Se Roma piange, Barcellona non ride

By Redazione

maggio 24, 2012 Esteri

Tasse troppo alte, partiti deboli, numero di politici pro capite tra i più alti in Europa, disoccupazione giovanile, nepotismo, vitalizi e sprechi di denaro pubblico, casse dello stato vuote, economia ferma, tagli alla ricerca e all’istruzione, cittadini esasperati.

No, per una volta non parliamo dell’Italia. Se è vero che aver compagno al duol scema la pena, in questo periodo, per un italiano, è sufficiente passare pochi giorni in Spagna per sentirsi meno solo. Italia e Spagna non sono uguali. Ed è proprio per questo che fino a pochi anni fa la Spagna era considerata il paradiso dell’immigrazione. Un italiano in fuga trovava facilmente lavoro, mentalità aperta e movida invidiabile. Era decisamente il paradiso.

Negli ultimi anni le cose sono piuttosto cambiate. Un italiano in visita in Spagna si trova ad ascoltare la gente lamentarsi delle stesse cose delle quali si lamenta in Italia. Sembra quasi non essersi mosso, se non fosse per la lingua diversa e la capillare diffusione di patatas bravas. Giusto lo scorso sabato, sul quotidiano catalano La Vanguardia, una delle lettere indirizzata al direttore della testata avrebbe potuto essere scritta da un qualsiasi lettore italiano al direttore si una testata nazionale: 

“Leggo con stupore che la Spagna è il paese europeo con il maggior numero di politici per abitante. Supera ampiamente paesi più popolosi, come Germania e Francia, e soprattutto più prestigiosi. Se si trattasse di qualsiasi altro primato, mi riempirei di orgoglio patriottico. Per esempio, chi non desidererebbe che fossimo i migliori nella ricerca, nella cultura, nella scolarizzazione, o eccellenti calciatori? Però, accidenti! Essere i primi per numero di politici e stare nella situazione in cui ci troviamo non dice granché della nostra intelligenza.

Non so se per noi la democrazia è ancora una conquista troppo recente, dopo quasi quarant’anni di dittatura, così che siamo arrivati a crearci questa classe politica che dobbiamo sopportare oggi, con una preoccupante carenza di idee e una mancanza di scrupoli senza paragoni, che ha lasciato vuote le casse dello stato a causa della sua incompetenza, che si è riempita le tasche a suon di compensi e prebende da capogiro, che è piena di ogni genere di gente giudicata per presunta corruzione.

Non è così che deve andare. Adesso rimediamo ai loro sprechi stringendo la cinghia mentre loro vivono nella ricchezza e piazzano i loro parenti mentre i nostri figli sono disoccupati. È a questa classe politica che sarebbe necessario applicare l’ERE [expediente de regulación de empleo, ovvero il mezzo tramite il quale in Spagna un’impresa in crisi cerca di licenziare o sospendere i lavoratori che non può permettersi di pagare], non solo a causa della bancarotta, ma a causa della sua comprovata inettitudine. Abbiamo troppi politici, di ogni genere, e ci manca l’intelligenza, le idee e soprattutto la decenza, ci manca molta decenza”.

È piuttosto evidente che se Roma piange, Barcellona non ride. La lettera apparsa su La Vanguardia non perderebbe il significato di nessun contenuto se venisse pubblicata su un quotidiano italiano. Anzi, rispecchierebbe in pieno la frustrazione del cittadino medio di fronte ad una situazione che non riesce a controllare e forse nemmeno a capire fino in fondo. In Italia l’elettore esasperato vira verso il Movimento 5 Stelle; ce l’ha un po’ con tutti e piuttosto preferisce dare il voto a facce nuove. Oppure si astiene. In Spagna ancora non c’è un Beppe Grillo che ruba la scena alla politica. La politica è ancora affare dei politici, ed è ancora affare della gente. Ma nonostante le differenze ci si arrabbia esattamente per le stesse cose. Sotto questo punto di vista, l’Unione Europea è un successo.

Se un italiano avesse percorso le vie dei negozi che contornano il Passeig de Gracia, non più tardi di ieri pomeriggio, avrebbe incontrato tanti studenti che protestavano per i tagli all’istruzione in modo rumoroso ma pacifico, dirigendosi verso il punto di convergenza di altri gruppi di dimostranti, improvvisando sit-in lampo in prossimità dei semafori. Non avrebbe sentito nessuna delle auto costrette a fermarsi per più del previsto suonare il clacson per invitarli ad andarsene e questo un po’ lo avrebbe stupito. Gli studenti avrebbero recitato alcuni slogan in catalano, e l’italiano avrebbe capito qualcosa qua e là, ma non tutto. Però avrebbe letto, in fondo ad uno dei volantini distribuiti, qualcosa che avrebbe capito e che lo avrebbe fatto sentire vicino al popolo spagnolo: El futur de tots està en joc! Non sono solo gli spagnoli, tanto meno solo i catalani. Quei tots sono tutti i cittadini europei, tutti uguali, sulla stessa barca. Ma alcuni, come gli italiani e gli spagnoli, sono più uguali degli altri.

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