La Bce silura la Croazia

By Redazione

maggio 17, 2012 Esteri

La Croazia è indietro nel processo di integrazione con le strutture europee. Questo si evince dal documento “restricted” che circola negli ambienti della Banca Centrale Europea: un “Enlargement Master Plan” dedicato alla Banca Nazionale Croata, CNB nell’acronimo inglese. Il documento, una serie di fogli schematici ma densi di informazioni, rappresenta in pratica la roadmap delle azioni che la Cnb dovrebbe compiere al fine di “pareggiare” la propria situazione con gli altri paesi dell’Unione.

Si tratta di oltre quaranta voci contraddistinte da una colorazione di base: verde se l’azione è stata portata a compimento con successo, gialla se il processo è in corso, rosso se non si è ancora presa in considerazione l’azione prescritta. Inutile sottolineare, ad una prima visione del paper, come non ci sia neanche una luce verde in questo lungo elenco. Un insieme di voci particolari, alcune anche pittoresche. Si va dalla preparazione dei sistemi informativi per collegare il sistema economico croato a quello europeo, per passare poi all’implementazione della politica economica croata in rispetto di quella europea, passando per l’aggiornamento tecnico degli uffici statistici. Si attraversano una serie di disposizioni sull’emissione e la coniazione delle nuove monete, sulla messa in sicurezza del sistema bancario croato al fine di evitare truffe e falsificazioni. Chiaramente vengono richieste anche una serie di prestazioni legate alla trasmissione di dati in via biunivoca con le istituzioni centrali dell’Ue: ed ecco apparire determinati compiti legati all’integrazione dei database finanziari della Cnb alla Bce, passando per alcuni obblighi sulla comunicazione tra istituzioni.

Non mancano poi disposizioni un po’ particolari, come dicevamo: tre voci sono dedicate alla traduzione di una serie di documentazioni sia finanziarie che legali dal croato all’inglese ed al francese e viceversa, altre cinque o sei alla realizzazione di un sistema di trasmissione informatica di dati mediante la realizzazione di appositi indirizzi mail per facilitare l’interscambio con i vertici di Bruxelles, senza dimenticare altre disposizioni sulla creazione di una rete di mail criptate e sull’installazione di una serie di software dedicati alla compilazione di report tra Zagabria e la Bce (altre sei-sette voci). C’è anche una parte di “indottrinamento” e di indirizzo, se così vogliamo dire: la Bce infatti mette, tra gli obiettivi della roadmap, tutta una serie di prescrizioni riguardanti la diffusione della sensibilità sull’acquis communautaire tra gli operatori della Cnb e affinché questi riescano a comunicarne l’importanza agli operatori finanziari presenti sul mercato croato.

Un documento appunto lungo e molto dettagliato, tutto volto ad inquadrare il sistema finanziario della Croazia all’interno di quello europeo, facilitando la comunicazione ed imponendo paletti e limiti necessari per l’interpolazione del sistema economico locale con quello continentale. I cittadini croati hanno votato, lo scorso 22 gennaio, il referendum che conferma l’adesione del paese balcanico all’Unione. Un risultato di ampia maggioranza popolare, dato che il “sì” ha raccolto una percentuale superiore al 66%. Un esito dato per scontato già da molti mesi, visto l’indirizzo espresso e promosso dal presidente Ivo Josipovic, che si dimostrava raggiante il giorno delle votazioni: “È un gran giorno per la Croazia, sono felice perché presto l’Europa diventerà la mia casa”, commentava appena dopo le prime proiezioni che facevano del suo paese il secondo (dopo la Slovenia) a fare il suo ingresso nell’Unione tra quelli nati dopo la dissoluzione della federazione jugoslava. A tutto svantaggio della Serbia, sempre più emarginata ed in attesa del ballottaggio per le presidenziali. Un voto che l’Europa attende con interesse: se verrà rieletto Boris Tadic allora da Belgrado arriveranno segni sempre più decisi in favore di Bruxelles, mentre in caso di successo dell’avversario nazionalista Tomislav Nikolic si potrebbe avere un ripiegamento su posizioni “isolazioniste”.

