La santità senza Dio

By Redazione

maggio 12, 2012 Cultura

Mosso da una curiosità intellettuale tanto per l’opera cinematografica,  quanto per l’operazione di recupero di un libro a mio avviso importante, sono andato a vedere “Il primo uomo”, il film di Gianni Amelio tratto dall’omonimo romanzo incompiuto di Albert Camus. Sono stato abbondantemente ripagato. Credo che “Il primo uomo” sia un film riuscito, forse il miglior film di Amelio. Narrativamente teso, asciutto e reso davvero elegante dallo stile del regista, capace di eludere con grazia inutili compiacimenti estetici, e concentrato, invece,  sulla pulizia e sull’efficacia di ogni singola inquadratura. La fotografia, poi, non è da meno. Nel film di Amelio c’è molta verità, laddove si rischiava la parodia.  E c’è molto Albert Camus, nonostante il regista abbia scelto di narrare il sentimento che pervade il romanzo, piuttosto che al testo vero e proprio. E forse è proprio in questa scelta la chiave della riuscita sia estetica che narrativa. Amelio ha in tutta evidenza amato Camus ancor più del libro. E se si ama, si sa, si è fedeli.

Il film, inoltre, ha il merito di richiamare all’attualità un autore, senz’altro ancora molto letto, ma non del tutto compreso per la sua utilità. La lezione intellettuale e morale di Albert Camus è, infatti, ancora attuale, fragrante, importantissima per uscire dal quell’infinita coda di ideologia alla quale (pur a cinquanta anni dalla sua morte) ancora siamo legati, stretti, spesso stritolati. Il tempo si è, infatti, preso la briga di sciogliere molti nodi e molte riserve sul pensiero dell’autore de “La peste”: se negli anni Cinquanta e Sessanta gli aggettivi “umanista” e “moralista” venivano lanciati come epiteti con i quali poter liquidare i suoi romanzi, le sue opere filosofiche e i suoi lavori teatrali; ora, perduta ogni connotazione (non solo negativa), tali parole sembrano ridicolizzare soprattutto chi le pronunciò.

Anzi, se il pensiero complessivo di Camus oggi ha ancora tale forza, a mio avviso incontestabile, lo si deve in massima parte proprio al fatto che egli, al contrario di buona parte dei suoi contemporanei, non piegò mai una frase al culto della storia, non ridusse il suo credo in ideologia. Camus, autore pur per molti versi militante e attento critico della contemporaneità, non piazzò mai la sua poltrona nel senso della storia e delle mode (che ne sono spesso il surrogato), e mai sacrificò un essere umano in nome di un bene che, seppur si sarebbe preteso assoluto e superiore, era di fatto, incompatibile con la vita.

Camus, insomma, non è stato un esistenzialista alla stregua degli intellettuali di Saint-Germain-de-Prés: era nutrito di autori greci, di Plotino, di sant’Agostino e di Pascal; di Nietzsche e Dostoievskij più che di Marx e Hegel. E, fatto più importante, pur essendo un materialista, non partecipò al banchetto nichilista degli atei da bistrot, che sostituirono Dio con la storia.

I “Taccuini” che Camus compilò nel corso di tutta la sua vita, ci vengono prontamente in soccorso:”se Dio non esiste, non è permesso nulla” vi si legge, e pare un monito davvero perentorio ad avere, proprio a causa di tale assenza, un atteggiamento di maggior considerazione (quasi la religiosità fosse rimasta intonsa laddove la religione è venuta a mancare) dell’uomo e nel contempo, un maggior senso di responsabilità dell’essere al mondo, soli col solo giudizio della coscienza.

 Per quanto attiene, poi, all’orrore che Camus nutriva nei confronti della storia, per quello pseudo-divenire che corrode, deturpa le orme primigenie, si legge ancora: “Man mano che le opere umane hanno finito col ricoprire a poco a poco gli spazi immensi nei quali il mondo sonnecchiava (…) popolano i deserti, lottizzano le spiagge, raschiano perfino il cielo con grandi tratti aerei (…), il sentimento della storia ha a poco a poco sopraffatto nel cuore degli uomini il sentimento della natura.”

Ecco, Albert Camus sembra un cristiano senza illusioni, un seguace di Cristo privato della risorsa ultima della Provvidenza. Un cristiano formatosi su di un catechismo in cui non è contemplata nessuna ricompensa nell’aldilà. Avviato al marxismo dal suo maestro e amico Jean Grenier, Camus dal comunismo se ne terrà, di fatto, sempre a distanza. Quando, una volta a Parigi, entrerà in contatto con gli intellettuali parigini, sarà soprattutto la sua dirittura etica a decretare e marcare la differenza tra sé e gli altri. Sarà la sua umanità a decretare le scelte intellettuali.

