Rossi e lo schifo che non raccontate

By Redazione

maggio 4, 2012 politica

No, non capite, colleghi miei cari e soprattutto voi amici ed ex fratelli di Repubblica, che c’è una relazione tra la crisi dei giornali e una delle più comuni pratiche di ogni giorno. La chiamerei “il professionismo della bontà” o “ignoranza della disintermediazione”.

No, non è l’unica causa di crisi del giornalismo, ma di certo c’entra: voi fingete di non aver capito che la disintermediazione del digitale non riguarda solo cosucce come i canali di vendita e i pacchetti di offerta (quindi le vostre aziende). E siete perfino disposti ad accettare che in discussione venga messa la velocità con la quale date le notizie e insomma la modalità  del vostro lavorare. Ma lì vi fermate.

Per questo, fin dai tempi della televisione, e soprattutto nel giornalismo sportivo, avete deciso che “i fatti” non sono più importanti. Che vadano solo riepilogati all’interno di un giudizio o al più di una analisi tecnica. Voi avete trasformato i vostri pezzi di cronaca in omelie.

Attenzione: è un male molto diffuso. Mi sono molto, amaramente, divertito ai tempi dell’incidente alla nave Concordia, quando uno stimato editorialista di questo paese, noto da sempre per il suo garantismo che supera mari e montagne, ha chiesto sul Corriere della Sera che la testa del comandante Schettino gli fosse messa sul tavolo, in quello stesso momento in cui scriveva.

Indagini? Scavare nella cause da parte di giornalisti e magistrati? Che importa, si vede in televisione, è tutto chiaro, ci sono le immagini. Il colpevole c’è. Avanti con i commenti e soprattutto con le emozioni. Il giornalismo delle emozioni. E dei linciatori di professione: avanti con le satire devastanti dei comici della morale (anche i comici in questo paese si occupano di etica, magari si stendono su un tavolo e mettono il  culo all’aria, ma dicono cose assai intelligenti). Avanti con la distruzione di un uomo, di una vita, di una reputazione, magari facendo gli interessi dell’azienda o di qualche magistrato un po’ smanioso.

E’ successo lo stesso con Delio Rossi. Adesso i lettori veloci dei social network e anche tanti di voi diranno che io “sto con Delio Rossi”. Io vorrei stare col giornalismo. Che è soprattutto scavo, indagine, che non si fa carico dell’esito del suo lavoro, che non pensa: “così lo salvo” o “così lo ammazzo”. Siamo un paese di insider trader dell’etica: non spieghiamo cos’ha detto Lijajc a Delio Rossi. Ci basta la vociferazione, ci basta che “si sappia”. Ci basta scrivere: “una frase gravissima”. Per carità, doveste mai scriverla… Ah be’ certo ripetere la violenza non si deve, non bisogna dare spettacolo di violenza: lo dicono tutti, dalla First Lady del calcio di Sky giù giù fino a tutti i professionisti della bontà, una condanna unanime. E se invece del silenzio coperto dalle vostre prediche ci fosse un sereno racconto dei fatti e l’idea se la facessero i lettori e gli ascoltatori in proprio? E’ questa la delega di cui fate abuso, quella del libero pensiero. Questa dovreste restituire. Anzi. questa state restituendo senza accorgervene.

Nei “fatti” del caso Rossi, rientrerebbe pure il racconto di cosa è oggi il lavoro: le tensioni, che in una squadra di calcio sono massime ed estreme, ma non sono poi così diverse da quelle che ci sono nelle aziende di questa terra, compresi i vostri giornali. Per dirla in parole povere: voi avete rinunciato a raccontare la vita e l’avete sostituita con la vostra predicazione. Lo so che la vita spesso fa schifo, ma è per farne sentire il puzzo che siete pagati. Non per passare il deodorante del moralismo.

Ma del resto avete ragione voi. E’ un paese nel quale il giornale di maggior successo degli ultimi anni è quello che applica al suo massimo grado il metodo della sentenza sommaria. Ma quel successo è solo il fungo più perfetto e più vero di un humus nel quale siete cresciuti tutti. Oh sentenza sommaria, sì, che non si applica quando il “colpevole” è un amico o un “nemico amico”. Scenario: se Berlusconi avesse detto che un processo è uno spreco, come ha fatto Beppe Grillo ieri a Torino, ma che cosa avreste scritto tutti quanti? Lo avreste linciato.

Il tema è che voi avete rinunciato a raccontare passando il testimonio della valutazione alla testa dei singoli. Ignorate che non c’è più il “lettore medio”. Ci sono persone. Che in grande maggioranza in questo paese si riducono  ad animali da colosseo, concordo con voi e con il vostro vero pensiero non detto. Ma le tendenze generali vanno oltre i mali italiani.

Se si provasse a raccontare soltanto, o perlomeno a raccontare prima, forse potrebbero germogliare forme di consapevolezza anche nuove. O forse quelle forme di consapevolezza, che ci sono, voi potreste finalmente incontrarle col vostro lavoro, soddisfarle, farle crescere. In fin dei conti, quella roba che si chiama internet ha creato le basi per un nuovo individuo, fornito di un pensiero autonomo e proprio. La vostra pretesa di imbonirlo può avere il successo momentaneo di una manifestazione politica o di una campagna, ma sul lungo periodo è roba sconfitta e strasconfitta. Vedo, nella migliore delle ipotesi, il vostro sorriso di scherno. E sento la vostra indifferenza al tema. Fa niente. Avete vinto voi, ma c’è un’Onda in arrivo che non farà prigionieri.

(Sabatotrippa)

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