Spending review: modelli a confronto

By Redazione

maggio 17, 2012 politica

In Italia si parla già da tempo di abbandonare i tagli lineari della spesa pubblica e di perseguire una più efficiente allocazione delle risorse attraverso la cosiddetta spending review. Questo meccanismo è utilizzato in particolare dal Regno Unito e in sintesi funziona così: il ministero del Tesoro fissa, ovviamente sulla base di indicatori e di indirizzi politici, obiettivi triennali di spesa per funzioni.

Questi obiettivi vengono rivisti ogni due anni, per quanto riguarda le spese dei dipartimenti che gestiscono i centri di costo, e due volte l’anno (a dicembre e in aprile quando si approva il bilancio annuale) per le spese nel welfare e quelle degli enti locali. Non c’è un vero è proprio bilancio di previsione, così com’è il nostro con tutte le sue rigidità, e c’è quindi la possibilità, durante la spending review, di riallocare facilmente le risorse. In Gran Bretagna vi sono regole particolari riguardanti il rapporto deficit/Pil e il rapporto debito/Pil. Quest’ultimo non deve superare il quaranta per cento, considerando però che esiste una golden rule che esclude da quel rapporto le spese per investimenti.

In Italia negli ultimi anni c’è stato un abuso di tagli lineari e si è tentato, con numerose difficoltà, di superare per l’allocazione delle risorse il criterio della spesa storica e di omogeneizzare l’acquisto di beni e servizi tra le varie regioni. La nostra legislazione non consente di adottare la spending review britannica. Ma il governo Monti ha avviato una “spending review all’italiana”, chiedendo al ministro Giarda un report sulle spese dello stato per vedere dove si possono ridurre senza diminuire la quantità disponibile di beni e servizi, eliminando inefficienze e storture.

Il report è stato presentato a fine aprile. In esso si sostiene che nel medio periodo si può agire su 295 miliardi di spesa rispetto a un totale, interessi sul debito inclusi, di 800 miliardi circa. Non si può considerare tutta la spesa perché naturalmente vi sono voci, come pensioni e servizi essenziali, difficilmente comprimibili. Nel breve periodo, invece, la spesa “rivedibile” ammonta a circa 80 miliardi di euro. Nel report si sottolinea che negli ultimi 30 anni la spesa per scuola, sanità, difesa, giustizia e sicurezza è cresciuta più rapidamente dei costi di produzione dei beni di consumo privati: rispetto a questi ultimi è cresciuta infatti il 28 per cento in più. Si tratta di cifre importanti ed è già un grande passo avanti aver messo in luce questi numeri. Nella direttiva e nel decreto legge approvati a seguito del report si stabilisce che nel 2012 le spese devono essere ridotte di 7,2 miliardi di euro (la cifra di 4,2 miliardi di cui si è molto parlato nei giorni scorsi si riferisce ai sette mesi ancora rimanenti). Gli stessi dispositivi indicano anche su quali terreni bisogna agire per tagliare le spese: locazioni degli edifici pubblici; gestione della rete degli uffici e dei distaccamenti di vari enti e ministeri; riorganizzazione del personale adottando anche innovazioni di processo. Sempre per tagliare le spese il governo si è posto anche l’obiettivo di gestire in maniera più efficiente, visto l’aumento sconsiderato dei costi, l’acquisto di beni e servizi da parte delle amministrazioni.

La nomina di Enrico Bondi quale commissario ha appunto lo scopo di definire i prezzi standard nell’acquisto di beni e servizi. Tutte ipotesi di intervento lodevoli, in passato mai adottate veramente. C’è però il rischio che, nonostante l’importante avvio della revisione della spesa, senza mutamenti nella legislazione che favoriscano l’adozione della spending review, avvicinandoci così all’ordinamento UK, e senza un progetto a lungo termine, la stessa spending review finisca per arenarsi, complici le numerose resistenze che la osteggiano. In questo senso il governo avrebbe dovuto dimostrare più coraggio nel definire i tagli e  nell’adozione dei costi standard utilizzando anche gli strumenti previsti dalla legge sul federalismo.

(Qdr magazine)

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