L’ultima bandiera del calcio moderno

By Redazione

maggio 19, 2012 Cultura

Questo articolo parla di me, di un ragazzo qualunque nato nel 1983. E di Alessandro Del Piero, di quello che il numero 10 della Juventus ha rappresentato per me. Con il suo allontanamento ci lascia il più grande campione della storia della Juventus, ma mi abbandona anche qualcosa che per me è ben più importante. Ricordo ben poco dei miei primi anni di vita. E farei fatica anche a ricordare cosa ho mangiato ieri a pranzo. Però i miei primi ricordi vividi e reali riguardano un ragazzo che nel 1993 arrivò a giocare nella squadra che mio papà mi ha insegnato ad amare. Del Piero portava con sé la pulizia, l’incoscienza, la freschezza e la forza dirompente della gioventù. Era il predestinato che si affacciava in prima squadra grazie al suo talento grezzo e straordinario. Non ho mai amato Baggio, perché Baggio non è mai stato una bandiera. Era il traditore che si rifiutò di calciare un rigore contro la sua ex squadra. Baggio per me sarà negli anni successivi l’ombra pesante e disturbante che offuscherà la stella di Del Piero in Nazionale.  

Del Piero era già il mio giocatore preferito quando nel settembre del 1993 segnò il suo primo gol contro la Reggiana. Quando, il 4 dicembre del 1994, segnerà uno dei gol più belli della storia del calcio tutto il mondo comincerà ad accorgersi di Alessandro Del Piero.Ricordo che il mio migliore amico dell’epoca, era il ’95 o il ’96, possedeva una figurina di Del Piero con la maglia del Padova. Ai miei occhi era il Santo Graal. Dopo settimane di insistenza ottenni il prezioso cimelio, sicuro che lo avrei adorato e conservato fino alla morte. Pochi mesi dopo, ero in gita scolastica, estrassi dal portafoglio la figurina per cercare di “conquistare” la mia prima cotta, anche lei juventina e delpierista devota. Non mi ero svegliato di certo con il pensiero di privarmi di tale tesoro, ma quando lei mi chiese la figurina in regalo trovò un ragazzino ingenuo ed infatuato ben felice di farle quel dono immenso. Essendo la vita ben diversa da un film, non ottenni in cambio neanche un bacio sulla guancia.

Questo episodio avrebbe dovuto insegnarmi qualcosa sul potere magnetico ed occulto delle donne, ma questa lezione non l’ho imparata tanto bene. Preferisco pensare che quel gesto sia la dimostrazione di quanto peso e quanta dedizione avrei dato negli anni successivi all’amore. Spero che “lei” conservi ancora quella figurina, che ricordi almeno il nome del donatore. Gli anni passavano e Del Piero trascinava la Juventus ad importanti vittorie. Ricordo le attese di un ragazzo timido e solitario che aspettava i mercoledì di Coppa dei Campioni per ammirare Del Piero e la Juventus. Per veder nascere i “gol alla Del Piero”. Ricordo le giornate senza voce a causa delle urla incontrollate dopo i gol di Del Piero. Anche oggi, come allora, ai gol della Juventus sono molto felice. Quando segna Del Piero… di più. Sono sicuro che la mamma, che non guarda le partite insieme a me e papà, abbia sempre capito quando segnava Del Piero riconoscendo la mia esultanza. Ricordo che papà fu ben contento di sfidare le ire di mamma concedendomi di rimanere a casa e saltare un giorno di scuola la mattina del 26 novembre del 1996. Io a casa e mio fratello a scuola, ovviamente. Del Piero sul tetto del mondo.

Nel 1998 Del Piero è, insieme a Ronaldo, il giocatore più forte del mondo. Io cresco insieme a lui, ma sono sempre un timido ragazzino del liceo. Ricordo esattamente dov’ero e cosa pensai l’8 novembre del 1998, quando Alessandro si ruppe il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro: “vorrei poter fare a cambio di ginocchio, a me il tuo rotto, a te il mio sano”. Questo era il mio cruccio più grande quando avevo 15 anni, le vessazioni dei bulletti e gli amorini mai ricambiati erano problemi assolutamente secondari. Della disgraziata stagione 1999-2000 ho un ricordo molto nitido di Del Piero. Fu l’anno della vergognosa partita a palla a nuoto di Perugia, ed anche uno degli anni meno brillanti di Del Piero, che non riusciva a segnare su azione, anche a causa dell’egoismo di Inzaghi (quanto l’ho odiato!).

Era una partita di metà campionato, contro il Bari o il Lecce, non ricordo, e dopo l’ennesimo gol sbagliato Del Piero andò sotto la curva dei suoi tifosi, alzò entrambe le braccia come a chiedere scusa. Ho le lacrime e la pelle d’oca ancora oggi se ci ripenso. Ma i tempi bui passeranno in fretta (anche per me, che durante gli anni universitari ero un grammo più popolare e un etto più sicuro di me). Dopo il secondo, sfortunato, anno di Ancelotti ci sarà il Lippi bis e l’indimenticabile 5 maggio 2002. Gol di Alex e David contro l’Udinese e sconfitta dell’Inter in uno Stadio Olimpico di Roma tutto neroazzurro. Sono pochi i momenti di pura, assoluta felicità nella vita di ogni uomo. Quel giorno per me fu uno di quelli. Ricordo che ero a casa con mamma, papà ed un caro amico. Chi mi conosce sa che vedermi spogliare e restare in mutande per la felicità è un evento più unico che raro, oltre che esteticamente poco edificante. E si arriva in un attimo agli anni recenti, le tempeste emotive dei vent’anni sono scandite dalle vittorie e dalle emozioni regalate dai Nedved e dai Trezeguet, dai Buffon e dai Camoranesi. Sopra tutti, sempre Del Piero. E i tentativi, generalmente inutili, di spiegare alle ragazze che cosa era Del Piero già allora per me e perché potevano avere il mio cuore al 100%, ma non durante i 90 minuti settimanali di Juventus. 

