L’America si commuove

By Redazione

maggio 13, 2012 Cultura

“Extremely loud, incredibly close”. Non è solo il titolo in inglese del film made in Warner di Stephen Daldry, con Tom Hanks e Sandra Bullock, sulla tragedia dell’11 settembre che sta sconvolgendo di commozione l’America di Obama, ma rappresenta proprio il sentimento comune degli americani rispetto a quel maledetto episodio di ormai quasi undici anni orsono. La drammaticità di un padre perduto, di una bara vuota da seppellire, di domande e di ricerche senza confini è esattamente quella che hanno vissuto più di tremila persone. Anche per questo Obama sa benissimo che l’uccisione del nemico numero uno di America, Osama bin Laden, avrà una presa emotiva decisiva al momento della sua rielezione. Ma il sapore delle due ore tratte dal capolavoro di Jonathan Safran Foer superano la pur sottile propaganda hollywoodiana per la rielezione del presidente nero. Diventano un film con un ragazzino, Thomas Horn, che non solo si chiama Oskar ma che  recita da Oscar per migliore attore protagonista. E che si mette on the road per cercare di capire a chi appartenesse una chiave ritrovata per caso tra gli oggetti lasciati incompiuti dal padre. Ad Oskar mancano terribilmente le cosiddette “perlustrazioni” di suo padre, quei puzzle intelligenti che Thomas aveva creato per Oskar affinché il ragazzo li risolvesse, non solo come giochi intelligenti tra padre e figlio ma anche per aiutare il bambino ad affrontare il mondo nonostante la sua ritrosia sociale. Quindi, quando scopre una chiave misteriosa sul fondo di un vaso nascosto in un angolo buio dell’armadio di suo padre,   Oskar si butta in una nuova missione per scoprire il segreto di quella chiave. 

 La ricerca della serratura che può essere aperta da quella chiave lo porta a suddividere la città in quartieri dove abitano persone che fanno Black di cognome, il nome sulla busta che conteneva la suddetta chiave. Oltre quattrocento persone, ciascuna visitata e ciascuna commossa con la storia del piccolo orfano dell’11 settembre. Bianchi, neri, ricchi, poveri, operai, finanzieri di Wall Street, tutti vengono toccati nel profondo e si mettono a sua disposizione quando il ragazzino inizia le proprie esuberanti presentazioni con la frase: “mio padre era in una delle torri il giorno più brutto della nostra vita”. Nel 2005,  lo scrittore  Jonathan Safran Foer, già conosciuto per il suo mix di commedia incisiva e tragedia presente nel proprio primo romanzo “Ogni cosa è illuminata,” ha pubblicato il proprio secondo lavoro “Molto Forte Incredibilmente Vicino.” Da un lato era la storia in chiave allegra di un ragazzo insolitamente precoce e sensibile che inventava strumenti fantastici, sognava l’astrofisica, collezionava un’ampia serie di  avvenimenti interessanti ed era “costretto” dal padre a compiere un’odissea donchisciottesca nel tessuto newyorkese alla ricerca di un fantomatico sesto distretto.  Dall’altra però, il romanzo rappresentava il primo lavoro letterario importante che affrontava il dolore delle famiglie dell’11 settembre, ed era uno studio su come l’immaginazione di un bambino potesse aiutare l’elaborazione del lutto. O ad affrontare una paura enorme ed una perdita devastante a seguito di avvenimenti che nessuna logica potrà mai spiegare. Quando il regista Stephen Daldry – candidato all’Oscar per ben tre volte con  “The Reader,” “The Hours” e “Billy Elliot” – ha letto il libro, era rimasto colpito ovviamente dal punto di vista soggettivo di  Oskar. Bambino fuori dal normale con una intelligenza vivissima ma comportamenti talmente prepotenti, eccentrici ed ossessivi che avrebbero potuto  collocarlo nel mondo dell’autismo, Oskar descrive il mondo intorno a lui con uno sguardo particolarissimo fatto di ingenuità e profondità interiore, nervosismo e sfrontatezza, incomprensione e desiderio di comprendere.  Se si può fare un appunto al film è quello della inutile ed eccessiva lunghezza che provoca nello spettatore cali di tensione e di attenzione. Anche soporiferi. Per il resto però è impagabile la “scena madre” in cui il Piccolo Oskar rivela al nonno “muto”, Max von Sidow, quello che gli brucia dentro, cioè l’essere stato colpito al cuore da un terrorista che neppure conosce e che “si diverte a inviare aeroplani sui grattacieli”. L’immaginario dell’America per ora non ha superato quello scoglio. Anche se bin Laden è morto e sepolto nel mare. “Ho iniziato a parlare con diversi specialisti, tra cui vari terapisti che si occupavano di bambini che avevano perso i genitori,” racconta a tal proposito Daldry,  “volevo comprendere meglio quello che ragazzini come Oskar avevano passato nei giorni, mesi ed anni successivi all’11 settembre – come erano riusciti a superarlo, oppure come non ci erano riusciti.” 

Il processo di apprendimento del regista è andato di pari passo con lo sviluppo del copione.  “Inoltre- racconta Daldry –  ci siamo consultati anche con degli esperti di autismo e di Sindrome di Asperger, di cui si sospetta, a torto, che Oskar sia affetto.”   L’esperienza molto personale di Oskar dell’11 settembre ed a tutto ciò che ne è seguito, viene poi narrata nell’adattamento della sceneggiatura di Eric Roth, che voleva rispettare e riproporre l’immediatezza tipica del romanzo di Foer.  “E’ un libro pieno di emozioni e spero che anche il film lo sia,” spiega Roth,  “inoltre, nel libro si respira anche una vera e propria energia cinetica e la sfida era di tradurla in immagini visive.” Indubbiamente ci sono riusciti.

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