Il presidenzialismo è di destra

By Redazione

maggio 29, 2012 politica

La svolta (semi) presidenzialista della premiata ditta Alfano/Berlusconi ha riportato a galla nel dibattito sulle riforme un tema carsico della discussione pubblica italiana. Il fascino della svolta gaullista che portò alla V Repubblica in Francia e la funzionalità del modello statunitense hanno reso quello presidenziale un modello cui la destra italiana ha sempre guardato come una possibile soluzione alle difficoltà del nostro sistema istituzionale.

Giorgio Almirante, ben prima che Tangentopoli spazzasse via il sistema dei partiti e ponesse l’urgenza di un ricambio della macchina dello stato, fece del presidenzialismo un proprio cavallo di battaglia. La bibliografia sul tema è assai vasta, ma in particolar modo nel volume di Franco Servello, Almirante, si ricostruiscono con puntualità le tappe progressive del pensiero almirantiano sul tema.

Archiviata l’esperienza dell’Msi, la neonata Alleanza Nazionale non rinnegò affatto la linea del leader storico. Il presidenzialismo restò uno dei temi caratterizzanti della formazione guidata da Gianfranco Fini. “Se la sinistra parla di modello francese, cioè un presidente della Repubblica eletto dal popolo e, sia chiaro, con poteri analoghi a quelli di Chirac, noi non diciamo certamente di no”, disse il presidente della Camera all’inizio del 1996. E lanciò un monito esplicito all’allora Pds: “Non fate i furbi, il semipresidenzialismo non è un salame di cui puoi prendere solo la fettina che ti piace. L’intesa è: o semipresidenzialismo vero o elezione diretta del premier”. Un filo rosso che si dipanò fin dopo la traversata nel deserto. Nel 2002, quando il Cavaliere aveva saldamente ripreso in mano le redini di Palazzo Chigi, Fini rilanciò con forza il presidenzialismo come uno dei temi di maggior peso dell’imminente congresso aennino.

Salvo poi rinnegarlo in tempi più recenti per convenienza politica.
La stagione gravida di riforme mai partorite che coincise con la Bicamerale, produsse alcuni disegni di legge che avrebbero previsto l’elezione diretta del presidente della Repubblica. Il più celebre fu quello proposto dalla plenaria della Commissione, che riscosse ampi consensi. Ma degno di nota fu anche il testo di iniziativa popolare promosso da Radicali italiani.

Archiviata con un insuccesso la Bicamerale, proprio sotto l’impulso del principale partito della destra italiana il presidenzialismo visse sotto traccia quale tema di possibile riforma ordinamentale. Lo testimonia un corposo dossier del governo dell’aprile 2003, nel quale, tra le “forme di governo” analizzate come “supporto conoscitivo per l’azione di governo” il presidenzialismo era posto quale prima opzione. Ma anche l’ampio dibattito dedicato al tema dalle Commissioni Affari costituzionali di Senato e Camera. Sentito da quest’ultima, Paolo Armaroli, ordinario di Diritto pubblico all’università di Genova, ricordava che “i radicali, ma anche esponenti liberal della Casa delle libertà, e segnatamente di Forza Italia (dal presidente Marcello Pera ad altri autorevolissimi personaggi), hanno sempre parlato di un presidenzialismo all’americana; altri ancora, hanno parlato di semipresidenzialismo alla francese”.  

Insomma, la scelta presidenzialista è da sempre nelle corde del centrodestra.
Al punto che, non più tardi dello scorso dicembre, Peppino Calderisi ha presentato un nuovo disegno di legge di modifica costituzionale incentrato unicamente su un cambio in tal senso della forma di governo del paese. Sottoscritto da oltre 130 deputati azzurri ma finora tenuto con il silenziatore in un cassetto di Montecitorio.

È inoltre di poche settimane fa l’endosement della fondazione di Luca Cordero di Montezemolo, Italia Futura, per una svolta presidenziale. Un articolo, a firma di Giovanni Guzzetta, dal titolo “Presidenzialismo, se non ora quando? Una scelta di buon senso per dare all’Italia strumenti di governo e decisione”.
Solamente un caso?

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