Licenziamenti? Nel pubblico si può

By Redazione

maggio 30, 2012 politica

La confusione attorno la possibilità di licenziare nell’impiego pubblico appare, francamente curiosa. Per questo, senza alcuna pretesa di esaustività, provo a riordinare le idee sulle norme che vengono in rilievo.

Il lavoro nelle pubbliche amministrazioni è regolato dal D.lgs. n. 165/2001. L’art. 2 comma 2  del suddetto decreto, espressamente sancisce che al lavoro pubblico si applicano le norme del codice civile relative al lavoro nell’impresa privata. Dunque, al pubblico impiego si applicano tanto  l’art. 2119 c.c. (licenziamento per giusta causa), quanto l’art. 3  della 604/66 (licenziamento per giustificato motivo soggettivo). Inoltre, il comma 2 dell’art. 55 del d.lgs. n. 165/2001 sancisce l’applicazione dell’art. 2016 c.c. (sanzioni disciplinari per non rispetto degli obblighi di diligenza e fedeltà) e dell’art. 7 dello Statuto che regola il procedimento disciplinare.

I richiami sarebbero ulteriori, ma mi fermo qui. Quanto sopra è sufficiente per dire che al lavoro pubblico certamente si applicano le norme sui licenziamenti. Non solo. Al pubblico impiego si applicano anche le tutele previste dall’art. 18 dello Statuto per espresso richiamo contenuto nel comma II dell’art. 51 del d.lgs. n. 165/2001. L’unica eccezione, a ben guardare, riguarda i dirigenti pubblici, per i quali, a differenza dei dirigenti privati, si applicano comunque le tutele dell’art. 18.

Altra differenza sostanziale tra pubblico e privato, si rinviene infine nella disciplina dei licenziamenti per ragioni oggettivi che, seppur con procedure e modalità ben distinte rispetto al lavoro privato, non risultano comunque esclusi per il lavoro pubblico. Dunque, che nel pubblico impiego sia possibile licenziare, è dato certo.

Stando così le cose, perché tutta questa confusione? E perché è opinione diffusa che nel pubblico impiego non sia “possibile” licenziare?

La ragione è facilmente individuabile nelle responsabilità che la legge riconosce in capo al dirigente pubblico. In base alle norme sulla responsabilità dirigenziale, qualora un licenziamento comminato, dovesse poi esser giudizialmente riconosciuto illegittimo, l’amministrazione potrebbe chiamare il dirigente responsabile a rispondere personalmente del danno economico derivato. Stando così le cose, è evidente che qualsiasi dirigente ben si guarda, salvo casi molto gravi, dall’intraprendere una strada estremamente rischiosa sul piano personale.

Sarebbe dunque sufficiente modificare alcune norme sulla responsabilità dei dirigenti per “normalizzare” il sistema.

E tuttavia, ad opinione di chi scrive, il punto è proprio la “normalizzazione” del sistema. In questo senso, sbaglia o sbaglierebbe chiunque, Ministro compreso, intenda agitare il tema dei licenziamenti nella PA come una “minaccia”.

Il licenziamento è sempre e comunque la fase patologica del rapporto di lavoro e non è mai opportuno brandirne l’utilizzo come strumento di regolazione del sistema.

Il punto è l’efficienza e la qualità dei servizi offerti dalla PA. Incidere su questo aspetto, significa in primo luogo regolare in modo differente la fissazione degli obiettivi assegnati ai dirigenti, in termini di qualità/quantità e garantirne il raggiungimento chiamando, in questo caso si, a rispondere del mancato risultato.

E’ certamente più utile ragionare di ciò, magari riducendo gli ambiti di competenza della PA, ma puntando all’eccellenza dei settori coperti. Per tutto il resto, è sufficiente applicare la legge, senza clamori inutili.

(qdrmagazine)

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