Israele non è come lo raccontano

By Redazione

maggio 31, 2012 Cultura

Pubblichiamo la seconda parte del reportage di Valentina Meliadò.
La prima la si può leggere cliccando qui

Ciò che colpisce, è il dato di fatto di una realtà palestinese difficile da decifrare, ma apparentemente diversa da come viene solitamente presentata. Spostarsi da Tel Aviv a Gerusalemme, risalendo verso Nord e ridiscendendo lungo la valle del Giordano, significa percorrere circa metà dell’intero territorio israeliano, e aver modo di incontrare diverse località, paesaggi, villaggi, insediamenti. E le sorprese non mancano. E’ incredibilmente facile, ad esempio, girare per le strade e ritrovarsi in un villaggio palestinese senza accorgersene, essendo partiti con l’idea che fossero contraddistinti da baracche fatiscenti (le uniche che ho visto appartenevano a insediamenti beduini, gente abbastanza impermeabile ai richiami della modernità e della secolarizzazione); imbattersi in un check-point (ce ne sono svariati) che somiglia più ad un posto di blocco qualsiasi che al girone dantesco di anime in fila che ci si immagina; notare che quelli che vivono in una sorta di prigione sono gli abitanti dei cosiddetti insediamenti israeliani (alcuni davvero minuscoli), protetti e sorvegliati dai soldati; rendersi conto che la famosa barriera difensiva non è affatto un muro insormontabile lungo centinaia di km, ma una doppia recinzione, dotata di sensori, intervallata da parti in cemento armato per una lunghezza complessiva di 7 km in corrispondenza delle zone dalle quali, negli anni caldi della seconda Intifada, i cecchini sparavano sulle auto e sui passanti israeliani.

E’ chiaro che, muro o recinzione che sia, è il segno della divisione e delle ostilità che permangono, e non c’è dubbio che queste misure difensive abbiano aggravato notevolmente le condizioni di vita dei palestinesi, per i quali spostarsi verso le città israeliane per lavorare e tornare poi a casa la sera è diventato estremamente complicato. Con conseguenze facili da immaginare: disoccupazione, scarsa mobilità, riduzione del tenore di vita. D’altro canto, però, oggi è di nuovo possibile entrare in un caffè o in un ristorante di Tel Aviv con la ragionevole certezza di non saltare in aria. E non è poco. Le misure adottate funzionano e il terrorismo suicida, per quante vittime abbia provocato, alla lunga ha danneggiato solo i palestinesi, e questa è una realtà su cui occorrerebbe riflettere quando si pretende di scaricare esclusivamente sugli israeliani la responsabilità della vita e delle condizioni economiche e sociali dei palestinesi. Che sono rappresentati dall’AP, la quale, in loro nome, riceve e gestisce fiumi di denaro.

Come, e con quali risultati, è costantemente oggetto di discussione, ma è stato estremamente interessante, in tal senso, incontrare lo sceicco di Hebron ed essere suoi ospiti sotto una grande tenda beduina. Perché non ci si aspetta di sentire che non si può pretendere il ritorno di nove milioni di profughi palestinesi (gli israeliani sono circa otto milioni e i palestinesi che fuggirono dopo la fondazione dello Stato di Israele furono 600mila), e che gli accordi di Oslo sono considerati una disgrazia dal popolo palestinese in quanto questo non sarebbe affatto interessato alla formula dei due Stati; sorprende sentire che l’Autorità Palestinese non rappresenti veramente le idee e le istanze del popolo, intuire che questo sia più legato ad una concezione tribale della società, e che sarebbe più facile per uno sceicco che goda dell’effettivo consenso di una determinata comunità trattare direttamente con lo Stato israeliano. Ma è davvero così? Esiste un orientamento maggioritario tra i palestinesi, e se sì, chi lo rappresenta? Come la mettiamo col dato di fatto che le scuole, i libri, la televisione e persino i giocattoli palestinesi insegnino fin dalla più tenera età ai propri figli l’odio assoluto e incondizionato verso gli ebrei? Come si conciliano le “aperture” dello sceicco di Hebron con altre sue affermazioni secondo cui l’Islam non ammette che un musulmano ceda neanche un centimetro di terra? O con la mancata presa di distanza dalla strategia terroristica di Hamas?

