Cosa significa essere israeliani

By Redazione

maggio 30, 2012 Esteri

Chiunque può visitare Israele. Cercare di conoscerlo e capirlo, invece, è un’altra storia. Per farlo bisogna cominciare da Yad Vashem, il museo-monumento in ricordo delle vittime della Shoah, e fare un percorso non dissimile da quello intrapreso dai milioni di ebrei che furono portati nei campi di concentramento.

Bisogna entrare e denudarsi completamente. Dei pregiudizi, soprattutto. Di tutto quello che su Israele si crede di sapere e non si immagina neppure. Dei luoghi comuni, della stampa, degli intellettuali. Bisogna camminare lungo una specie di ponte sospeso le cui pareti convergono l’una verso l’altra senza incontrarsi mai, e seguire la strada. In discesa, all’inizio.

Bisogna entrare in ogni singolo padiglione costretti dalle barriere che si incontrano ogni pochi metri, ed incontrare la storia, le fotografie, i documenti, i filmati, le pietre provenienti dai tanti ghetti europei. Bisogna sentirlo il peso della facilità con cui tutto questo è cominciato, il macigno di quel poco che è bastato ad Hitler per superare la prova della visita della Croce Rossa nel ghetto di Terezìn. Bisogna lasciarsi colpire dalla facilità del male, piegarsi di fronte alla realtà del tanto che si poteva fare e del poco che, personalmente e meritevolmente, si è fatto. Bisogna sentirsi cadere davanti alle lettere, agli oggetti e alle fotografie di milioni di storie, e dietro ogni storia una famiglia, e dietro ogni famiglia una comunità di chi credeva di essere semplicemente un ebreo tedesco, polacco, romeno, francese, belga, olandese, italiano, russo. Bisogna sentirlo il dolore alle gambe mentre improvvisamente il percorso comincia a salire, e l’uscita si avvicina fino a diventare una terrazza piena di luce di fronte alla quale una spettacolare vista di Israele si apre agli occhi.

Solo allora tutto diventa più chiaro. Solo allora si materializza la consapevolezza che senza Israele il mondo dimenticherebbe in fretta. Se poi si ha ancora la forza di visitare la tenda del ricordo, e – soprattutto – un breve corridoio, completamente buio, illuminato solo da milioni di lucine prodotte da poche candele inserite in un gioco di prisma e specchi invisibili, avvolto da voci calme e ininterrotte che ripetono il nome, l’età e la provenienza del milione e mezzo di bambini vittime dell’Olocausto, allora si può apprezzare fino in fondo l’intensità, la delicatezza e la suggestione di un luogo che è anche un immenso archivio storico e un centro studi per un popolo che, lungi dal piangersi addosso, è costantemente rivolto al futuro. E il futuro è conoscenza, cultura, speranza, sacrificio.

Lo sa bene chi ha sconfitto l’analfabetismo grazie al precetto secondo cui è dovere dei padri insegnare ai figli a leggere e scrivere. Lo sa un paese la cui eccellenza di università e centri di ricerca sembra quasi stare lì a dimostrare l’utilità, la legittimità della propria esistenza. Ma non è a questo che si pensa visitando i musei, gli edifici e le università di Tel Aviv e Gerusalemme.  la normalità quella che salta agli occhi.  ciò che non ti aspetti di vedere: giovani arabi ed ebrei che passeggiano, studiano, pranzano, bevono un caffè, chiacchierano, ridono. Tante famiglie, tantissimi bambini, parchi, scolaresche che sciamano per i musei, macchine israeliane e palestinesi (si distinguono per il colore della targa) che circolano. Persino i soldati che si incontrano per strada, ragazzi e ragazze che a diciotto anni dedicano rispettivamente tre e due anni della loro vita al servizio militare, hanno un’aria tranquilla e sorridente.

Eppure è difficile credere che lo siano veramente. Crescere in Israele significa correre seriamente il rischio di dover svolgere azioni militari, di perdere la vita o di toglierla a qualcun altro. Lo sanno loro e lo sapevano soprattutto i loro genitori quando hanno deciso di crescerli lì. Forse è questa una delle cose che colpisce di più. Nonostante gli oggettivi pericoli che l’essere israeliano comporti, nonostante la reale minaccia del nucleare iraniano sulla testa, la sensazione che si riceve, l’aria che si respira, non è affatto di cupezza o preoccupazione, ma di ottimismo e fattività. È come se la gente non se lo concedesse il lusso di un sottile malessere collettivo, di quella infelicità che è perdita di senso, solitudine, frustrazione. È il livello altissimo di gradimento dei cittadini israeliani rispetto al proprio paese a dimostrarlo. È l’essere disposti a sacrificare se stessi per qualcosa in cui si crede e dal quale ci si sente rappresentati e protetti. Sono i giovani che sviluppano presto senso della comunità e spirito di sacrificio.