Slovenia, Croazia, forse domani la Serbia e dopodomani la Bosnia-Erzegovina: mercati che da sempre hanno interessato e interessano la Germania. Basta farsi un viaggio in tutta l’ex-Jugoslavia: nelle località turistiche i visitatori sono per la maggior parte tedeschi; le automobili vendute sono quasi tutte tedesche. La Golf è la macchina più diffusa: sia nelle ultime versioni (a Zagabria e a Lubiana in particolar modo), sia per i modelli usati. Chi è stato almeno una volta in Bosnia ha potuto vedere il fiorente mercato di auto tedesche usate, le uniche che gli abitanti di Sarajevo e dintorni possano permettersi. La Germania ha il know-how per monopolizzare integralmente un mercato di quasi trenta milioni di persone che già subiscono il fascino per il prodotto teutonico, automobili, televisori o telefoni cellulari non importa.

Non è neanche casuale che moltissimi calciatori provenienti dalla ex Jugoslavia siano impiegati in formazioni tedesche: l’ultima spedizione della nazionale croata (quella che ha affrontato la Turchia nello spareggio per accedere agli Europei) vedeva otto dei ventiquattro convocati appartenere a squadre della Bundesliga e la stessa cosa può dirsi per la nazionale bosniaca, a testimonianza di un interesse sempre vivo per le questioni della ex federazione titina. Peccato che la risposta però, come abbiamo visto dalle risposte della CNB alle disposizioni della Bce, sia ancora insufficiente se non addirittura evanescente. Piccoli compitini, come installare dei software o creare dei canali e-mail riservati sono ancora inevasi. I croati comprano il know-how tedesco ed europeo, ma ne ignorano le funzionalità ritardando il loro processo di integrazione che dovrà concludersi, per forza di cose, entro Luglio 2013, data dell’ingresso ufficiale nell’Unione.

Ci vengono in mente allora molte cose sulla Germania, senza voler risultare complottisti ma semplicemente unendo i tanti puntini sulla carta geografica del Vecchio continente. Pensiamo all’allargamento forzato ad est, verso mercati che sono da sempre preda dell’economia tedesca, con un’indulgenza (ed ecco il caso croato) volta a favorirne un ingresso a volte irresistibilmente naif ed affrettato. Pensiamo al caso Turchia in Europa: due milioni di migranti turchi vivono attualmente in Germania. Anche qui il calcio ci è d’aiuto: la nuova stella del pallone tedesco si chiama Mesut Ozil, gioca nel Real Madrid e sarà il giocatore di punta della Fussbalnationalmannschaft ai prossimi europei. Ozil è nato a Genselkirchen ma è di chiare origini turche e tra i due paesi i rapporti sono sempre più stretti; c’è un mercato da finire di conquistare anche lì, con buona pace dei diritti umani e della irrisolta situazione dell’etnia curda.

Intanto nel resto d’Europa però la crisi si fa sentire, e i tedeschi cercano di imporre quella linea rigorista che sta facendo ancor più sprofondare paesi membri come Italia e Grecia. E se Roma ancora deve capire come andrà a finire, ad Atene già si stanno attrezzando per il default e l’uscita dall’Euro: le recentissime elezioni hanno creato un quadro di pura instabilità ed incertezza politica ancor prima che economica. Per la prima volta si potrebbe parlare di “restringimento” e non di “allargamento” dell’Unione: è questa l’Europa a due marce che il processo di integrazione ha tanto propugnato proprio per velocizzare l’ingrandimento della macchina? Nell’anno di grazia 2012, quello dei Maya per intenderci, l’Europa sembra un congegno sovradimensionato e pletorico, pronto ad implodere sotto le proprie gambe. Per la prima volta i paesi fondatori vedono cedere le basi del proprio lavoro. Le forzature tedesche, sia rigoriste che “aperturiste” non danno certo una mano a chi, in questa Unione, ancora ci crede.

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