Riporto due battute di un dialogo tratto da “La peste”, mi sembra spieghino meglio di qualunque mio dire: “Insomma – disse Tarrou con semplicità – ciò che mi interessa è sapere come si diventa santi”

“Ma lei non crede in Dio.”

“Appunto. Si può essere santi senza Dio? Questo è il solo problema concreto che oggi io conosca.”

Il suo cammino Camus lo ha già scritto nella sua vicenda personale. Nato nella miseria assoluta, da un padre cantiniere, morto nella Grande guerra, e da una madre analfabeta, non dovrà preoccuparsi di andare verso il popolo perché proprio di lì proveniva. Il borghese Sartre – tanto per fare un esempio assai evidente nella sua semplicità – sposò il comunismo anche per una specie di dovere intellettuale (ancor prima che morale) e lo servì come un sacerdozio che, alla lunga, consumò le sue stesse risorse culturali. Sartre ha voluto adorare la storia, ed oggi è prigioniero del tempo. Insomma è un autore buono solo per comprendere parte del suo tempo. Camus seguì i sentimenti che, se genuini, assicurano la durata rispetto al provvisorietà del nostro essere al mondo.

Camus alla fine degli anni Trenta scrive in un lettera all’amico Fréminville: “se mi impegnassi nel comunismo, il che sarebbe possibile, ci metterei dentro la mia energia, i miei mezzi, la mia intelligenza, ci metterei ogni mio talento, tutta l’anima forse, ma non tutto il cuore. Una parte di me non ci sarebbe, e questo non lo voglio”. Il cuore egli lo tiene in serbo per la letteratura. “Non è per rispetto a ciò che sono non mi iscrivo – continua – ma per la mancanza di rispetto verso un’opera nobile e degna di ammirazione. Ho un senso religioso profondamente radicato. Per me il comunismo non sarebbe niente se non fosse una religione”.

Camus è semplicemente un uomo libero. I trascorsi di impegno attivo della Resistenza, non gli impedirono, per esempio, di essere, in seguito, uno dei pochissimi firmatari della domanda di grazia alla condanna a morte del collaborazionista Brasillach (una pagina immonda e frettolosamente rimossa sui cui si fonda Francia democratica). Così come la sua origine “pied-noir” non gli impedì di professarsi anti-imperialista e anche fermamente contrario alla cieca violenza del Fln algerino: “Vorrei dire agli arabi che sono pronto a difenderli fino alla fine. Ma se scaglieranno la loro rabbia contro mia madre – disse – , che ha sofferto le loro stesse disgrazie, allora io sarò loro nemico.”

Albert Camus, solitario o solidale, o, piuttosto solitario e solidale, non ambì mai al potere, non confuse l’idea con l’ideologia, non barattò la sua vita con quella di un altro sé stesso . C’è un aneddoto, in tal senso, eloquente. Una volta, quando lo scrittore fu invitato in visita all’Eliseo, la madre commentò: “Albert, non è gente per noi!”  

Ogni pagina scritta, fu per lui un’amara vittoria che, per dirla con le sue stesse parole: profumava di malinconia.  Egli rifiutava la politica priva di morale, l’estetica senza etica, la letteratura scevra dalla filosofia, la filosofia senza l’uomo. Perché, ecco la geniale follia che gli costò le critiche di molti suoi contemporanei, per nulla al mondo Camus si sentì di disprezzare l’uomo, nelle sue vette come nei suoi più profondi abissi. “Nessuna grande opera  – ha lascito scritto – è mai stata veramente fondata sull’odio o sul disprezzo.”

E’ così che sarebbe stato pronto a battersi per qualunque ideale anche politico, se solo fosse servito a perseguire la verità che andava cercando come il suo più alto dovere esistenziale. “Sembra che oggi scrivere una poesia sulla primavera – annotò – equivalga a servire il capitalismo. Io non sono un poeta, ma se fosse bella saprei godere di un’opera simile senza riserve. Si serve l’uomo nella sua totalità o non lo si serve per nulla. E se l’uomo ha bisogno di pane e giustizia e se si deve fare quanto occorre per soddisfare questo bisogno, egli ha anche bisogno della bellezza pura, che è il pane del suo cuore. Il resto non è serio.”

Il film di Gianni Amelio (che ringrazio per avermi fornito l’occasione per tornare – seppure abusivamente –  su un grandissimo del Secolo scorso) questo Camus, libero, inquieto e autentico non lo tace, lo mostra con dolcezza e con meraviglia. E’ lo stupore per un uomo che, figlio orfano di un cantiniere e di una analfabeta, ebbe tanti e tali doni da rimanere sé stesso e nel contempo immortale. “Chiamo verità tutto ciò che continua”, scrisse. E  nell’esempio come nel film di Amelio, Camus continua.

(Totalità )

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