione o con l’ambizione dei singoli» dice Rossi.

Tutto questo, ha continuato, avrebbe richiesto in primis «che si riportasse la fisiologia del rapporto di lavoro nelle mani delle parti contraenti, e solo in quelle mani, lasciando, come ovvio, la patologia del rapporto di lavoro nelle mani del giudice. Questo non lo si è voluto o potuto fare: per le imprese rimarrà semplicemente impossibile valutare ex ante i costi e i benefici di scelte produttive e d’investimento diverse. La pianificazione del personale, così come del resto oggi vale per quella fiscale o amministrativa, è – e purtroppo rimarrà – impossibile. Per fare solo un esempio fra i tanti, con esse rimarrà difficile l’attrazione di capitali esteri: non c’erano, non ci sono e non ci saranno».

Il senatore Rossi non si è detto quindi stupito del fatto che, senza certezze per le imprese, scompaiano anche quelle per i lavoratori: «Il grado di flessibilità di un sistema, e in particolare del nostro, è in larghissima misura un vincolo esogeno nel contesto globale in cui operano le nostre imprese. Per dare maggiore certezza ai lavoratori, avremmo dovuto dare maggiore certezza alle imprese, mentre purtroppo abbiamo scelto di non fare né una cosa né l’altra, perdendo così un’ulteriore – l’ennesima – grande occasione». E così, lamenta Rossi, persino la strenua difesa dello Statuto dei Lavoratori si è trasformata nella difesa non dei diritti di chi lavora, ma nella protezione dei privilegi di chi i lavoratori li rappresenta. Ovvero i sindacati, ça va sans dire.

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