Presidenzialismo: dopo la bicamerale

By Redazione

maggio 28, 2012 politica

È sorprendente come tutti, ma proprio tutti, nel Pdl, dopo l’uscita del Capo, abbiano riscoperto il presidenzialismo (o semi, nella vulgata francese) e se ne siano innamorati. La circostanza mi fa ritenere che la dimenticanza di un tema del genere, durata oltre quattro anni – al netto del lungo silenzio berlusconiano al riguardo dal 1998 ad oggi, cioè da quando fallì la Commissione Bicamerale per le riforme istituzionali presieduta da D’Alema che fu ad un passo ad varare la Grande Riforma – sia da attribuire ad altre  questioni che premevano e tenevano impegnata la classe dirigente del partito, buona parte della quale è sempre stata sinceramente e convintamente presidenzialista. 

Ma, pur con tutte le attenuanti che si possono riconoscere al Pdl e segnatamente a Berlusconi, ritengo non si possa perdonare l’abbandono di un tema qualificante la natura politica stessa del centrodestra (ed in particolare della componente di destra dello schieramento) per poi rispolverato in articulo mortis, alla fine cioè di una legislatura quando non ci sono concretamente i tempi per poter procedere ad una riforma tanto impegnativa e soprattutto in assenza di un clima costituente che soltanto un’Assemblea ad hoc potrebbe favorire e portare a compimento un lavoro inevitabilmente complesso. Infatti, non si tratta semplicemente di scrivere in un emendamento che il capo dello Stato viene eletto a suffragio universale, ma di ripensare seriamente tutta la seconda parte della Costituzione introducendovi pesi e bilanciamenti fra i tre poteri dello Stato in coerenza con una Repubblica che voglia essere presidenziale nella sostanza sia pure “semi” nella forma.

A meno che non si intenda risolvere il tutto nella solita manfrina all’italiana, come accadde con la riforma del Titolo V della Costituzione, fatta a maggioranza e poi cassata e poi ancora reiterata, con i risultati non esaltanti che abbiamo conosciuto, credo sia indispensabile procedere con accortezza e nei tempi giusti. Non sarebbe neppure accettabile il sospetto – tanto per uscire dal vago – che alla richiesta di doppio turno di collegio per il rinnovo del Parlamento, si rilanci con la proposta di elezione diretta del presidente, naturalmente sempre con il sistema del doppio turno. Le riforme non si fanno a metà e neppure a bocconi o, peggio, per fini strumentali. O sono coerenti complessivamente o è meglio lasciar perdere.

Meglio ancora, per ottenere quel presidenzialismo, come risposta istituzionalmente ineccepibile alla crisi del sistema ed alla richiesta di modernizzazione delle istituzioni, rilanciato da Berlusconi e qualche settimana fa sostenuto qui, su L’Opinione e su Notapolitica.it, dal deputato Pd Mario Barbi con dovizia di lucide argomentazioni e dall’eccellente politologa Sofia Ventura, penso non ci sia altro da fare che impostare la discussione, tenerla viva e rimandare i risultati di una riflessione che non può che essere collettiva, ben al di là dunque della destra e della sinistra, ad un’Assemblea costituente – personalmente sostenuta da anni e da alcuni parlamentari avanzata con proposte di legge che giacciono sotto metri di polvere nei due rami del Parlamento – da eleggere a suffragio universale con sistema rigorosamente proporzionale, magari in contemporanea con le politiche del prossimo anno. Assemblea che dovrebbe durare in carica non più di due anni con il compito di trasformare la Repubblica parlamentare in presidenziale ed adeguare gli istituti politici e rappresentativi ai criteri del decisionismo e della partecipazione. Più poteri all’esecutivo, più controlli al legislativo, meno intromissione dei partiti nella pubblica amministrazione, autonomia della magistratura, uno stato più efficiente, vicino ai cittadini e difensore della centralità della persona.

Il presidenzialismo – auspicherei quello di tipo americano, ma mi rendo conto delle oggettive difficoltà derivanti dalla nostra storia – anche nella forma francese è lo strumento che risolve al meglio il divario tra paese reale e paese legale. Il “decisore” (per usare un termine schmittiano caro all’indimenticabile Gianfranco Miglio) affrancato dai condizionamenti partitici ha il potere, legittimato dall’investitura popolare, di assumere provvedimenti previsti dalla Costituzione e, nello stesso tempo, incarna l’unità statale e nazionale, dunque mostrandosi come il centro di gravità politica intorno al quale ruotano tutte le istituzioni comprese quelle, come il Parlamento, cui è demandata la vigilanza  sugli atti presidenziali previsti e definiti e la fiducia al primo ministro ed al governo nominati dal presidente il quale, sempre dalle Camere, può essere soggetto alla messa sotto accusa per attentato alla Repubblica.

Con il presidenzialismo la democrazia diretta farebbe davvero irruzione nei costumi politici del nostro Paese dove l’istituto referendario è andato svalutandosi nel corso del tempo per responsabilità esclusiva della partitocrazia, un tiranno senza volto, per dirla con Giuseppe Maranini, la cui voracità potrebbe essere contrastata soltanto dal popolo rappresentato al più alto vertice dello Stato senza intermediazioni. Non da un Leviatano, sia pure mite beninteso, ma da chi meglio riesce ad interpretare, secondo logiche di democrazia integrale, cioè partecipativa, le esigenze degli elettori e lo spirito della nazione. 

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