Four more years?

By Redazione

maggio 9, 2012 Esteri

La corsa alle presidenziali 2012 per gli Stati Uniti d’America saranno sul filo del rasoio? Esistono fondati dubbi sulle possibilità di Barack Obama di poter utilizzare l’airforce one altri 4 anni? Possiamo concretamente temere che l’orto casalingo posto alle spalle della White House venga presto sostituito da un piccolo e pratico pozzo petrolifero? Perché nella rete degli appassionati stelle e strisce, tra gli appartenenti a quel vasto gruppo che almeno un application form come stagisti alla Casa Bianca l’avrebbero compilato serpeggia il dubbio che la sfida elettorale tra Barack Obama e Mitt Romney non sia così scontata?

La statistica è un forte alleato per il primo POTUS afroamericano. Si contano su sole 3 dita i presidenti statunitensi che non sono stati confermati per un secondo mandato dagli elettori dal secondodopo guerra (Bush padre, Carter, Ford per gli appassionati). La statistica tuttavia non va a votare e non ci basta come certezza. La situazione negli Stati Uniti non è rosea, lì è partita la grande crisi dell’economia. E’ infatti guardando l’ America che abbiamo assistito al fallimento di una delle più grandi e potenti banche della storia. Guardando gli Stati Uniti ci siamo resi conto che esisteva la necessità di “salvare” le banche, contro ogni cultura del libero mercato. Lì, prima che altrove, abbiamo misurato la stanchezza di quella finanza muscolare che aveva retto l’arretramento dell’economia reale e abbiamo sentito la deflagrazione della bolla del mercato immobiliare con tutte le sue nefaste conseguenze.

Gli Stati Uniti hanno preso un duro colpo e anche se tutto questo non avveniva durante la presidenza Obama (vale la pena ricordarlo per coloro che avessero perso il filo della storia) è a lui che i cittadini dei 50 stati hanno affidato il compito di risolvere quella crisi, di essere il comandante in capo non solamente lì dove gli Stati Uniti sono in guerra ma in patria. Obama è stato incaricato di dare realtà a quella speranza, quel sentimento che si era fatto motto “Hope” nella sua prima campagna. Se guardiamo i dati della disoccupazione sappiamo che per quanto le cure imposte dalla sua amministrazione siano state vigorose non hanno ancora prodotto un risultato incontrovertibile, che possa consegnare alla memoria dei suoi elettori qualcosa di più di un premio Nobel per la pace.

Sappiamo che per quei tre sfortunati presidenti, in particolare per Ford e Bush, è stata propria la difficile situazione economica interna a spegnere quel sostegno che aveva garantito loro la prima nomina alla Casa Bianca. Il vero punto debole di Obama sembra poter essere dato dal sistema elettorale che affida ad ogni Stato l’elezione di un numero di grandi elettori che successivamente trasmette il proprio voto al candidato Presidente. Non sempre chi ottiene il maggior numero di voti assoluti è eletto Presidente (Bush contro Gore nel 2000). Ogni Stato pesa in maniera differente nella realizzazione di quei 270 grandi elettori necessari a proclamare la vittoria Regolarmente attraverso un censimento sulla popolazione il numero di grandi elettori varia da stato a stato per rispecchiarne l’evoluzione demografica (con una disproporzione favorevole agli Stati minori), il censimento del 2010 sul quale si basera la prossima tornata elettorale premierà in termini di rappresentatività Stati la cui fede repubblicana è solida.

In se questa preoccupazione, presa da sola, sarebbe infondata. Se proiettiamo i risultati del 2008  (Obama 365 grandi elettori contro i 173 di McCain) sulla mappa aggiornata al censimento del 2010 l’esito non è molto diverso (359 contro 179) ma il consenso sull’operato presidenziale in alcuni degli Stati considerati in bilico non ha un tendenza rassicurante. Se Obama nel 2008 ha vinto con un grande margine è stato grazie ai grandi elettori di Stati considerati imprendibili per un democratico, stando invece alla fotografia che i sondaggisti ci consegnano oggi quelle vittorie sorprendenti sono tornate ad essere inespugnabili.

Obama tuttavia non va sottovalutato, specie in un momento in cui il gradimento del Congresso è al minimo storico fermo intorno al 13% (la cosa dovrebbe ricordarci qualcosa), la dimensione della crisi non è certamente caricata sulle sue sole spalle ed i timidi segnali di ripresa economica potrebbero prendere il passo delle elezioni dando maggiori certezze proprio quando sarà più necessario, tra settembre e ottobre, convincendo gli indecisi. Teniamo allora gli occhi puntati sui veri battlegrounds del 2012 come Florida, Ohio, Virginia, Wisconsin e Colorado e sulle risorse che gli sfidanti riusciranno a raccogliere per trasformare questi purple states in voti blu o rossi.

Le elezioni tra il primo e secondo mandato non sono tuttavia un semplice test di gradimento sul presidente, rimangono elezioni in cui scegliere a chi affidare il deterrente nucleare e la qualità dello sfidante giocano un ruolo determinante nel dover convincere il popolo americano a mandare in panchina il giocatore titolare. Su Mitt Romney e sulle sue chance se non di vincere ma di fare una campagna dignitosa rimandiamo ad un prossimo pezzo su qdR, l’attuale complessità della destra americana richiede un’analisi freudiana a se che non si può esaurire in poche battute.

Teniamo bene a mente, nonostante tutti i profeti della sventura democratica, che nella saggezza popolare, che sappiamo vibrare in ogni elettore, esiste il detto “chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova”.

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