È la fine dei partiti?

By Redazione

maggio 21, 2012 politica

Non erano necessarie le elezioni per capire che erano già tutti finiti da un pezzo. È già finito l’Udc – e con lui il terzo polo – visto che non si rivela in grado di spostare voti nemmeno in quello che doveva essere il suo grande momento. È finito il Pdl, dove la leadership di Alfano ha mostrato di non essere in grado di sopperire alla frana iniziata con la fine del governo Berlusconi. E finito è pure il Pd, che sicuro di “una svolta a sinistra dell’Europa” e di una (puntualmente mancata) “vittoria alla Hollande”, dimentica di essere l’unico partito in grado di perdere le sue stesse primarie e si prepara ad essere il prossimo bersaglio della valanga. C’è tanto da rottamare, e il consenso ai grillini dalla facile risposta e dal giudizio perentorio non sarà d’aiuto.

Finiti i partiti, finiscono anche gli elettori, stanchi di metabolizzare cantonate, trovatisi nella paradossale situazione di dover gioire della scomparsa di governo eletto per abbassare le tasse a favore di uno imposto che invece le tasse le ha aumentate. Ma con scarsi risultati, perché da che i professori sono saliti in cattedra, oltre a fermare solo temporaneamente la scomposta rotta italiana, non hanno ancora prodotto misure adeguate per rimettere in moto un meccanismo immobile da anni.

La ventata di ottimismo arrivata con il nuovo governo si è infatti esaurita alle prime ambiguità e i primi errori. Rimangono le tasse e la recessione, e si aggiungono i suicidi. I centristi, che hanno giurato fedeltà a Monti nel buono e nel cattivo tempo, pagano anche questo, insieme a una evidente mancanza di personalità. E – si chiede l’elettore – se non ce l’ha fatta lui, il mitico e mitologico professore, l’uomo con il consenso bulgaro, chi mai potrà farcela?

L’Italia può contare solo su se stessa. La retorica europeista, palesatisi gli errori di una moneta unica che non può contare su una complementare politica comunitaria, non può più essere un’alternativa concreta se non per le faccende che la riguardano più strettamente. Insomma, conviene non illudersi: i problemi italiani sono problemi italiani, e non saranno le politiche europee a risolverli. Non ridurranno la spesa pubblica cancerosa e cancerogena, non elimineranno l’ottusità del macigno burocratico, non diminuiranno la disoccupazione, non risolveranno i problemi degli esodati né degli imprenditori.

Solo la politica può fare tutto questo. A patto però di sacrificarsi, snellirsi, limitarsi, dare un segnale che continua a mancare. E con lei lo devono fare la burocrazia e tutto l’impianto statale.

Ma può darsi che sia davvero inutile sperare che i partiti abbandonino da soli le prerogative che hanno assunto in questi anni, che sia improbabile che il burocratemaximolimiti lo strapotere dei suoi simili e che lo stato rinunci alla sua natura famelica e incontinente.

E’ per questo che è tutto finito, ma tutti ancora galleggeranno. Arriverà qualcuno che porterà una qualche novità, e seguaci da una parte e detrattori dall’altra rimarranno ancora tutti a galla. E la storia si ripeterà. Speriamo solo, e speriamo davvero, che non sia un nuovo inizio di una nuova, rinviata, fine.

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