La Siria arriva a Ginevra

By Redazione

maggio 27, 2012 Esteri

La crisi siriana ha bussato sabato 19 maggio alle porte della Commissione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite di Ginevra. Lo ha fatto con una manifestazione europea organizzata nella piazza antistante il Palazzo dell’Onu. Un migliaio di siriani provenienti da Italia, Francia e Svizzera si sono dati appuntamento a Place de Nations per esprimere rabbia e dissenso verso il regime di Damasco, nel tentativo ultimo di smuovere la diplomazia internazionale in direzione di una soluzione concreta. Due petizioni sono state consegnate nel corso della giornata ai funzionari delle Nazioni Unite dai rappresentanti delle principali associazioni in difesa dei diritti umani. La prima di 199 pagine sottoscritta dai delegati dell”International Campaign in Supporto of the Syrian People, Hamza El Abdulla e Bassam El Abdulla Abdulla, e dal dott. Mohamed Nour Dachan, delegato per l’Italia della Coalizione Siriana di Sostegno alla Rivolta Siriana.

La seconda presentata dal Comitato Italiano per la difesa dei Diritti Umani in Siria. Entrambe nel giro di qualche giorno dovrebbero arrivare direttamente sulla scrivania di Kofi Annan. I documenti sono stati depositati presso Palazzo Wilson, quartier generale Onu e sede ufficiale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Non è un caso che i manifestanti abbiano scelto la sede ginevrina dell’Onu per i diritti umani. “E’ essenziale ripartire proprio da qui – sottolinea un’attivista siriano – nel tentativo di puntare i riflettori sulle continue violazione dei diritti umani in Siria”.

Le 199 pagine della petizione sottolineano con forza questo punto. In esse emergono specifiche richieste di natura legali, umane e di soccorso, nelle quali si auspica un intervento tempestivo finalizzato alla cessazione di ogni forma di ostilità e violenza nei confronti del popolo siriano. Giovedì la Commissione d’inchiesta sulla Siria istituita dalle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto sulla crisi, arrivando alla conclusione che l’esercito e i servizi di sicurezza del regime siriano sono i maggiori responsabili delle violenze commesse nel Paese dal “mastino” di Damasco. Un’ulteriore prova che conferma ciò che era già evidente, ovvero il crescente clima di violenze in Siria. Già in passato le organizzazioni non governative avevano denunciato soprusi e violazioni sistematiche dei diritti umani. In testa Amnesty International in un rapporto pubblicato il 14 marzo scorso, che sottolinea come le torture ai danni dei civili si siano intensificate dall’inizio della rivolta. Soprusi e violenze pari per crudeltà a quelle inflitte da Hafez Assad, padre dell’attuale presidente siriano, nel periodo nero degli ’70 e ’80. Finora sono stati documentati 31 metodi di torture e maltrattamenti praticati dalle forze militari e dalle bande armate filo – governative (Shabiha). Risulta sempre più evidente come il regime, nel giro di un anno, sia riuscito a mettere in piedi un vero e proprio sistema di torture, dove la detenzione forzata e gli interrogatori senza alcuna prova certa rappresentano l’anticamera per l’inferno. “Il regime di Assad somiglia per certi versi a Procuste, figura della mitologia classica, famoso per essere un torturatore senza scrupoli”, ci spiega Omar Jibril, presidente dei Giovani Musulmani d’Italia. “Come Procuste che uccideva ignari viandanti straziandoli con un martello su di un incudine a forma di letto, così Assad e i suoi fedelissimi uccidono oppositori e civili senza scrupolo”.

Tra le torture principalmente impiegate, oltre al pestaggio, figura il cosiddetto “haflet al – istiqbal o “festa di benvenuto” riservato ai nuovi arrivati nei centri di detenzione siriani. Un cerimoniale dove pugni e percosse con i bastoni, calci dei fucili, fruste e cavi di corda intrecciato vanno per la maggiore. Ma il momento più temuto dai detenuti è l’interrogatorio, dove solitamente s’impiega la tecnica del dulab (pneumatico). Il detenuto viene infilato dentro ad uno pneumatico da camion, spesso sospeso da terra, e viene picchiato con cavi e bastoni. Non solo pestaggi. C’è chi racconta di aver subito di peggio, come le scariche elettriche su tutto il corpo. Gli aguzzini – si legge nel rapporto – hanno messo a punto una vera e proprio tecnica di tortura. La vittima viene costretta a distendersi sul pavimento della cella, dove viene versata dell’acqua e poi sprigionata l’elettricità. Una sorta di “sedia elettrica” con elettrodi e pungoli elettrici. Fino ad ora gli appelli lanciati alla comunità internazionale per un intervento più deciso contro il regime di Damasco sono caduti nel vuoto. Risoluzioni sterili e scarsa volontà di agire hanno segnato in maniera indelebile la crisi siriana. Dall’attuazione del piano di pace di Annan ad oggi si contano 900 morti. Fino a quando domineranno interessi geopolitici dei suoi vicini di casa, in Siria non ci sarà spazio alcuno per il rispetto dei diritti umani. “La Siria non sarà mai la Libia” è l’espressione frequentemente impiegata quando si parla di crisi siriana e di una sua soluzione condivisibile. Allora è interessante capire il perché di tanta riluttanza internazionale ad invischiarsi in un ipotetico confronto armato: la Siria ha modeste risorse di gas e petrolio, un apparato militare pericoloso. Non riveste un particolare interesse di natura economica e occupa geograficamente un’area fortemente instabile. La caduta del regime e il conseguente vuoto politico creerebbe effetti negativi dai risultati imprevedibili. E questo non rientra nell’agenda della comunità internazionale. “Meglio non disturbare il can che dorme”, ovvero l’Iran.

In caso di conflitto non si esclude un sostegno militare da parte di Teheran. Sul fronte interno non va meglio. “L’anatra” di Damasco è riuscita con abilità a manovrare a suo vantaggio le tradizionali divisioni presenti nella società siriana,  creando di volta in volta una base popolare di sostegno alla sua causa sanguinaria. Ma lo stallo intorno alla crisi siriana non è dovuta solo alla fragilità internazionale, agli interessi interni, bensì anche alla mancanza di un fronte di opposizione unito e coeso. Le dimissioni di Burhan Ghalioun, fino a due giorni fa presidente del CNS non giocano a favore della causa siriana. “Non siamo riusciti ad essere all’altezza dei sacrifici del popolo siriano”, ha dichiarato il dimissionario leader del Consiglio Nazionale Siriano. La strada per il rispetto dei diritti umani in Siria è ancora lunga e tortuosa. 

(qdrmagazine)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *