Una lettura della crisi / 3

By Redazione

maggio 23, 2012 politica

Pubblichiamo l’ultima parte di un saggio di Gabriele Federici dal titolo “La dialettica Stato-mercato alla luce della crisi finanziaria ed economica 2007-2009”.
La prima e la seconda sono consultabili qui.

Insieme alla genesi della teoria monetarista e alla nuova macroeconomia classica, gli anni ottanta assistono alla nascita di nuova teoria, che riprende e rivede, microfondandoli, gli assunti keynesiani, fino a questo momento criticati da Friedman, Lucas, Sargent, Buchanan, Tullock e Coase. E’ la nuova macroeconomia keynesiana. I principali artefici di questa nuova teoria sono J. Stiglitz (Columbia University), G. Akerlof (University of California) e M. Spence (Harvard University). La nuova macroeconomia keynesiana o nuova economia keynesiana è una scuola di pensiero economica che, in risposta alle conclusioni della nuova macroeconomia classica riabilita l’economia keynesiana, riprendendone l’impostazione ma arricchendola di nuovi concetti.

Due ipotesi principali definiscono l’approccio neokeynesiano alla macroeconomia. Come per l’approccio neoclassico, l’analisi macroeconomica dei neokeynesiani di solito presume che le famiglie e le imprese abbiano proprie aspettative razionali. Le due scuole tuttavia differiscono nel fatto che l’analisi neokeynesiana di solito presupponga una varietà di difetti di mercato. In particolare, i neokeynesiani ritengono che i prezzi e i salari siano “sticky” cioè vischiosi, significa che essi non si adeguano istantaneamente alle variazioni delle condizioni economiche. La vischiosità dei prezzi e dei salari, e le altre variabili del mercato presenti nei modelli neokeynesiani, implicano che l’economia possa fallire dall’ottenere la massima occupazione. L’asimmetria informativa è un altro assunto microeconomico adoperato dai neokeynesiani per argomentare le proprie tesi, tali da sottolineare la non perfetta concorrenzialità del mercato. Per questo, i neokeynesiani sostengono che la stabilizzazione macroeconomica con intervento dei governi centrali, usando la politica fiscale, o delle banche centrali, usando la politica monetaria, possa portare ad un risultato più efficace di una politica macroeconomica dove l’unica realtà ad agire sia il libero mercato.

Alla luce della teoria economica esposta, imprescindibile per capire le posizioni dei vari economisti, quindi per avere degli utili strumenti per analizzare ed offrire delle possibili soluzioni teoriche alla crisi finanziaria ed economica del 2007-2009, scaturita dal collasso dei mutui subprime, è giunto il momento di sviluppare il quarto ed ultimo punto. Per fare questo ci affidiamo alle indagini di due economisti, rispettivamente L. White, un monetarista, professore di Storia dell’Economia presso la University of Missouri, e M. Messori, un neokeynesiano, docente di Economia presso l’Università di Tor Vergata. Le vere cause della crisi sono rintracciabili, secondo White, in politiche monetarie inusitate e in nuovi interventi di regolamentazione federale di Washington.

Queste politiche, così mal concepite hanno distorto i tassi d’interesse e i prezzi degli asset, deviato i fondi mutuabili in investimenti sbagliati, e spinto, contorcendole, delle istituzioni finanziarie normalmente solide in posizioni insostenibili. White crede che l’origine della crisi finanziaria sia attribuibile essenzialmente a due fattori: la politica espansiva della Fed, dal 2001 in poi, quindi alla filosofia politica abitativa, abbracciata negli ultimi 25 anni da tutte le amministrazioni presidenziali USA, “una casa per tutti”. Quest’ultimapolicyha comportato la sottoscrizione di ipoteche immobiliari rischiose da parte di individui con problemi di solvibilità, quindi di inadempienza creditizia, ovvero i subprimer.

