Il sogno infranto di Altiero Spinelli

By Redazione

maggio 13, 2012 Esteri

E se l’Europa non piacesse nemmeno agli europei? E se la crisi economica avesse messo tutti quanti, da Tallin a Lisbona, da Roma a Londra, da Atene a Parigi, davanti al dato di fatto che questa Europa dei burocrati e delle banche non è affatto l’Europa dei popoli e delle nazioni sognata da Robert Schuman e Altiero Spinelli? Mercoledì scorso si celebrava la Festa dell’Europa, in occasione del 62° anniversario della Dichiarazione Schuman, il primo discorso ufficiale in cui comparve il concetto di Europa come unione economica e politica. Ma cosa c’è davvero da festeggiare? Secondo Nigel Farage, eudoreputato britannico divenuto famoso in Italia per i video dei suoi caustici interventi in aula ripresi da YouTube, poco o nulla.

«Ma cosa festeggiamo oggi? La prigione economica dell’euro o il Titanic dell’Ue che si schianta contro l’iceberg?» domanda Farage ai colleghi deputati riuniti per la sessione plenaria. «Quanti tra coloro che oggi celebrano la Festa dell’Europa con parole altisonanti e frasi ad effetto credono davvero in quel che dicono?» si chiede l’europarlamentare inglese. «Vediamo crescere gli estremismi di destra e sinistra. Potrebbe voler significare il ritorno dello spettro socialista in Europa. Volevamo l’Europa del libero commercio, invece abbiamo Europa della tecnocrazia. Volevo un’Europa fondata sul libero scambio e la cooperazione, ma oggi non mi riconosco in questa bandiera».

Ci hanno sempre detto che facciamo male a diffidare di Bruxelles, che soltanto noialtri brontoloni dello Stivale ci meritiamo l’appellativo di “euroscettici”, mentre nel resto d’Europa è tutto un guardare con fiducia e speranza al futuro della grande istituzione continentale. Ci hanno sempre detto un sacco frottole. E non solo perché ad Atene stanno sperimentando sulla propria pelle cosa significhi la tecnocrazia europea. Ma anche perché a Madrid, e persino a Parigi e a Londra, condividono le nostre stesse preoccupazioni.

Bruxelles ne ha discusso proprio il 9 maggio scorso con un parterre internazionale di eurodeputati, intellettuali e giornalisti. Al centro del dibattito, e non poteva essere altrimenti, la crisi economica. Parlare del futuro dell’Unione Europea senza affrontare quell’episodio che per primo l’ha squassata sin dalle fondamenta, arrivando persino a metterla seriamente in discussione, sarebbe stato impossibile. Daniel Cohn-Bendit, eurodeputato verde, è francese, ma è tra coloro che si scagliano con più veemenza contro l’idea di Europa così come è stata ridisegnata dal tandem Merkel-Sarkozy. «È arrivato il momento che italiani e spagnoli escano dal torpore e la smettano di seguire il direttorio franco-tedesco» dice, sottolineando con forza la parola “direttorio”.

«Oggi – spiega Cohn-Bendit – si parla soltanto di crisi economica, ma esiste un vero e proprio pericolo democratico per l’Unione Europea: abbiamo un esecutivo che non contratta con i paesi in base a quello che possono o non possono sopportare, ma in base a quello che interessa o non interessa alla Germania. Ora nel centro del mirino è finita la Grecia e il suo enorme debito, ma fino a che Atene contraeva debiti per comprare armi dalla Germania il problema non c’era». Non si tratta solo di una questione economica. Alla base c’è un grave scollamento tra le azioni delle istituzioni europee e le reali esigenze dei cittadini. Bruxelles è sì equidistante da ogni angolo d’Europa, ma nel senso che è percepita come lontanissima da chiunque. «È vero che in questo frangente dobbiamo occuparci di un problema di instabilità economica, ma stiamo seriamente rischiando di andare incontro ad una forte instabilità politica» dice l’eurodeputato francese. «Occorrono soluzioni che non cadano dall’alto, ma diano alle popolazioni almeno l’impressione di essere state ascoltate».