Già sette o otto anni fa, Del Piero era la Juventus. Andrea Agnelli probabilmente sognava di essere Del Piero. Io non ho mai sognato di essere Del Piero. Se il fato o il caso mi avessero voluto calciatore, sarei stato un Torricelli o un Maresca. Magari uno un po’ limitato, ma che ci metteva il cuore. Del Piero, come Scirea, appartiene ad un mondo a parte. Un mondo in cui se ti capita di ricevere uno schiaffo da un avversario ubriacato dai tuoi dribbling, tu rispondi con un applauso. Un mondo in cui anche se puoi permetterti tutto, perché sei ricco, bello, popolare e forte, non rilasci mai una dichiarazione fuori posto, non insulti l’arbitro, non sputi agli avversari, ti fai espellere una volta ogni dieci anni. Del Piero è l’uomo che il 17 maggio del 2008, ultima giornata di campionato, era in corsa per il titolo di capocannoniere insieme a Borriello e al compagno di squadra Trezeguet. Prima della partita i due juventini erano a quota 19 gol. Del Piero segna un gol e va a 20, poi si procura un rigore e lo cede all’amico David. 20 a 20.

Nel secondo tempo si procura un altro rigore e chiude il campionato in vetta alla classifica marcatori. Nessun giocatore al mondo avrebbe ceduto il primo rigore al compagno di squadra. Del Piero ha seguito la Juventus anche in serie B, quando Farsopoli ha spazzato via la squadra più forte d’Europa perché i nuovi poteri forti avevano deciso così. Ha segnato caterve di gol riportando la Juventus ai vertici del calcio italiano. Se ci è voluto un po’ di tempo non è certo colpa sua. Negli ultimi 10 anni (senza considerare il campionato del trentesimo scudetto) è stato sempre il miglior marcatore stagionale della Juventus, addirittura capocannoniere in serie B e l’anno dopo in serie A. Negli anni 2000 sono cresciuto e diventato uomo, mi sono laureato ed ho assaggiato fin troppe volte i tanti bocconi amari che la vita ci riserva. E spesso l’unica consolazione in periodi bui era vedere che Del Piero era ancora lì a lottare, anche contro piccoli uomini che sceglievano di umiliarsi lasciandolo in panchina per far spazio agli Amauri e agli Iaquinta di turno. Anche quando sono stato lontano dalla mia famiglia o dalla mia città, ho sempre vissuto dei momenti indimenticabili. Come il 5 novembre 2009, quando la Juventus vinse al Santiago Bernabeu grazie a due gol di Del Piero. 

La standing ovation che gli riservò il pubblico madridista rimarrà uno dei punti più alti della lunga carriera del nostro Capitano. Erano passati circa 5 anni da quando uno dei suoi tanti odiatori di professione scrisse queste parole in un articolo che ancora conservo: «è vero che ci sono partite in cui è ancora determinante. Ma succede anche a Chiesa e Riganò, a Bonazzoli e Pellissier. Auguro a Del Piero il bene che lui vuole per sé, ma il pensiero del calcio oggi è che lui sia un campione stanco, sfinito di infortuni e che comunque sia già andato oltre i suoi limiti». L’autore dell’articolo è diventato opinionista principe di Sky, dove continua da anni a guidare il folto drappello degli odiatori di Del Piero. Otto anni dopo quell’articolo, Del Piero solleverà al cielo il suo ottavo scudetto. Storia di pochi giorni fa. E chiunque voglia trovare un’immagine di copertina per lo scudetto della terza stella, sa che il gol da scegliere, il più importante, quello che ha inciso di più, porta le firma di Alessandro Del Piero (11 aprile 2012, Juventus 2 – Lazio 1).

In quest’ultimo anno Del Piero ha giocato pochissimo. Meno di quanto avrebbe meritato. Conte ha scelto evidentemente di eseguire gli ordini del padrone Agnelli. Io al posto di Conte avrei agito diversamente, avrei favorito maggiormente il rinnovo del contratto di Del Piero. Di certo non avrei umiliato il Capitano concedendogli un minuto in una partita o tenendolo in panchina per 20 partite di fila. Le poche volte che è sceso in campo è stato spesso decisivo, ha lottato come un vecchio leone. Oltre ai 5 gol voglio ricordare la partita contro l’Inter all’andata. Entrato a pochi minuti dalla fine ha subito tre falli ed ha contribuito a far passare il tempo per difendere il prezioso vantaggio. Come un gregario qualsiasi. Con la cacciata di Del Piero dalla Juventus mi aspetto ancora alcune delusioni. Su tutte, l’amarezza nel guardare la Juventus e pensare che lui non potrà più giocare. Il disgusto nel vederlo con un’altra maglia. Il ricordo di ciò che Del Piero è stato per me, di quello che ha rappresentato, rimarrà per sempre. Oltre a quelli che ho raccontato qui, avrò altre decine di aneddoti ed episodi da raccontare a chi vorrà starmi a sentire. Con Del Piero se ne va un gran signore, un fuoriclasse, un esempio, un compagno di migliaia di ore della mia vita. Sono triste perché, a 29 anni, dico addio al bambino che sognava guardando la figurina di Del Piero, al ragazzo che l’11 aprile di quest’anno, quando il telecronista diceva «calcerà Pirlo», diceva: «papà, questa la batte Del Piero e sarà il gol dello scudetto». Ma soprattutto dico addio mia giovinezza.

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