La grande corsa di Newt

By Redazione

maggio 6, 2012 Esteri

È stata una grande gara anche quella disputata da Newt Gingrich, ma anch’egli adesso non può fare altro che ritirarsi. Da tempo non può più insidiare davvero la leadership di Mitt Romney, e ora anche la matematica lo esclude completamente dai giochi. Ha sperato di poter restare nel giro per influenzare il più possibile il dibattito politico sul piano dei contenuti di valore, ma alla fine il budget lo ha messo alle corde. Ora davvero non c’è più storia. La nomination presidenziale Repubblicana sarà di Romney, e con essa giungerà il mandato – con il suo pesante fardello ­- di battere al meglio possibile Barack Obama. Il tempo affinché il GOP per intero, la galassia conservatrice tutta e anche ogni nemico di ieri si schieri al fianco dell’ex governatore del Massachusetts per sorreggerne la sfida c’è; basta usarlo bene.

L’affondo di Gingrich in questo 2012 resterà comunque negli annali della storia; l’affondo di questo Gingrich di oggi. Pur figlio di quello che nel 1994, da enfant prodige della New Right (“Newt Right”, la chiamarono dopo…), conquistò il 104° Congresso federale divenendo presidente della Camera di Washington grazie a una vittoria elettorale strepitosa, quello del 2012 è infatti un Gingrich non diverso ma più maturo. Ha dimostrato, in queste primarie, di non temere nessuno, di amare le controversie anche pesanti, di non essere disposto a cedere un millimetro quanto ai princìpi. Qualcuno continua a dire che è un falsario: noi che non abbiamo la sfera magica per leggere dentro le anime degli uomini continuiamo a vedere ciò che accade, a sentire ciò che viene detto e a riportare quel che viene scritto, e tutto ciò parla una lingua ben diversa da quella biforcuta che qualcuno si ostina ad attribuire a Newt.

Almeno due sono del resto gli elementi di grande interesse nell’avventura Gingrich 2012. Il primo è stato l’attacco sulla moralità di certe scelte economiche che l’ex presidente della Camera federale ha portato al cuore della campagna elettorale di Romney. Ebbene, a conti fatti, dopo molti mesi, e guardando al futuro così come alla storia che si sta scrivendo giorno dopo giorno, importa assolutamente molto meno stabilire se abbia avuto ragione l’accusa di Gingrich o la difesa di Romney, se Newt sia stato maldestro oppure se sia stato Mitt a comportarsi peggio. Quel che invece davvero importa è ciò che la disfida, elegante o meno che sia stata, evoca. Perché ciò che il duello fra i due candidati Repubblicani ha messo perfettamente in luce è la necessità di non confondere la difesa anche più strenua della libertà economica garantita dal mercato con la rapacità di chi riduce tutto l’umano al solo dato economico. Lo stabilire se, quando si parla di denaro, si parla di valore assoluto come farebbe un perfetto marxista, oppure se lo si considera un bene strumentale a vantaggio della persona.

Insomma, se per difendere il laissez-faire dello spirito libertarian più autentico sia automatico diventare materialisti, avidi, gretti, immorali e sociopatici. Ecco, Gingrich ha avuto il merito storico di porre sul tavolo della discussione seria questo tema, proponendosi come alfiere di una critica da destra alla Destra economica in grado di non concedere nulla al pensiero di sinistra. Può pur avere sbagliato toni, modi, tempi a magari anche bersaglio, agli uomini capita di farlo più spesso di quanto ci s’immagini; ma il valore della sua chiamata alla riflessione resta alto. E si perderà se qualcuno non ne raccoglierà il testimone: ecco perché Gingrich non è affatto un uomo finito. Quando vinse clamorosamente le elezioni di “medio termine” del 1994 alla testa dei Repubblicani, Newt non ragionava (ancora) così. Oggi invece lo fa: e, a chi interessa (come interessa a chi qui scrive), il filo del suo ragionamento adamantinamente conservatore è oggi perfettamente in linea con il magistero sociale della Chiesa Cattolica, a cui da qualche anno l’ex battista Gingrich appartiene orgogliosamente e mai spocchiosamente.