Jose Ignacio Torreblanca, editorialista di El Pais, spiega quanto stia diventando sempre più difficile spiegare le dinamiche europee in un momento in cui l’opinione pubblica di ogni paese si rivolge alla politica nazionale, guardando a Bruxelles con sempre maggiore diffidenza. La caporedattrice di France 3, Véronique Auger, racconta quanto in Francia sia percepita come abissale non solo la distanza tra cittadini ed istituzioni europee, ma addirittura tra gli eletti all’europarlamento e i loro stessi elettori. Poi tocca a Mario Sechi, direttore de Il Tempo. Nelle ultime settimane ha dedicato alla politica economica europea editoriali e tweet al vetriolo. Schierato dalla parte del popolo greco nel braccio di ferro sugli aiuti in cambio delle riforme e del rigore, ha più volte redarguito l’atteggiamento tedesco. La scorsa settimana scriveva su Twitter: «Il ministro delle finanze tedesco Schauble continua a minacciare i greci. Non ha capito niente.

Il popolo brucia la casa di chi lo affama». E il 9 maggio, a Bruxelles, nonostante l’occasione dovesse essere festosa, i toni del suo intervento non sono cambiati. «È dal 2008, da quando la crisi è iniziata, che scrivo che senza un colpo d’ala l’Europa è destinata a diventare un malato incurabile» esordisce. «Il voto in Grecia, ma anche il voto in Francia, un voto per la Francia e contro la Germania, ci dicono una cosa: Nations are back». L’interesse nazionale è ritornato in primo piano rispetto a qualunque prospettiva europea. E non potrebbe essere diversamente: «Ci sono 200 milioni di persone in cerca di lavoro. È un problema sociale, che se non affrontato, però, può trasformarsi in una guerra sociale» dice Sechi. Secondo il direttore de Il Tempo, l’Europa deve darsi tre parole d’ordine fondamentali: «Innanzitutto il lavoro, che non c’è. Poi la crescita, evocata come un fantasma e mai attuata». E l’ultima? Le banche.

«Dobbiamo finirla di fare gli ipocriti. Qualche anno fa per salvare la Grecia sarebbero bastati 50 miliardi di euro. Una bazzecola. Allora, però, non si è voluto intervenire perché le banche e gli speculatori non volevano rimetterci. E tutti così hanno continuato a comprare debito greco pur sapendo benissimo che era insolvibile». «La crisi – prosegue Sechi – non nasce nell’economia reale, ma nella finanza. È arrivato il momento per le banche di cominciare ad assumersi i propri rischi e cominciare a fallire. Invece oggi le banche tedesche e francesi che hanno investito in Grecia stanno scaricando i costi dell loro operato sulle spalle dei contribuenti greci ed europei. Il risultato è che, secondo l’Unicef, oggi in Grecia quasi 500mila bambini soffrono la fame. È questa l’Europa di Spinelli e Schuman. È questa l’Europa che volevamo? È questa l’Europa che sognavamo?». E l’Italia?

Per Mario Sechi, siamo in grandissimo pericolo. «All’inizio ho creduto molto in Monti, ero uno dei suoi tifosi più sfegatati. Ma la ricetta tecnocratica e rigoristica sta affondando l’Italia. Se il problema è la recessione ma si porta la pressione fiscale al 46% senza tagliare la spesa pubblica, la recessione non rallenta. Questa ricetta ucciderà l’Italia, e poi la Spagna, e poi il Portogallo, fino a distruggere l’intera Unione Europea». Sechi è pessimista: «Non so se l’Italia si salverà. È la terza economia più forte d’Europa, ma ha anche il terzo debito pubblico più grande del mondo. Di una cosa però sono certo: se l’Italia cade, l’Europa smetterà di esistere».

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