Vive Keynes, vive la France?

By Redazione

maggio 8, 2012 Esteri

Cosa hanno a che fare l’economista e politologo austriaco Joseph Schumpeter, l’economista inglese, nonché ex “director” della Bank of England John Manyard Keynes e il neo-eletto Presidente della Repubblica Francese François Hollande? Una risposta istintiva e superficiale suggerirebbe: nulla; il primo, un conservatore sobrio ed originale, degno erede intellettuale di quella magnifica fucina d’idee che fu un tempo l’Impero Austro-Ungarico; il secondo autentica espressione liberale whig della prima metà del ‘900 che darà poi vita alla scuola di Cambridge; il terzo ed ultimo, un socialista, appena insediatosi all’Eliseo con un programma chiaramente riformista e intento nel porre una rottura con le amministrazioni precedenti, francesi, in particolare, ed europee, in generale.

Un’analisi più accorta, invero, focalizza la propria attenzione su una serie di aspetti degni di nota, poiché sia Schumpeter, sia Keynes vengono in nostro soccorso per delineare ancor meglio la realtà che ci circonda e quindi per carpire il risultato delle elezioni politiche francesi. Il programma di Hollande si distingue esplicitamente da quello degli altri esecutivi europei, in corso: una politica economica votata prima di tutto alla crescita, una ripresa dello strumento della politica fiscale, intesa in senso progressivo, un’attenzione nei confronti dei termini occupazionali dell’economia e quindi del tetto pensionistico, un aumento delle imposte al 75% per i redditi superiori al milione di euro sono solo alcune delle misure intese dall’esecutivo socialista transalpino. Di pari passo, una visione “sui generis” inerente agli altri gabinetti europei, quindi Londra, Berlino, Roma e non ultimo Madrid, lascia intendere il proposito di operare su parametri economici che prediligono la politica monetaria, quindi il rigore fiscale, la contrazione dell’offerta di moneta e la progressiva liberalizzazione del mercato del lavoro, il tutto volto a contenere spinte ed umori inflazionistici.

Alla luce di questo, vi è la consapevolezza, il preciso obiettivo di voltare pagina e segnare una svolta nell’azione governativa di Parigi. La Francia, paese del G-8, una delle realtà economiche e politiche più progredite ed importanti dell’Unione Europea, quindi del mondo, manifesta la volontà di un cambiamento attendibile della propria filosofia politica. Sembra essere terminato un ciclo, la crisi economica fa emergere le istanze di giustizia sociale e di democrazia effettiva avanzate a gran voce dalle diverse realtà delle pubbliche opinioni nazionali: le continue proteste in tutta l’Unione e non solo, l’aumento dei tassi di disoccupazione, la crescente sperequazione sociale sono solo alcuni degli episodi sintomatici della famigerata crisi generata dal crollo di un settore marginale del mercato immobiliare degli Stati Uniti nel 2007; la scintilla del tutto, una specie d’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo che, successivamente, ha gettato mezzo mondo nello scompiglio. E’ evidente il progressivo depauperamento delle classi sociali meno avvantaggiate, con basso reddito e non sempre con un corrispondente grado di educazione altrettanto non elevato, insieme alla classe media, alle persone che per fare fronte alle proprie spese si affidano alle entrate esclusive del loro lavoro: la contrazione dei consumi, la mancata ripresa dell’economia e il disagio sociale sono i prodotti tipici della crisi.  Qui entra Joseph Schumpeter, con la sua “Teoria dello sviluppo economico”, nella quale, il pensatore viennese delinea i motivi dell’esistenza fisiologica dei cicli di espansione economica, seguiti a cicli di recessione quindi, eventualmente, di depressione. Non è questa la sede funzionale per espletare un’indagine “in toto” sul pensiero schumpeteriano, quanto piuttosto è importante sottolineare l’originalità introdotta del teorico austriaco, ovvero della presenza inevitabile, in un determinato periodo di tempo, dell’alterazione degli equilibri economici, e susseguentemente del rientro nell’equilibrio di flusso circolare.

