Martelli ricorda Falcone e Borsellino

By Redazione

maggio 22, 2012 Cultura

Claudio Martelli, ministro della Giustizia ai tempi della strage di Capaci, ricorda la figura del magistrato antimafia Giovanni Falcone in un’intervista rilasciata a Stefano Amore e pubblicata nel libro “Il profumo della Libertà”, edito dal Ministero della Gioventù. Nell’anniversario della strage di Capaci, pubblichiamo integralmente quella testimonianza.

Onorevole Martelli, ci può raccontare come e quando ha incontrato per la prima volta Giovanni Falcone?
Ci siamo incontrati per la prima volta nel maggio del 1987, a Palermo, durante la campagna elettorale. Mi era stato chiesto dai socialisti siciliani di candidarmi come ca­polista a Palermo e io avevo accettato. Appena arrivato, la prima persona che volli in­contrare fu Giovanni Falcone che, da mesi, viveva blindato nel suo ufficio a lavorare per il maxiprocesso. Quello che doveva essere un breve incontro, si trasformò in un lungo colloquio, l’inizio di un rapporto profondo che sarebbe durato nel tempo e avrebbe se­gnato il mio percorso politico ed umano.

“Cosa nostra”, mi spiegò Falcone, non era più la mafia di una volta, era divenuta una grande organizzazione economica che utilizzava gli strumenti tecnologici più avanzati per gestire il narcotraffico ed il riciclaggio, ma che, nonostante questi cambiamenti, era rimasta profondamente siciliana nella struttura e nei meccanismi di comando. Totò Riina, che io stentavo a credere potesse essere, con il suo aspetto rozzo di contadino e bandito di provincia, il Capo dei Capi, rappresentava perfettamente l’impenetrabilità di questa mafia. Sottovalutarla, non coglierne la pericolosità -aggiunse Falcone -sarebbe stato un errore gravissimo.

Mentre parlava, Falcone era pallido e concentratissimo ed io, nonostante cercassi di non farlo trasparire, ero scosso, impressionato dalle sue parole.

Continuai con le mie domande e gli chiesi, da buon garantista e primo firmatario del referendum sulla giustizia innescato dal caso Tortora, se il maxiprocesso a cui stava lavo­rando non rischiasse di fare la fine di quello di Napoli, in cui si erano arrestate persone totalmente estranee ai fatti, per grossolani errori di omonimia o per la stessa ambiguità delle dichiarazioni rese dai pentiti, delinquenti incalliti inopinatamente e, in molti casi, imprudentemente, elevati al ruolo di alleati dei giudici e della Giustizia.

La risposta di Falcone fu precisa,immediata, puntigliosa.

Mi spiegò che per indagare su “cosa nostra” era necessaria una grande preparazione, esperienza e professionalità. Che il rapporto con i pentiti non doveva mai trasformarsi in una relazione intimistica e personale e che ogni notizia fornita doveva essere esaminata e controllata ripetutamente, anche dagli altri investigatori, verificata sotto ogni profilo. Un solo errore, un abbaglio preso dai magistrati avrebbe, infatti, rischiato di screditare il lavoro di anni e di inficiare la credibilità delle indagini.

Non solo. Per guadagnare la fiducia di chi aveva deciso di rompere l’omertà era indi­spensabile rispettare la dignità del mafioso e non dare mai neppure l’impressione di voler piegare i fatti raccontati ad una tesi, ad una convenienza. Chiunque lo avesse fatto avrebbe perso il rispetto di questi uomini e, da quel momento ci si sarebbe potuto aspettare da loro solo inganni e bugie. Queste parole, questa prima lezione sulla mafia di Giovanni Falcone non l’avrei dimenticata.

Se ne ricordò, infatti, appena nominato Ministro della Giustizia chiamando Gio­vanni Falcone alla Direzione Generale degli Affari penali. Ci può parlare di quel periodo? Delle iniziative e delle idee di Falcone?
Far venire Falcone a Roma, a guidare la Direzione Generale degli Affari Penali, fu, in effetti, uno dei miei primi atti come Ministro Guardasigilli. Il maxiprocesso aveva supe­rato, nel frattempo, il vaglio del giudizio di primo e secondo grado, mostrando la solidità del suo impianto e la grande professionalità dei magistrati che ci avevano lavorato. Falcone portò al Ministero, però, non solo la sua grande conoscenza delle questioni di criminalità organizzata, di mafia, ma anche uno spirito nuovo.