Il governo statunitense ha operato tale espansione delle ipoteche, nell’arco di oltre due decadi, per mezzo di quattro strumenti: il primo, l’ampliamento della Federal Housing Administration; il secondo, il rafforzamento del Community Reinvestment Act; il terzo, la pressione dei finanziatori da parte del Department of Housing and Urban Development; il quarto, il fatto che il Congresso abbia spinto Fannie Mae e Freddie Mac ad aumentare i loro acquisti di ipoteche dirette a mutuatari di basso o moderato reddito. Siffatti strumenti hanno reso il mercato immobiliare particolarmente incerto, generando, successivamente, la bolla speculativa scoppiata nel 2007. White asserisce che il rimedio sul lungo termine, per le politiche monetarie e regolatorie gravemente sbagliate del governo che abbiano prodotto l’attuale disastro finanziario, sia dato dalla regolamentazione fornita da profitti e perdite. Lo storico dell’economia americano sostiene che occorra individuare e annullare le politiche che distorcono il mercato dell’edilizia abitativa e il mercato finanziario, quindi smantellare gli enti falliti le cui missioni richiedono loro di distorcere i mercati.

Messori non si distacca completamente dalla tesi di White, inserendo, in verità, nuovi elementi di analisi, tipici della teoria neokeynesiana. Gli squilibri globali hanno costituito un altro fattore della crisi, insieme alla politica espansiva della Fed, quindi delle politiche abitative indette dal governo federale. In particolare alcuni paesi sono caratterizzati da un eccesso di risparmio: il risparmio del Giappone con origini strutturali ed è determinato dalla struttura demografica; le economie emergenti asiatiche, dopo le turbolenze di fine anni novanta hanno accumulato ingenti riserve per timori di crisi finanziarie; i paesi esportatori di petrolio hanno tratto vantaggio dal trend crescente del prezzo del greggio. Un altro fattore decisivo che ha contribuito alla crisi del 2007 è testimoniato dall’alta complessità raggiunta dal settore della finanza, un settore che trova la propria crescita negli anni ottanta e che s’è nutrito nell’arco degli anni di continue deregolamentazioni. Un aspetto fondamentale, inoltre, viene fornito da un elemento chiave per comprendere la bolla speculativa, testimoniata dal “contagio sociale” della psicosi del boom, per cui gli investitori hanno iniziato a basare le proprie decisioni su quelle altrui, ignorando l’informazione privata, poiché  ritenevano impossibile che tutti gli altri agenti si sbagliassero.

Per concludere, sembra giusto lasciare il respiro alla seguente riflessione. Il cosiddetto “Keynesian resurgence” dopo la scossa tellurica del 2008, lascia intendere alcuni aspetti che restano dimenticati o quanto meno non approfonditi dell’economista inglese. In particolare Keynes appare critico, ma non ostile, al sistema capitalistico, che ritiene incapace non solo di generare la piena occupazione ma anche di produrre una distribuzione del reddito accettabili dal punto di vista etico. L’economista di Cambridge ritiene, secondo l’italiano G. Palmerio, che il sistema capitalistico abbia bisogno di “profonde modifiche istituzionali”, tali da rendere trasparente il funzionamento dei mercati finanziari e che correggano l’iniqua distribuzione della ricchezza.

Keynes concepisce un intervento dello stato più intenso, ad una maggiore centralizzazione delle decisioni, ad una programmazione che possa orientare gli investimenti delle imprese. E in questo spirito Keynes auspica, specie sul piano della redistribuzione della ricchezza, molti dei provvedimenti che poi si sono realizzati nell’ambito dello stato sociale. Forse il significato più profondo del messaggio keynesiano consiste nel ritenere che il funzionamento dell’economia non possa essere lasciato esclusivamente in balia delle forze di mercato, anche perché ciò significherebbe lasciar prevalere i poteri forti, cioè le posizioni di coloro che sono detentori di potere monopolistico come le grandi imprese e i grandi gruppi finanziari, ma debba essere affidato alla guida consapevole degli uomini. Così come John Stuart Mill, John Manyard Keynes vede l’intervento dello stato complementare e non sostitutivo dell’iniziativa privata, in favore di un’attività politica economica da parte dei poteri pubblici, a cui si riconosce un ruolo altamente positivo.

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