Il giorno che sfigurarono la Pietà

By Redazione

maggio 17, 2012 Cultura

Erano le 11,30 del 21 maggio 1972. La basilica era stracolma di persone. Ai turisti che sciamano quotidianamente tra i capolavori del più grande luogo di culto della cristianità, si aggiungevano in quella sentita festività i romani che si erano recati nella “loro” chiesa per partecipare alla messa di precetto in uno dei 44 altari.

A mezzogiorno esatto, per tutti, l’appuntamento dell’Angelus, quando il papa si sarebbe affacciato dalla finestra del suo studio privato per il tradizionale colloquio, saluto e benedizione ai fedeli convenuti nell’enorme piazza del Bernini. Il trambusto che stava montando nella prima cappella della navata di destra sembrava la semplice confusione creata dal mulinello della folla che entrava e che usciva dalla basilica. Ma il brusio ben presto si tramutò in clamore, segnalando che stava succedendo qualcosa di insolito, di incredibile e di doloroso.

Succedeva che qualcuno aveva scavalcato la bassa balaustra che limitava la cappella della Pietà e  si stava accanendo contro la statua della Madonna con il Figlio morto sul suo grembo. Aveva  gli  occhi spiritati e gridava a squarciagola: «I am Jesus Christ!!!», “Sono Gesù Cristo”, e intanto sferrava, con martello di ferro di quattro chili, violenti colpi sull’immagine di Maria facendo schizzare tutt’intorno scaglie di quel prezioso marmo. Almeno una quindicina di colpi. Uno, più mirato e devastante degli altri, aveva staccato il braccio sinistro all’altezza del gomito: il pezzo, infrangendosi sul pavimento, si era ulteriormente frantumato spargendo per terra le delicate dita, spezzate in più punti. Orribilmente sfregiati erano anche il naso e la palpebra dell’occhio sinistro della Vergine.

Quindici interminabili minuti: tanti ne passarono prima che, superata la sorpresa e lo shock, il folle fosse fermato e immobilizzato per iniziativa di un giovane carabiniere in viaggio di nozze, a vergogna  della  pletora  di  vigilanti,  in  severa  divisa  nera,  che avrebbero dovuto tutelare la sicurezza di cose e persone. Tutte le polemiche che avevano preceduto e accompagnato la trasferta americana della Pietà acquistavano ora un sapore amaro: si “scoprì” che la statua era più indifesa e più esposta a ogni tipo di rischio proprio a casa sua.

Eccolo lì, come vogliamo chiamarlo?, il vandalo, l’attentatore, il giustiziere, il profeta maledetto… Alto, capelli neri lunghi, barba e pizzo mefistofelico. Con l’espressione sconvolta, il ghigno satanico, l’aria soddisfatta, continuava a proclamare la propria identità divina. Si seppe che era un geologo australiano di origine ungherese, come denunciava il suo nome, Laszlo Toth.

Aveva 33 anni: per ironica o diabolica coincidenza era dunque coetaneo del Cristo che giaceva nella quiete della morte sul grembo della Madre. Era un isolato, e non vi era ombra di dubbio sulla sua follia, per cui fu internato per un anno in un manicomio, dopodiché fu estradato in Australia e di lui si sono perse le tracce.

Ma se l’esito criminale e giudiziario fu piuttosto semplice, molto più complessa e lacerante fu l’analisi morale e teologica avviata dallo stesso Pontefice. Paolo VI fu visibilmente scosso dalla vicenda, si recò immediatamente a verificare la portata dei danni e soprattutto a pregare per chiedere perdono, caricando su di sé la colpa del sacrilegio, e per esorcizzare la malefica azione. Sì, esorcizzare: perché il papa considerò l’episodio un ennesimo segnale dell’offensiva di Satana, il cui intervento aveva già individuato nell’attentato che egli stesso aveva subito un anno e mezzo prima (il 27 novembre 1970) durante un viaggio a Manila, nelle Filippine. Da quella movimentata Pentecoste del 1972, quel papa sensibile fino alla sofferenza e di solida e raffinata cultura  accelerò la sua drammatica riflessione sulla presenza del diavolo nel mondo contemporaneo, che teorizzò qualche mese dopo, provocando non poco sconcerto, sgomento e anche derisione. Che fosse stato o no ispirato dal maligno, enorme fu lo shock provocato nell’opinione pubblica mondiale dall’oltraggio subito dalla Pietà, insieme simbolo religioso e inestimabile opera d’arte.

L’attentato è il più grave tra quelli realizzati nella basilica vaticana, che per la verità sono molto pochi considerato il numero di tesori artistici contenuti e il continuo e sostenuto flusso di visitatori, fedeli e turisti di ogni parte del mondo, che l’affollano quotidianamente. Un paio di anni prima un tedesco aveva rotto due dita della statua di papa Pio VI in ginocchio, che era collocata nella Confessione di fronte alla tomba di San Pietro, opera dello scultore Antonio Canova nel XIX secolo. Nell’Ottocento un altro attacco era stato subito dalla Pietà, con l’amputazione della mano sinistra della Madonna.

Per il resto l’aneddotica, più che la storia, registra maliziosamente un certo numero atti blasfemi provocati dal feticistico amore verso una statua. Il bersaglio preferito è stata la Verità-Giulia Farne- se “la Bella”, amante di Alessandro VI Borgia e promotrice della carriera del fratello rappresentata nuda nella tomba di Paolo III Farnese, alla destra nell’abside della Basilica, tanto che alla fine si decise di “vestirla” con una lamina di metallo bianco. Di altret-tanto impudiche attenzioni sono stati più volte oggetto i delicatie sensuali Geni della Morte della Tomba degli Stuart, di Antonio Canova. Ma i danni erano stati solo – diciamo così – morali e sono stati emendati con un appropriato e riservato rito di purificazione della basilica. Questa volta, invece, il restauro risultò una vera impresa, nella quale sotto l’impulso dello stesso papa, si cimentò una squadra altamente specializzata di restauratori, guidata dal direttore dei Musei Vaticani, il professor Deoclecio Redig de Campos. L’operazione iniziò lo stesso giorno dell’attentato. Con estrema delicatezza e meticolosità, brandendo piumini di varie dimensioni, i funzionari del Vaticano raccolsero più di 50 schegge di marmo.

Alcuni frammenti furono addirittura recuperati dalle sgocciolature  di  cera  delle  candele  che  circondavano  la  Pie- tà. Altri tre furono riconsegnati da parte di turisti che li avevano portati via come souvenir. Per fortuna, negli anni Quaranta era stata realizzata una copia accuratissima, un calco di gesso a grandezza naturale, che era stata esposta durante la permanenza dell’originale a New York e che attualmente è esposta nelle sale del Tesoro di San Pietro. Approfonditi rilievi radioscopici era stati effettuati alla vigilia della partenza per l’America, nel 1964. Gli esperti avevano, dunque, gli elementi di conoscenza necessari per identificare con precisione la collocazione di ogni frammento prima di iniziare il lavoro di
restauro, attaccando i vari pezzi di marmo con uno stucco di polvere di gesso e resina. Operando a ritmi necessariamente lenti ma serrati e senza tregue, dopo sette mesi, all’inizio di gennaio 1973, la Pietà restaurata fu restituita alla devozione e al godimento artistico del mondo intero.

Ma…, sì, c’è un grande “ma”. Per evitare il ripetersi di atti di vandalismo, l’ingresso della cappella è stato completamente isolato con una grande lastra di plastica trasparente antiproiettile. Ne è risultata peggiorata la visibilità, che già non era eccezionale, e la statua sembra più lontana, in una gabbia che la protegge ma la isola. Una sorte che sarebbe insopportabile in un museo, ma aggiunge oltraggio all’oltraggio in un luogo di culto, il massimo santuario del cattolicesimo. Forse è giusto così, probabilmente è stato inevitabile farlo come reazione all’attentato, resta però l’amaro della resa al male, con o senza “m” maiuscola.

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