La retorica del post-voto

By Redazione

maggio 12, 2012 politica

Ci risiamo: come al solito, in Italia, cadiamo nell’attraente e fatale trappola della retorica provincialotta di chi sogna proprie vittorie cullandosi sugli allori altrui. E così la vittoria di Hollande alle elezioni presidenziali francesi si trasforma tout court in una vittoria della sinistra italiana. Un classico riflesso “bovarista” (l’omaggio a Flaubert, in questo caso, è d’obbligo) che già ieri campeggiava sulle pagine dei quotidiani italiani, fitte di dichiarazione dei leader della sinistra nostrana che inneggiavano alla vittoria francese prefigurando successi propri.

Un brutto vizio che viene da lontano, molto lontano, e che ogni volta ci porta a cercare nel nostro paese l’immagine riflessa di una leadership di successo straniera. Negli ultimi anni, la cosa era già accaduta dopo la vittoria di Obama, e prima ancora dopo quella di Zapatero. Successi inebrianti che avevano subito scatenato la caccia all’imitazione, alla ricerca del leader di turno “de noantri”. L’ultimo a farne le spese, è stato Niki Vendola, additato da più parti come l’Obama italiano (“de noantri”, per l’appunto) e finito, nel giro di pochi mesi, affogato nella sua stessa retorica di parole vuote e dal significato spesso oscuro, tanto da scatenare le imitazioni comiche di Checco Zalone.

Non c’è proprio niente da fare, fatichiamo a prendere un successo della sinistra per quello che realmente è, con i suoi pregi e i suoi difetti. Dobbiamo a tutti i costi estenderne le conseguenze in campo domestico, leggendo in esso il segno premonitorio e messianico dell’ormai prossimo avvento di un leader di liberazione sul suolo italico.

Forse, dopo l’apertura delle urne nelle tante città italiane che sono andate al voto per la elezione del Sindaco, e dopo aver scoperto fra le schede elettorali (significativamente inferiori, in numero, rispetto a quelle dell’ultima tornata amministrativa) che ve ne se sono molte per Beppe Grillo e i candidati del suo movimento Cinque stelle, il ripercorrere le orme del maggio francese viene avvertito come un destino assai meno ineluttabile che nel passato.

Fra le analisi del giorno dopo, spiccano – in particolare – quelle di ha esercitato la propria fantasia per trarre dal voto francese un motivo di esortazione ad un voto amministrativo in difesa della diversità della sinistra (ancora una volta, uno stereotipo rispolverato alla bisogna). Di chi vaticinava che, al di là di analisi, commenti e sondaggi sulla disaffezione dei cittadini basate sui dati virtuali delle inchieste demoscopiche, il voto amministrativo avrebbe avuto un significato non riconducibile ad alcuna possibile interpretazione. Di chi traeva dal voto amministrativo 2011 facili pronostici sui comuni al voto in questi giorni, concludendo che anche quando, un anno fa, si parlava di disaffezione al voto la risposta delle urne (da Milano ai successivi referendum) cambiò le carte in tavola.

Ma questa volta non è andata così. Il voto amministrativo 2012 porta il chiaro ed evidente segno della protesta e dell’antipolitica. E il suo accostamento al successo di Hollande nella corsa all’Eliseo stride più di quanto la retorica “bovarista” della ricerca di assonanze e similitudini politiche, nelle magnifiche sorti e progressive di partiti e leader nostrani (la “foto di Vasto” che si riscopre come realtà politica!), abbia la forza di nascondere. Il voto per Hollande cambierà sicuramente qualcosa in Francia, è auspicio comune che contribuisca a cambiare qualcosa in Europa, ma continuano a non comprendersi le ragioni per cui dovrebbe segnare un successo per la sinistra italiana, che peraltro esce dal voto amministrativo del 5 e 6 giugno come la forza messa meglio fra quelle messe peggio. E se vogliamo evitare che la strada da Parigi a Vasto devi verso Atene, è forse il caso di riporre certa retorica una volta per tutte. Per cercare di capire in che modo dare risposte concrete ad un paese che, orfano di Berlusconi, rischia di risvegliarsi fra le braccia di Beppe Grillo.

(Qdrmagazine)

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