Una lettura della crisi / 2

By Redazione

maggio 22, 2012 politica

Pubblichiamo la seconda di tre parti di un saggio di Gabriele Federici dal titolo “La dialettica Stato-mercato alla luce della crisi finanziaria ed economica 2007-2009”.
La prima è consultabile al seguente link

Gli anni ottanta hanno visto l’emergere di una letteratura scientifica e di una prassi maggiormente predisposte a porre la loro enfasi sull’azione del mercato nell’economia, piuttosto che dello Stato. La denuncia dei fallimenti dello Stato e degli effetti perversi della sua regolamentazione accompagna la proposta di soluzioni privatistiche considerate più efficienti, segnala l’arresto dell’espansione della sfera pubblica registrata negli ultimi 30 anni, a ridosso della crisi del 2007. Si apre così la strada a processi di deregolamentazione e di privatizzazione, di pari passo ad una crescente valorizzazione del mercato finanziario, prima in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, e poi a livello globale.

L’affermazione della teoria economica monetarista, con M. Friedman, porta uno stravolgimento nella concezione delle policiesdei diversi legislatori nazionali, ponendo una frattura con la precedente filosofia economico-politica incentrata suldeficit spendingdi matrice keynesiana che ha accompagnato i diversi esecutivi occidentali dopo la seconda guerra mondiale. Alle formulazioni di J. M. Keynes inerenti alla domanda effettiva, agli equilibri di sottoccupazione, quindi all’ideazione del moltiplicatore per i livelli di consumo, alla concezione della trappola per la liquidità, ovvero alla non-neutralità della moneta e alla predilezione dell’utilizzo della politica fiscale, come strumento per la politica economica, M. Friedman afferma la neutralità della moneta, per questo, il fatto che il sistema economico possa andare oltre il pieno impiego solo con un’inflazione sempre crescente, capace di depauperare i poteri di acquisto nel lungo periodo e annullare tutte quelle politiche volte alla piena occupazione per mezzo di politica monetaria espansiva. Friedman, autentico promotore della “Chicago School of Economics”, così come il pensatore austriaco, naturalizzato britannico, F. Von Hayek, credono nell’esistenza di una disoccupazione fisiologica (il cosiddetto: “tasso naturale di disoccupazione”), oltre la quale non si possa andare, altrimenti il sistema economico soffrirebbe di un crescente debito pubblico, gravante per l’attrazione di capitali e limitante nei confronti delle libertà economiche, quindi politiche dei cittadini.

Ulteriori contributi, antitetici a Keynes, e che sostanziano la dialettica della teoria economica negli anni ottanta derivano dalla nuova macroeconomia classica, precisamente da R. Lucas e T. Sargent, i quali microfondano le proprie intuizioni macroeconomiche, con le aspettative razionali dei lavoratori e dei consumatori anche nel breve periodo (non esclusivamente nel lungo, come specificato da Friedman). J. Buchanan e G. Tullock, entrambi della George Mason University, contribuiscono in maniera importante all’evoluzione dellaPublic Choice.Nella loro opera “The Calculus of Consent”, edita nel 1962, i due economisti americani ricostruiscono complessivamente il funzionamento delle istituzioni politiche attraverso l’applicazione degli strumenti economici allo studio del processo decisionale collettivo o non di mercato. Tale ricostruzione è fondata su tre elementi fondamentali: a) l’individualismo metodologico; b) l’homo oeconomicus; c) la politica come scambio. Il comportamento individuale, pertanto, può essere oggetto di studio, di previsione e di misurazione nell’ambito non solo delle condotte private, ma anche di quelle pubbliche. Alla luce di questo, quando si accetta la premessa che anche in tale ambito gli individui operano razionalmente in base al loro interesse personale, il problema diventa quello di costruire e disegnare istituzioni o regole che limitino il perseguimento opportunistico di tale interesse e lo dirigano verso quello generale. Il terzo elemento teorizzato da Buchanan e Tullock è la concezione del processo politico-legislativo come scambio: le scelte pubbliche, in questo modo, sono concepite come il risultato di una negoziazione complessa tra i membri di una comunità di individui portatori di interessi diversi, con elevato costo di informazione nel mercato politico. Lo sviluppo dell’analisi economica non può prescindere da un altro contributo importante, questa volta di R. Coase. Egli teorizza che le conseguenze derivanti dall’incontrollata diffusione verso i terzi degli effetti di determinate attività siano ricondotte ad un difetto nell’allocazione e nella negoziazione dei diritti di proprietà. Da qui il “teorema di Coase”: laddove i costi di scambio sul mercato siano pari a zero, l’assegnazione iniziale dei diritti di proprietà e di uso è irrilevante dal punto di vista dell’efficienza poiché, ove tale assegnazione iniziale risulti inefficiente, le parti modificherebbero concludendo un accordo collettivo.

Le esperienze governative di M. Thatcher, a Londra (1979-1990), e di R. Reagan, a Washington (1981-1989), precedute dalla crisi petrolifera del 1973, contestualizzano nella prassi le disposizioni deipolicymakersinfluenzati dalle teorie economiche antitetiche a Keynes: gli anni ottanta vedono un’azione maggiore del mercato, rispetto allo Stato, nell’economia, la spesa pubblica viene razionalizzata, con relative riflessioni nell’ambito sociale. L’enfasi sull’individuo e sulle sue rispettive libertà è totale ed ideologica. Cresce la fiducia nel mercato e la concezione prima della politica monetaria, sulla politica fiscale. Diviene desueta la teoria politico-economica deldeficit spending, così come vengono meno le tassazioni progressive, prediligendo un sostanziale abbassamento delle imposte a favore dei redditi più elevati, in modo tale da liberare i capitali e di permettere ad essi di circolare liberamente: è l’affermazione della “trickle-down theory”, ovvero lì dove il governo agevoli fiscalmente le aziende, quindi le realtà più redditizie, insieme al conseguente miglioramento dell’intero sistema economico, si ottiene, di pari passo, un beneficio anche per le realtà meno avvantaggiate. 

(Seconda di tre parti. La terza online domani)

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