Il secondo elemento che resterà è il ricupero, da parte di Gingrich, di quella che gli storiografi della politica statunitense contemporanea, e ancora di più gli studiosi del conservatorismo nordamericano, chiamano da decenni “southern strategy”. L’espressione l’ha ripescata quest’anno qualche organo d’informazione liberal brandendola come un’infamante accusa, nel tentativo di venderla come un’opzione disperatamente razzistica tesa ad accattivarsi le simpatie dei redneck “sudisti”. Ma è tutt’altra cosa.

La “southern strategy” si chiama così da quando Richard Nixon (1913-1994) la mise in essere a vantaggio della “splendida sconfitta” conseguita nelle presidenziali del 1964 dal senatore dell’Arizona Barry M. Goldwater (1909-1998), cioè l’uomo che, con quella nobile guasconata di quasi mezzo secolo fa, ha reso possibile l’elezione di Ronald Reagan (1911-2004) alla Casa Bianca nel 1980 e quindi quel fatidico spostamento a destra del baricentro del GOP di cui oggi si stanno raccogliendo i primi frutti interamente maturi. Fu Nixon infatti che si rese per primo davvero conto – sul piano del marketing politico – di cosa fosse per la prima volta accaduto attorno a Goldwater e grazie a Goldwater. E ciò che era accaduto era stato un primo, forse per certi versi ancora impercettibile, ma comunque sempre “inaudito” spostamento di qualche frangia dell’elettorato conservatore degli Stati del Sud dal Partito Democratico a quello Repubblicano.

Nel Sud, infatti, fino a Goldwater, i conservatori mai e poi mai avrebbero votato per il “partito di Lincoln”. In alcuni anfratti succede ancora, ma in quella prima metà degli anni 1960 qualcosa cominciò a mutare. Era nel frattempo mutato tantissimo il Partito Democratico, tanto che molti conservatori non potevano più, nemmeno retoricamente e sentimentalmente, continuare a riconoscersi in esso; e iniziava a mutare pure il GOP, allorché Goldwater aveva inaugurato una pratica assai diversa rispetto a quella dei suoi compagni di partito. Pur appartenente al “partito di Lincoln” Goldwater dei “sudisti” non era nemico, ma volle essere amico, o lo diceva in pubblico. Nel 1964 andò come andò, ma Nixon si rese conto che quel che era iniziato andava proseguito e potenziato. Gli anni d’incubazione successivi alla sconfitta elettorale di Goldwater furono quelli durante i quali il GOP “guidato” da Nixon puntò moltissimo sulla “strategia del Sud”. Vincendo. Oggi in amplissima parte del Sud nordamericano, i “sudisti” indossano i panni di Repubblicani granitici come i loro padri non avrebbero mai sognato di vederli fare. E sono Repubblicani assai diversi da quelli della cosiddetta ala liberal del partito.

Ebbene, Gingrich quest’anno ha ripreso le fila di un discorso antico quanto Goldwater prima che la politica politicante dell’establishment del partito potesse riuscire a rendere non più riannodabili certi fili. In qualche caso Newt è andato subito benissimo all’incasso elettorale, in altri meno. Ma il punto vero, come sempre, è un altro. Non fosse altro che per questo reminder, la corsa di Gingrich nel 2012 valeva la penna di essere disputata, tutti i soldi spesi di essere spesi e i debiti ora rimasti di essere accumulati. Un GOP che battesse Obama in novembre, ricordasse la grande lezione dei “Tea Party”, si lasciasse ammaestrare dalle strategie e dalle filosofie di Gingrich, comprendesse appieno cos’ha significato al discesa in campo di Rick Santorum e smettesse di guardare al mondo emblematizzato da Ron Paul con sufficienza sarebbe la quadratura del cerchio che dai tempi di Goldwater la Destra americana attende.

(L’Occidentale)

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