Le preferenze per salvare il bipolarismo

By Redazione

maggio 9, 2012 politica

Negli ultimi mesi si è molto discusso di modifica della legge elettorale, si è parlato di bozze di accordo, di sistemi che vigono in altre nazioni, spesso senza tenere conto del fatto che in quelle nazioni funzionano anche altri sistemi istituzionali e che la legge elettorale non può non tenere conto dell’assetto complessivo nel quale si inserisce. Insomma si è aperto un dibattito molto ampio e sono state avanzate diverse proposte, alcune più generiche altre più puntuali. 

Noi riteniamo che, tra le proposte in campo, l’ipotesi migliore sia anche la più veloce da approvare, e cioè la modifica dell’attuale sistema, quello vigente, nel senso di correggerne gli elementi di debolezza mantenendone invece gli elementi di forza. La legge Calderoli del 2005 – noi abbiamo finito per dimenticarlo – introduce importanti novità e garantisce importanti libertà. Due su tutte. La tutela del sistema bipolare, per cominciare. La nostra transizione verso il bipolarismo è ancora incompleta, ma l’avvento di una stagione bipolare ha rappresentato una grande conquista per l’Italia, una conquista rispetto alla quale non si può tornare indietro. Con tutti i limiti che il nostro sistema ha, nessuno mi convincerà mai che fosse meglio la frammentazione partitocratica della Prima Repubblica. Quella dei 51 governi in 48 anni. Siamo in molti a non essere disponibili a tornare indietro su questo. Il successo dell’appello firmato con Arturo Parisi e Antonio Martino ne è testimonianza.

Altro pregio del sistema attuale è il diritto degli italiani a scegliersi il proprio governo. Cioè sapere, nel momento in cui si va a votare, per quale candidato premier si sta votando, per quale coalizione che lo sostiene e per quale programma da realizzare. Un enorme passo avanti rispetto a quella stagione nella quale i partiti si prendevano i voti degli italiani senza specificare cosa ci avrebbero fatto e costruivano all’interno del palazzo alchimie di ogni genere. Dunque, per paradosso la tanto vituperata legge Calderoli introduce alcune importanti innovazioni sul tema del diritto di scelta degli italiani. Eppure rimane una legge elettorale odiata, addirittura uno dei totem contro i quali si scaglia l’antipolitica. E non a torto. 

Questa percezione è figlia soprattutto del sistema con il quale i parlamentari vengono calati dall’alto, decisi per intero nelle segreterie di partito e di fatto imposti. Il che, oltre a privare gli italiani del diritto di scelta, produce anche il rischio di una classe dirigente autoreferenziale, più attenta a compiacere il vertice che ad ascoltare i bisogni della base. Ma mortifica anche il ruolo dei parlamentari, che vengono percepiti come cooptati o raccomandati senza distinzione, indipendentemente dalla storia che hanno alle spalle. Se vogliamo correggere questo elemento è anche per difendere la dignità dei parlamentari. 

Questa questione riguarda una delle principali modifiche al cosiddetto Porcellum contenute nella proposta di legge che ho presentato ieri. L’obiettivo è introdurre di fatto il voto di preferenza per il 70% degli eletti, mentre la lista bloccata rimane solamente per i 30% degli stessi. In assoluto poter esprimere la preferenza su un candidato è lo strumento che fa contare di più gli italiani e il più selettivo per i parlamentari. Migliore del sistema dei collegi, perché anche se più democratico delle liste bloccate, con il sistema dei collegi decidono ugualmente, di fatto, le segreterie di partiti.

Dicono che le preferenze siano il peggio: allora vanno abolite a tutti i livelli. Guardiamo ai risultati elettorali di queste amministrative: nonostante il turno difficile, le preferenze hanno premiato molti giovani, molte persone capaci, pulite, preparate, radicate, umili, presenti sul territorio. Non gli affaristi, i ladri e i potenti come si vorrebbe nella vulgata generale dei detrattori della preferenza. 

Il 30% di lista bloccata serve poi a garantire la possibilità per il partito di candidare personalità di alto profilo utili al lavoro parlamentare che magari non hanno i voti per essere elette a preferenza. Tuttavia, i partiti possono scegliere di selezionare anche questi candidati con metodo democratico, e in particolare con elezioni primarie. La nostra proposta di legge, infatti, prevede che i partiti che certificano, al momento del deposito del contrassegno elettorale, di aver selezionato i candiati della lista bloccata attraverso elezioni primarie possono richiedere che venga inserita sulla scheda elettorale, a fianco del simbolo, la dicitura “lista composta con metodo democratico sulla base di elezioni primarie”. Cioè una sorta di bollino blu della lista bloccata. 

Il provvedimento, inoltre, abolisce la possibilità di candidarsi in più circoscrizioni elettorali. Ogni candidato dovrà scegliere una unica circoscrizione elettorale nella quale candidarsi. Lo abbiamo previsto perché anche questo è oggetto di una richiesta che ci arriva spesso dagli italiani. La nostra proposta di legge introduce anche un’altra modifica significativa alla Legge Calderoni riguardo i premi di maggioranza, e cioè l’altra lacuna che l’attuale sistema ha dimostrato di avere. In primo luogo abbiamo tenuto conto della raccomandazione della Corte Costituzionale individuando una percentuale minima alla quale la lista o la coalizione di liste devono arrivare perché scatti il premio di maggioranza.

In sostanza perché si possa attribuire il premio è necessario che la lista o coalizione di liste abbiano ottenuto almeno 120 seggi alla Camera e 85 al Senato, ovvero un minimo sotto il quale l’attribuzione del premio sarebbe avvertita come una lesione della rappresentanza. Oggi questa soglia non esiste e per paradosso si potrebbero ottenere il 55% dei seggi, come prevede il premio, con magari il 12% dei consensi. C’è poi un’altra anomalia: quella del premio di maggioranza al Senato calcolato su base regionale che rischia di produrre maggioranze diverse tra Camera e Denato e di minare a monte la stabilità dei governi. Abbiamo lavorato con alcuni costituzionalisti e in molti ritengono che fosse errata la previsione per la quale il premio di maggioranza attribuito su base regionale fosse imposto dall’Art. 57 della Costituzione nella parte in cui recita «Il Senato della Repubblica è eletto su base regionale», che si riferisce alla divisione dei collegi e non certo al risultato elettorale. Nella proposta di legge viene dunque eliminato il premio regionale per l’elezione del Senato e viene introdotto un premio nazionale come accade per la Camera. 

Forse la nostra proposta non si consegna una legge elettorale perfetta, ammesso che ne esista una, ma a noi sembra la migliore tra quelle che abbiamo sentito proporre. Non foss’altro perché ci sembra quella che meglio risponde a un principio sacrosanto: e cioè che le leggi elettorali non sono al servizio dei partiti, ma al servizio degli elettori. I vertici dei partiti stanno discutendo e ci auguriamo che riescano a produrre una proposta ancora migliore, purché non ci si chieda di tornare al proporzionale e con lui diretti alla Prima Repubblica perché su questo – personalmente – non sarei disponibile. E’ possibile che si trovi una proposta migliore, e condivisa, ma è possibile che non si riesca. 

In quest’ultimo caso, noi corriamo il rischio di ripresentarci al cospetto degli italiani con una legge elettorale che, tra le altre cose, continua a nominare i parlamentari dall’alto. Ecco, è un rischio che non possiamo correre. Abbiamo visto anche in questa tornata elettorale quale sia la credibilità dei partiti agli occhi degli italiani, e se non vogliamo mettere tutto nelle mani dell’antipolitica e mandare al macero la democrazia italiana abbiamo il dovere di reagire, di dare segnali importanti e coraggiosi, di aprirci all’esterno senza paura. La ricetta è 100% democrazia, consenso, partecipazione, meritocrazia.

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