La ripresa degli strumenti forniti dalla politica economica e una relativa diffidenza nei confronti del mercato, concepito come incapace di autoregolarsi, e per questo, la necessità di operare nella vita economica di un paese per mezzo dell’intervento statale sono le nuove basi dell’azione indetta da Hollande, e che trovano il proprio “background” civico ed ideologico in John Manyard Keynes. Keynes può essere inteso, come un contributo letterario laterale, per intendere i risultati delle ultime politiche francesi. Nonostante la copiosa letteratura sul pensiero di Keynes apparsa anche negli ultimi anni, il cosiddetto “Keynesian resurgence” dopo la scossa tellurica del 2008, sussistono alcuni aspetti che restano dimenticati o quanto meno non approfonditi. In particolare Keynes appare critico, ma non ostile, al sistema capitalistico, che ritiene incapace non solo di generare la piena occupazione ma anche di produrre una distribuzione del reddito accettabili dal punto di vista etico. L’economista di Cambridge ritiene, secondo l’italiano Giovanni Palmerio, che il sistema capitalistico abbia bisogno di “profonde modifiche istituzionali”, tali da rendere trasparente il funzionamento dei mercati finanziari e che correggano l’iniqua distribuzione della ricchezza. Keynes concepisce un intervento dello stato più intenso, ad una maggiore centralizzazione delle decisioni, ad una programmazione che possa orientare gli investimenti delle imprese. E in questo spirito Keynes auspica, specie sul piano della redistribuzione della ricchezza, molti dei provvedimenti che poi si sono realizzati nell’ambito dello stato sociale. Forse il significato più profondo del messaggio keynesiano, e quindi della possibile e futura azione governativa di Hollande, così come di tutte le realtà afferenti al gruppo dei socialisti democratici europei, consiste nel ritenere che il funzionamento dell’economia non possa essere lasciato esclusivamente in balia delle forze di mercato, anche perché ciò significherebbe lasciar prevalere i poteri forti, cioè le posizioni di coloro che sono detentori di potere monopolistico come le grandi imprese e i grandi gruppi finanziari, ma debba essere affidato alla guida consapevole degli uomini. Così come John Stuart Mill, John Manyard Keynes vede l’intervento dello stato complementare e non sostitutivo dell’iniziativa privata, in favore di un’attività politica economica da parte dei poteri pubblici, a cui si riconosce un ruolo altamente positivo.

In conclusione: le aspettative su Hollande sono molto alte, probabilmente troppo alte;  ma un dato è certo: riemerge la necessità di fare respirare “ex novo” le richieste del “sociale”. L’immediato discredito manifestato nei confronti di Hollande, che affiora dal mondo del web, è testimoniato icasticamente da osservazioni inerenti alla possibilità di una colata a picco delle borse e di un futuribile innalzamento dello spread. I più arcigni professano la fine dell’Europa. I più insipienti si interrogano se questa possibile fine sia addirittura un bene. Sorge spontanea una riflessione. Il novembre 2012 vede le elezioni negli Stati Uniti, con la quasi certezza del “continuum” obamiano. Il 2013 sarà la volta delle politiche a Berlino, e il proseguo della CDU è in forte dubbio. Washington, e il codominio franco-tedesco,  per la guida dell’Europa, nell’arco di un anno, hanno l’effettiva possibilità di cambiare rotta, parametri politici, governativi ed economici. E’ un momento storico, paragonabile alla vittoria dei laburisti in Gran Bretagna con Clemente Attlee nel 26 luglio del 1945, oppure, se si preferisce, a Ronald Reagan nel 1981 alla Casa Bianca, ovvero a Margaret Thatcher, sempre al numero 10 di Downing  Street: l’enfasi sui dibattiti, le speranze di realizzare le proprie intenzioni e per questo i propri programmi, la manifestazione degli umori del proprio elettorato vincente e con esso la precisa volontà di sconfiggere non solo l’avversario, ma di cambiare lui i connotati (così come hanno fatto in egual misura i governi Attlee e Thatcher) sono le indubitabili esternazioni dell’importanza di queste ultime elezioni. Per chiudere è giusto lasciarsi con un interrogativo concernente il futuro dell’Unione: può l’esecutivo di Hollande, e per questo, insieme al prossimo esecutivo tedesco, possibilmente a guida SPD, rilanciare con effettività il processo di unificazione politica dell’Europa? E’ bene ricordare come suddetta unificazione sia stata visceralmente auspicata da quei padri fondatori del processo integrativo europeo, da Konrad Adenauer, da Robert Schuman e da Alcide De Gasperi, esponenti democristiani, profondamente europeisti, autenticamente cattolici, nonché esponenti di quello che poi sarà il gruppo dei popolari europei: uomini provati dalla guerra, testimoni vivi e genuini della sofferenza dei propri popoli. E’ bene interrogarci sul futuro dell’Europa, se questa svolta storica possa effettivamente costituire quel volano di rilancio dell’integrazione politica, della vittoria della politica, prima ancora dell’economia, delle agenzie di rating e dei voli low costs: forse con una guida socialista, geneticamente democratica, così come auspicata dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *