Battaglie liberali per conto terzi

By Redazione

maggio 15, 2012 politica

Brodosi sentenziatori di professione come Roberto Saviano e Fabio Fazio scoprono gli «artigiani eroi», mettendo un cappello radical chic ad una delle storiche battaglie liberali, quella della difesa della piccola e media impresa dai salassi di stato. Nello stesso momento, a Napoli, a condurre la rivolta popolare contro le malefatte di Equitalia sono la Rete dei Comunisti, i centri sociali e le variopinte frange dell’antagonismo organizzato. Su tutti svetta il comico genovese Beppe Grillo, unanimemente riconosciuto come l’avatar dell’antipolitica italiana, che riscuote applausi scroscianti al grido di «Ci stanno suicidando. Siete sicuri che se pagassimo tutti le tasse, questo Paese sarebbe governato meglio? Ruberebbero il doppio». C’è qualcosa che non quadra. Se un elettore liberale fosse caduto i coma farmacologico il 16 novembre del 2011 e si fosse risvegliato stamani, nello sfogliare i quotidiani crederebbe di soffrire ancora dei postumi del suo cocktail di analgesici.

Specie nel leggere che cosa fa nel frattempo il Pdl, che preferisce continuare a restare dalla parte dei “cattivi”, seppur con tanti se e tanti ma. Le supercazzole della politica, però, restano capziosità buone per i dibattiti a Montecitorio, o per i titoli dei giornali amici. All’uomo della strada arriva un altro messaggio, molto più semplice: ovvero che il più grande partito che rappresenta la classe media italiana, la più esposta alle sferzate del governo dei tecnici, preferisce vivacchiare all’ombra di Monti e del suo rigore fatto di pressione fiscale alle stelle, nessuna riforma e nessun taglio alla spesa pubblica, piuttosto che prendere con coraggio le parti di chi da sempre l’ha votato. Non stupisce dunque che dopo la passata (ma mai arginata del tutto) emorragia di consensi in favore della Lega, oggi moltissimi elettori del Popolo della Libertà guardino con sempre maggior favore al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, così come riportano i dati di un recente sondaggio SpinCon.

I giustizialisti, i legalitaristi a mezzo servizio, i veterocomunisti, gli arruffapopolo forcaioli dal cappio facile sono riusciti ad accreditarsi presso l’opinione pubblica nazionale come i più credibili paladini della piccola e media borghesia italiana, la stessa che fino a pochi giorni prima vituperavano e additavano come ricettacolo dei mali del paese. Tutto ne “l’espace d’un matin”. Quelli che fino a ieri avrebbero messo al muro tutti ogni kulako con partita iva, oggi ne sono diventati gli angeli custodi. Poco importa che le parole d’ordine liberali “meno tasse”, “meno stato” siano qui del tutto strumentali a fomentare la piazza, far schizzare l’audience tv, o scombinare l’agone politico per il semplice gusto di farlo. Il dato di fatto è che, oggi, le più importanti battaglie del centrodestra degli ultimi vent’anni sono diventate in un lampo appannaggio delle sinistre massimaliste, dei salotti bene, dell’antipolitica di professione, degli intellettuali appollaiati sulle loro torri d’avorio. 

Giorgio Almirante, che certo liberale non è mai stato, sosteneva che quando si cominciano a sentire le proprie parole d’ordine sulla bocca del nemico, significa che si è vinta la battaglia. Da combattente della politica qual era, non aveva considerato però l’alternativa, certo meno onorevole ma sicuramente più attagliata al frangente attuale: quando il nemico combatte con le tue armi, significa che la tua parte ha abbandonato il campo e se l’è data a gambe.

Le elezioni si vincono e si perdono, ma alla dignità e ai valori occorre restare aggrappati con le unghie e con i denti. Anche quando il vento spira in senso contrario. Anzi, soprattutto quando a soffiare contro è la più terribile bufera dai tempi della Prima Repubblica. Sostenere un esecutivo responsabile dell’affossamento di una nazione significa rendersene complici, a prescindere dalle dichiarazioni indignate e dalle prese di distanza che si elargiscono ai giornali. Perché rinnegare se stessi e i propri princìpi per paura di doversi confrontare con le urne non è solo ipocrisia e pusillanimità, ma anche autolesionismo. E le recenti consultazioni amministrative ne sono la prova tangibile: gli elettori puniscono la saggezza calcolatrice degli ignavi. Alla quale, se messi alle strette, preferiscono di gran lunga la lucida follia dei demagoghi.

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