Senza di Lui, questo va precisato subito, non ci sarebbero state probabilmente molte delle iniziative che assunsi in quel periodo: i provvedimenti antiracket, le leggi sui colla­boratori di giustizia, la Procura Nazionale Antimafia, il carcere duro per i mafiosi, il co­ordinamento internazionale con le polizie e le magistrature europee e con quella americana. Si era stabilita una forte sinergia ed una reale amicizia tra me e Giovanni. Na­turale, quindi, che cercassi di assecondare politicamente molte delle sue intuizioni. Mi preoccupai anche di chiedere, in quel periodo, al Primo Presidente della Corte di Cassa­zione, Brancaccio, di adottare un principio di rotazione nell’assegnazione dei processi di mafia e di terrorismo, a partire proprio dai ricorsi per il Maxiprocesso e dal caso Sofri.

Brancaccio mi ascoltò senza fare commenti, ma provvide ad introdurre quel criterio, a mio parere indispensabile per assicurare la massima trasparenza all’operato della Cas­sazione. L’idea della Procura Nazionale Antimafia la trassi invece da un progetto di legge presentato qualche anno prima dal Senatore Valiani.

La reazione dell’ANM a quell’idea fu veramente inaudita: venne proclamato addi­rittura uno sciopero, sulla base del timore che il nuovo organismo preludesse alla se­parazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e si scatenò una campagna di stampa senza precedenti contro la proposta di istituire una Procura Nazionale e di no­minare Falcone Procuratore. In particolare, si cercò di screditare Falcone in ogni modo, dipingendolo come un magistrato asservito alla politica, che aveva perso la sua indi­pendenza. Quando il CSM votò e indicò a maggioranza come Procuratore Nazionale Antimafia Agostino Cordova invece che Falcone, negai il mio assenso, indispensabile per il concerto e la nomina. Se non ci fosse stata Capaci, sono convinto che Falcone sarebbe riuscito a diventare, nonostante questo assurdo livore nei suoi confronti, Pro­curatore Nazionale Antimafia.

Il progetto di istituire una Procura Nazionale Antimafia divise, indubbiamente, la magistratura italiana. Lo stesso Borsellino, uno dei più cari amici di Falcone, non condivideva, almeno inizialmente, il progetto. Ecco, Paolo Borsellino. Non si può parlare in modo approfondito di Falcone senza parlare anche di Paolo Borsellino. Che ricordo ha di Paolo Borsellino?
Ebbi modo di incontrare e discutere approfonditamente con Paolo Borsellino dell’idea della Procura Nazionale. Era contrario, essenzialmente perché riteneva che il nuovo ufficio avrebbe generato una serie di complessi conflitti di competenza con le procure territoriali. Poi c’era, evidentemente, la diffidenza verso il possibile legame che questo ufficio avrebbe potuto determinare tra potere esecutivo e potere giudiziario. Nonostante ciò, la conver­sazione fu molto pacata e produttiva, probabilmente anche per l’amicizia che legava Bor­sellino a Falcone.

Dopo qualche tempo ci incontrammo nuovamente, ad un convegno organizzato a Racalmuto, la cittadina natale di Sciascia, e in quell’occasione emersero posizioni sostan­zialmente concordi sulla questione. Il problema era quello di organizzare non solo la ri­sposta dello Stato alla mafia, quanto soprattutto le sue iniziative di contrasto.

Affidare questa iniziative ai singoli sostituti, spesso isolati in piccoli uffici giudiziari, era pericoloso per l’incolumità dei singoli e per le istituzioni.

In questa occasione ebbi modo di apprezzare la grande onestà intellettuale di Borsel­lino, che si rese conto che l’iniziativa della super procura non costituiva un escamotage per subordinare la magistratura al potere esecutivo e che dietro questo progetto c’era solo l’idea da parte mia di trovare una formula organizzativa che consentisse una più efficace lotta a “cosa nostra”. Lo Stato, sino ad allora, aveva proceduto “a strappi” nei confronti della mafia, avviando iniziative saltuarie, e mostrandosi incapace di dare continuità alla propria azione.

La Procura Nazionale aveva appunto lo scopo di superare questo atteggiamento, que­sta mancanza di iniziativa e di continuità nell’iniziativa da parte dello Stato. Borsellino comprese che questi intenti erano assolutamente sinceri e mi apparse, francamente, molto rasserenato.

So che Le sto per fare una domanda dolorosa. Cosa provò quando seppe delle stragi di Capaci e di Via d’Amelio? Che impatto hanno avuto queste stragi, secondo Lei, sulla politica e sul paese?
Il pomeriggio del 23 maggio 1992 mi trovavo nello studio di Andreotti, in quel mo­mento Presidente del Consiglio, a discutere dei possibili scenari dell’elezione del Presi­dente della Repubblica. Andreotti sapeva che noi socialisti avremmo appoggiato la candidatura di Forlani e mi stava prospettando la possibilità, laddove Forlani non ce l’avesse fatta, di prendere in considerazione anche il suo nome.