Non solo per motivi religiosi (quando sono osservanti, perché gli ebrei atei in Israele non mancano), ma per il tipo di educazione alla solidarietà che viene loro impartita nelle scuole. Verso i tredici anni, infatti, sono obbligati a prestare servizio civile, a loro scelta, in una delle tante realtà sociali israeliane, dagli ospizi, agli ospedali, all’esercito. E questo è certamente uno degli elementi che contribuisce a formare l’identità ebraica, che precede e prescinde quella religiosa, anche se i due fattori, per molti aspetti, si fondono e si confondono. Non si spiegherebbe altrimenti come mai un Paese in cui non esiste il matrimonio civile non sia affatto teocratico, ed anzi estremamente avanzato sotto il profilo dei diritti civili. Per gli ebrei la convivenza è matrimonio, quindi sì alle unioni omosessuali, alle adozioni di gay e single, alla fecondazione assistita. E sì al divorzio già da circa un migliaio di anni.

È dunque il senso di appartenenza a un’identità fatta di storia, riti, tradizioni, credo e cultura, a consentire a due ebrei di opinioni diametralmente opposte di condividere lo stesso metro quadro di terra; è l’essere ebreo come fatto identitario, non religioso, a mantenere integro un filo che tiene uniti gli ebrei della Diaspora per secoli. È la “semplice” idea di Theodor Herzl, il padre del sionismo, insieme ai pogrom che si sono consumati soprattutto in Europa orientale negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo, a convincere centinaia e migliaia di ebrei di tutte le nazionalità a comprare dall’impero ottomano un pezzo di terra fatto di deserto, sabbia e pietre. Così è nata Tel Aviv, nel 1909. Da sessantasei famiglie che in Europa facevano i medici e gli avvocati e si sono messe a dissodare e coltivare la sabbia. Con risultati che hanno portato Israele, oggi, ad un indiscusso primato in fatto di tecnologia agricola. Lo si capisce ad occhio nudo percorrendo il paese da Tel Aviv verso la bassa Galilea, il basso Golan e il lago di Tiberiade, e costeggiando la valle del Giordano in direzione di Gerusalemme; ma è evidente anche lungo il mar Morto, verso l’antica fortezza di Masada. Distese desertiche ovunque, e ovunque coltivazioni verdeggianti e alberi trapiantati, i cosiddetti rimboschimenti. È così che la Galilea sembra macchia mediterranea, nel Golan si produce dell’ottimo vino e sul mar Morto fioriscono i melograni. Con dei tubicini di diverso colore, a seconda che l’acqua sia riciclata (lo è circa l’80% di quella che si consuma) oppure no, che nutrono ogni singola pianta.

Ma da dove arriva tutta quest’acqua? Quando ci si trova di fronte i monti siriani e giordani, così spogli e brulli rispetto a quelli israeliani, è impossibile non chiederselo. Tralasciando naturalmente le oasi naturali e la dissalazione del Mar Morto, la questione dell’approvvigionamento idrico è materia di conflitto israelo-palestinese ed è dunque un argomento molto delicato. Ci sono tuttavia dei fatti e dei dati che possono essere rapidamente riassunti: quando Israele ha preso il controllo della Cisgiordania, dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, la rete idrica era praticamente inesistente. Solo quattro delle circa 700 comunità municipali palestinesi disponevano di acqua corrente. Tra il 1967 e il 1995 questa cifra è passata a 309 grazie alla costruzione di pozzi ad alto rendimento e di una rete di canalizzazione, e con gli accordi di Oslo del 1993 è stata istituita una Commissione congiunta israelo-palestinese per la gestione delle acque (la JWC, Joint Water Committee). Dopo l’accordo del 28 settembre 1995, Israele ha ceduto all’Autorità Palestinese (AP) la sovranità sulla gestione della rete idrica dei Territori, senza tuttavia interrompere la collaborazione della JWC, che prevedeva comunque lavori di potenziamento da parte israeliana. Secondo fonti ufficiali israeliane tutto questo ha portato, oggi, il 96% dei palestinesi ad avere l’acqua corrente in casa, e la disponibilità pro capite è di circa 140 m3 contro i 150 per ogni cittadino israeliano.

Queste cifre, però, sono spesso oggetto di contestazione da parte palestinese, perché c’è una significativa disputa sul numero reale degli abitanti dei Territori. Va detto, tuttavia, che non esiste un censimento ufficiale da parte dell’Autorità Palestinese, al punto che enti dello stesso governo riportano cifre che variano anche del 40%. Questo, secondo studi israeliani, perché i palestinesi tenderebbero a gonfiare il dato fino a un terzo in più per ottenere maggiori sussidi dalle Nazioni Unite, stabiliti in una determinata cifra per ogni nato.

Prima di due parti.
La seconda puntata del reportage di Valentina Meliadò è consultabile al seguente link

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