A Siena va tutto a Monte

By Redazione

maggio 24, 2012 politica

Mentre erano in corso i conteggi per i ballottaggi, al Partito democratico è successo di perdere anche dove non si è votato: domenica sera sono infatti giunte le dimissioni del sindaco di Siena Franco Ceccuzzi, dopo che una spaccatura all’interno del Pd ha fatto mancare i numeri alla maggioranza eletta meno di un anno fa.

Ma la ragione che ha spinto 7 consiglieri del Pd (6 ex Margherita ed uno “vicino alla Cgil”) a votare lo scorso 27 aprile contro il bilancio comunale va direttamente ricercata nel pacchetto di nomine deciso dal sindaco Ceccuzzi per il rinnovo delle cariche all’interno della Fondazione Monte Paschi.

Ed è nel Monte dei Paschi di Siena l’epicentro una voragine che sta facendo franare una delle principali roccaforti politico-economiche d’Italia, dopo che mercoledì 9 maggio scorso è scattata un’operazione disposta dalla Procura di Siena per far luce sulle due ipotesi di reato aggiotaggio e ostacolo all’autorità di vigilanza.

L’inchiesta ruota intorno all’acquisizione da parte del Monte Paschi (nel 2007) di Banca Antonveneta (BAV) dagli spagnoli di Banco Santander e alle modalità dei successivi aumenti di capitale divenuti necessari per completare il pagamento del prezzo pattuito per BAV e per far fronte alle successive richieste di rafforzamento patrimoniale fatte dall’European Banking Authority (EBA).

Le cose che non tornano nell’operazione Antonveneta, aldilà delle ipotesi di reato, sono essenzialmente tre.

1. Il prezzo. MPS paga per BAV agli spagnoli del Santander la cifra di 9,3mld di euro. Poche settimane prima, nell’ambito della complessa operazione con cui Royal Bank of Scotland, Fortis e Santander si erano spartite le spoglie dell’olandese Abn Amro, i baschi si erano aggiudicati per 6,6mld la BAV. Stiamo parlando quindi di 2,7mld di plusvalenza in poche settimane: niente male.

2. La mancata due diligence. MPS acquista BAV ai valori di mercato, senza fare una valutazione particolarmente approfondita dei suoi asset o una valutazione delle poste di bilancio, mentre nel 2009 la stessa MontePaschi ha venduto proprie filiali a CR Firenze (Gruppo IntesaSanPaolo) con una clausola che prevedeva il rientro di tutte le sofferenze che fossero state riscontrate nei 18 mesi successivi. Anche qui: niente male.

3. L’acquisto “cash”. Nel 2007, fedele alla tradizionale difesa della “senesità” e del controllo assoluto del capitale sociale della Banca, la Fondazione ha il 58% delle azioni di MPS. È dell’ottobre stesso anno la decisione di acquistare l’Antonveneta pagandola interamente in contanti e senza alcuno scambio di azioni perché questo avrebbe implicato la perdita della maggioranza assoluta della Banca. Considerando che a 4 anni di distanza la Fondazione viaggia oggi intorno al 35% del capitale, è evidente come l’accanita difesa della “senesità” abbia comportato esattamente il rischio di perdere il controllo della Banca.

C’è anche da dire che dal 2007 ad oggi, finanziariamente parlando, è cambiato il mondo ed è evidente sono stati in molti a sbagliare le proprie previsioni. Ma se l’operazione Antonveneta ha fatto sì che MPS divenisse il terzo gruppo bancario del Paese, entrando tra i “big” del settore, integrando nella rete commerciale della Banca uno dei territori economicamente più importanti e avanzati (il Nordest), il fatto però che per raggiungere questo obiettivo il gruppo dirigente della Banca abbia sottovalutato le criticità relative a prezzo e modalità di acquisto e non abbia minimamente considerato uno scenario macroeconomico negativo è singolare.

Ed altrettanto singolare è anche che uno dei principali responsabili di queste scelte strategiche – l’ex Presidente MPS Giuseppe Mussari – sia diventato Presidente dell’Associazione bancaria italiana (ABI): evidentemente sedersi al tavolo dei big almeno a qualcuno ha pagato.

Certo è che anche i tempi dell’inchiesta giudiziaria – come sempre in Italia – hanno una tempistica stranamente “puntuale”: non si può non notare come l’inchiesta sia partita esattamente 10 giorni dopo l’Assemblea che ha congedato Mussari e che ha completato l’ampio ricambio ai vertici della Banca con le nomine di Fabrizio Viola come Ad ed Alessandro Profumo come Presidente, ponendo per la prima volta nella storia, ai vertici della Banca due persone assolutamente avulse dalle logiche territoriali senesi.

Se questo tentativo di “normalizzazione” del “caso” senese è già costato la testa al sindaco Franco Ceccuzzi, c’è da augurarsi che la nuova governance contrasti le resistenze politiche localistiche e sappia imboccare una strada di risanamento che possa garantire alla più antica banca del mondo di avere ancora un futuro. Sempre che tutti, all’interno del Pd, siano d’accordo.

(Qdr magazine)

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