Mentre discutevamo, lo chiamarono al telefono. Ascoltò senza dire nulla, poi, appena terminata la chiamata, mi disse che c’era stato un attentato a Palermo contro Falcone, ma che sembrava che il giudice fosse stato ferito in modo non grave.

Mi alzai subito e gli dissi che dovevo andare a Palermo per sincerarmi della situazione. Partii immediatamente con il volo di Stato da Ciampino.

Falcone, in realtà, era già deceduto e quando arrivai a Palermo non riuscii neppure a vedere il suo corpo e quello della moglie. Era uno spettacolo troppo raccapricciante, mi dissero. Tornai a Roma quella sera stessa. Nei giorni successivi si scatenò una ridda di ipotesi, di illazioni sulla dinamica dell’attentato che non sono ancora cessate.

Le indagini più recenti, e qui vengo alla seconda parte della domanda, tendono ad avvalorare l’idea che l’attentato a Falcone e quello successivo a Borsellino siano da inserire in una strategia di destabilizzazione dello Stato italiano, che in quel momento soffriva la crisi incombente della prima Repubblica e del sistema dei partiti, voluta da “cosa nostra” per individuare nuovi interlocutori politici.

È difficile elaborare una tesi coerente su quanto è successo, e forse bisogna anche dif­fidare di ricostruzioni troppo coerenti, considerate le contraddizioni e le casualità della vita. Se Falcone non fosse stato alla guida della macchina, ma al suo posto, nel sedile po­steriore, si sarebbe probabilmente salvato. Si è invece salvato il suo autista.

Certamente, però, possiamo affermare che la prima Repubblica sia caduta anche per quanto accaduto in Sicilia. L’onta di quelle stragi, il fatto di non essere riusciti a scon­giurare l’assassinio di Falcone e Borsellino, fu certamente un elemento che influì sulla dissoluzione di quel sistema politico. In realtà, la reazione dello Stato alle stragi fu im­mediata. Riuscii ad ottenere in tempi rapidissimi l’approvazione in Parlamento, pressoché unanime e quasi senza emendamenti, del cosiddetto decreto Falcone.

E l’applicazione di quei provvedimenti (carcere duro per i mafiosi, rafforzamento della legge sui pentiti, prolungamento dei termini di indagine e custodia cautelare per gli im­putati di mafia, trasferimento dei boss sulle isolette, Pianosa e Asinara) fu certo determi­nante per rilanciare l’azione dello Stato contro “cosa nostra”.

I giovani sono oggi in prima linea nel combattere la mafia e sono soprattutto i giovani a serbare la memoria e a cogliere il senso del sacrificio di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Tanti giovani hanno intrapreso carriere nelle forze di polizia e in magistratura per assecondare l’esempio morale di questi due eroi del nostro tempo. Che conseguenze hanno avuto, secondo Lei, sulla nostra cultura le stragi di Capaci e di via d’Amelio?
Tra i nostri giovani e la memoria di Falcone e Borsellino si è creato un rapporto pro­fondo, commovente. Ogni volta che ho avuto modo di partecipare a riunioni, a manife­stazioni di giovani in ricordo di Falcone e Borsellino ne ho tratto un sentimento di sollievo, di speranza. In realtà, le stragi hanno amplificato e diffuso enormemente il loro messaggio, le loro idee, determinando culturalmente un terremoto, in cui, finalmente, “l’antipadrino”, il servitore dello Stato, il magistrato è divenuto più popolare del padrino. Questa sconfitta culturale della mafia è recente e il sacrificio di Giovanni e di Borsellino è stato, in realtà, determinante.

Un’ultima domanda. Immagino che Falcone e la sua vicenda umana e profes­sionale siano tornati molte volte nella sua vita e nei suoi pensieri. Oggi, dentro di Lei, cosa è rimasto di quella stagione e di quel rapporto?
Innanzitutto la consapevolezza che la battaglia contro l’esercito mafioso, contro quella cupola, contro Riina, Brusca e Aglieri, contro la “cosa nostra” di allora, è stata vinta dallo Stato, proprio grazie al sacrificio di Falcone e di Borsellino. Poi la lezione fondamentale di Giovanni Falcone, che il potere della mafia è la paura, una paura che nasce dalla morte. Se la mafia può fatturare miliardi, è perché fattura migliaia di morti. Oggi giovani, uomini e donne comuni, magistrati e poliziotti ricordano, in tutto il mondo, Giovanni Falcone per la sua intelligenza e il suo coraggio.

Grazie a Giovanni milioni di italiani e di siciliani hanno riconquistato la loro identità morale, hanno potuto, a ragione, tornare ad avere un loro orgoglio nazionale, qualcosa in cui credere senza dubbi. 

(Il profumo delle libertà )

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