Sono tante le certezze che si perdono lungo un viaggio di soli sette giorni. Che si trasformano in veri e propri dubbi non appena si arriva a Gerusalemme. Bella, intensa, avvolgente, imperscrutabile, caratterizzata da una storia millenaria impossibile da memorizzare, è una capitale ma al tempo stesso la città più povera di Israele. Eppure non si direbbe affatto ammirando gli edifici debitamente ricoperti dalla caratteristica pietra bianca locale, o passeggiando lungo le strade ricche di bei negozi e locali alla moda di Mamilla, e neppure percorrendo le viuzze della città vecchia. Silenziosissime quelle del quartiere armeno, con le sue caratteristiche botteghe d’artigianato; colorati e chiassosi quello arabo, percorso dal Suk che si snoda lungo ogni singola via, e cristiano; di una tranquillità quasi surreale quello ebraico, il più nuovo perché interamente ricostruito dopo essere stato raso al suolo dai giordani nella guerra del 1948-49. E’ strana l’aria che si respira in questa città, dove ci si sposta da un quartiere all’altro senza soluzione di continuità e sembra che tutto possa convivere senza difficoltà, mentre la realtà è che ogni singolo gesto o parola possono avere conseguenze pesanti.

E’ una città che cambia e cresce, ma per spostare una pietra ci vogliono trattative estenuanti e il governo si muove con estrema cautela. Non le si adatta l’etichetta di città santa, ma è la città dei luoghi santi e la fila al metal detector è lì a ricordarti la storia millenaria, i conflitti, le costruzioni, le distruzioni e i diversi domini vissuti da Gerusalemme. Tutto dentro le mura cinquecentesche di Solimano il Magnifico, le più recenti tra le meraviglie architettoniche della città, molte delle quali sono attualmente oggetto di scavi e ricerche lungo la galleria che è la prosecuzione sotterranea del Muro Occidentale (o più semplicemente Kotel, muro, luogo santo per gli ebrei in quanto rimanenza del muro di cinta del Secondo Tempio, distrutto da Tito nel 70 d.c. ), e risalgono in maggior parte al tempo di Erode (I secolo a.c.). Al di fuori di tutto questo, però, c’è una città che vive e lavora, ci sono i palazzi delle istituzioni e del potere politico, dell’economia e della cultura. C’è il Museo di Israele, splendido esempio di struttura in cui il percorso conoscitivo si snoda all’interno e all’esterno tra sculture, giardini e padiglioni, alcuni dei quali, come quello che contiene i Rotoli del Mar Morto, di alto valore simbolico e di forte impatto visivo.

Tutto questo è Israele. Uno sputo di terra di otto milioni di abitanti in mezzo a ventidue paesi arabi e trecento milioni di persone ostili, uno dei paesi più odiati al mondo. Perché? Secondo Manfred Gerstenfeld, scrittore e attivista di origini austriache, perché l’antisemitismo è parte integrante della cultura europea, anche se questo non significa che la maggior parte degli europei sia antisemita. Stabilito che “l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei, che può manifestarsi come odio, anche nei confronti di Israele”, Gerstenfeld ritiene vi siano tre tipi di antisemitismo: quello religioso, che accusa gli ebrei dell’uccisione del figlio di Dio; quello nazionale/etico, che li accusa di difetti di nascita, e quello antiisraeliano, che li accusa di nazismo. A questi si può aggiungere poi il razzismo umano, secondo il quale solo l’uomo bianco (inteso come occidentale) è responsabile delle proprie azioni, non le categorie deboli, come, ad esempio, i palestinesi. Ma questo non basta a spiegare tanto odio e tanti pregiudizi. Il problema è prendere in considerazione l’ipotesi che le cose potrebbero essere diverse dall’idea che abbiamo voluto a tutti i costi sposare, quella che ci piace di più, che si addice di più a ciò che siamo, o semplicemente quella che ci fa sentire a posto con la coscienza. Si sta dalla parte dei più deboli, senza farsi tante domande e cercare altre risposte. Ma in Israele non è così semplice. Un viaggio non basta a capire la complessità e la delicatezza della situazione, ma è sufficiente per tornare a casa con la voglia di capire di più. La storia insegna quante tragedie avrebbero potuto essere evitate dal viaggio del dubbio. E allora fatelo, questo viaggio. Andate a vedere Israele con i vostri occhi.

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