A scuola si studi questo Falcone

By Redazione

maggio 24, 2012 politica

«Gli italiani non ci vogliono più bene? Per forza: siamo incompetenti, poco preparati, corporativi, irresponsabili. Lo dice Giovanni Falcone, giudice istruttore a Palermo». Cominciava così un articolo di Repubblica del 6 novembre del 1988. Di questo Falcone, del giurista che metteva sotto accusa il sistema giuridico e auspicava una profonda riforma, si parla sempre troppo poco. Questo Falcone è stato sepolto sotto i cento chili di tritolo di Capaci, sotto le polemiche dei professionisti dell’Antimafia, sotto le polemiche interne della magistratura politicizzata italiana.

In quell’articolo di Repubblica, Falcone parla di sé e dei propri colleghi: «Tende a prevalere, rispetto alla figura del magistrato-professionista, quella del magistrato-impiegato. Basta col magistrato-impiegato, che si rifugia nelle comode e tranquillanti certezze di una carriera ispirata al criterio dell’anzianità senza demerito. Professionalità ci vuole: bisogna studiare, aggiornarsi, selezionare i migliori». 

Eppure ieri, mentre i media tradizionali, ricordavano la cronaca del sanguinoso attentato, in giro per il web, tra blog, quotidiani on line e post su facebook era possibile ricostruire anche quest’altro lato della memoria del Falcone riformatore.

Uno degli argomenti più gettonati è quello della posizione di Falcone sulla separazione delle carriere dei magistrati. Bella la citazione pubblicata dal blog Camelot che racconta come, anche su questo argomento, Falcone si ritrovasse spesso da solo all’interno della categoria: “Chi, come me, propone la separazione delle carriere dei magistrati, viene accusato di attentare all’indipendenza della Magistratura e di voler porre il pm sotto il controllo dell’Esecutivo”. Una dichiarazione dell’ottobre del 1991.

Ecco altri stralci che meritano di non essere dimenticati, raccolti per il quotidiano Tempi, dal direttore Luigi Amicone. 

FALCONE SULLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE – Spiegava il magistrato palermitano: «La faticosa consapevolezza che la regolamentazione della carriera dei magistrati del pubblico ministero non può più essere identica a quella dei magistrati giudicanti, diverse essendo le funzioni e, quindi, le attitudini, l’habitus mentale, le capacità professionali richieste: investigatore il pm, arbitro della controversia il giudice». Tema da affrontare senza paure, scrisse Falcone, «accantonando la spauracchio della dipendenza del pm dall’esecutivo e della discrezionalità dell’azione penale, puntualmente sbandierati quando si parla di differenziazione delle carriere».

FALCONE SUL CONTROLLO DELLA MAGISTRATURA – Argomento delicatissimo, ma che Falcone affrontava domandandosi «com’ è possibile che in un regime liberal democratico non vi sia ancora una politica giudiziaria e tutto sia riservato alle decisioni, assolutamente irresponsabili, dei vari uffici di Procura e spesso dei singoli sostituti», e aggiungendo che «in mancanza di controlli istituzionali sull’attività del pm saranno sempre più gravi i pericoli che influenze informali e poteri occulti possano influenzare tale attività».

FALCONE SULL’OBBLIGATORIETA’ DELL’AZIONE PENALE COME FETICCIO – «Una giustizia efficace e democratica» significa anche «razionalizzare e coordinare l’attività del pm, finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticistica dell’obbligatorietà dell’azione penale, e dalla mancanza di efficaci controlli sulla sua attività». Negli Stati Uniti «se la giustizia è più rapida, efficiente e attenta ai diritti della difesa» dipende anche dallo «strumento fondamentale della non obbligatorietà dell’azione penale»: «Fino a quando in Italia vi saranno rigide normative sulla obbligatorietà il problema della repressione giudiziaria del crimine organizzato non avrà fatto un passo avanti».

FALCONE SULLA CRISI DELL’ANM E SULLE CORRENTI –  «Se l’autonomia della magistratura è in crisi dipende anche dalla crisi che investe da tempo l’Anm, organismo diretto alla tutela di interessi corporativi», le cui «correnti si sono trasformate in macchine elettorali per il Csm», e dalla «pretesa inconfessata di considerare il magistrato una sorta di superuomo infallibile ed incensurabile». Con altrettanta chiarezza: «Il magistrato viene ammesso in carriera sulla base di un bagaglio culturale meramente nozionistico… bisogna umilmente riconoscere che oggi nel nostro Paese in uno dei più difficili mestieri, quello del giudice, la formazione professionale è regolamentata in modo da non assicurare in modo efficiente il servizio giustizia».

FALCONE SUL METODO DI GESTIONE DEI PENTITI –  «È una partita a scacchi. Prima regola: compenetrarsi sino in fondo in chi ci sta di fronte, non dimenticando mai di essere giudice. Diceva Carnelutti: più è bieco l’imputato più emerge il magistero della difesa. Io mi sento profondamente giudice. Il mafioso l’avverte, ma si rende conto che non perseguo secondi fini, che né lo strumentalizzo né mi faccio strumentalizzare. Almeno ci provo. Comprendo il dramma umano di chi mi sta di fronte. Soffro, sì, perché questo lavoro non può essere svolto se si è privi di umanità. E occorre una profonda conoscenza degli uomini che non proviene dai codici. Puoi affinarla, migliorarla, ma devi averla sin dall’inizio».

La raccolta di Tempi continua e può essere letta compiutamente qui

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