Diritti civili? Meglio Bush di Obama

By Redazione

maggio 3, 2012 Esteri

George W. Bush batte Barack H. Obama per un secco due a zero. Per quanto il primo – presidente repubblicano per due lunghissimi mandati – abbia scatenato due guerre sanguinose, il secondo ha fatto di peggio: ha consegnato un singolo individuo, inerme e disabile, nelle mani di un regime repressivo che lo ha ricattato mettendo sul piatto della bilancia la vita della moglie e della figlioletta di 6 anni. E lo ha fatto non per un bene superiore, ma per denaro. Per quanto il primo abbia autorizzato Guantanamo in nome di un bene superiore, ha ricevuto con tutti gli onori il Dalai Lama e gli ha consegnato la medaglia del Congresso.

Il secondo invece, pur ostentando un Premio Nobel per la Pace tanto prematuro quanto poco fondato, ha trattato l’Oceano di Saggezza come un ospite sgradito, concedendogli un breve colloquio che si è concluso con il leader tibetano accompagnato all’uscita secondaria della Casa Bianca. Le fotografie di Tenzin Gyatso che, con i sandali ai piedi, passa accanto ai sacchi della spazzatura presidenziale, sono ancora nella mente di chi ha seguito l’evento. Bush ha ricevuto la famiglia di Gao Zhisheng, avvocato dissidente nelle carceri cinesi, e ha fatto un appello per la sua liberazione; Obama aveva nella sua ambasciata di Pechino il “Gandhi dei nostri giorni”, Chen Guangcheng, e ne ha ordinato la cacciata. Le parole del dissidente cieco, pronunciate nella notte per smentire chi diceva che se ne era andato di sua spontanea volontà, suonano come un monito tremendo: «Sono in pericolo e sono stato abbandonato». Un monito perché a perdere, in tutta questa storia, non è soltanto la reputazione già dubbia di un’amministrazione americana troppo impegnata a sfilarsi da ogni tavolo complicato. Ad essere veramente in pericolo è la coscienza dell’Occidente, che osserva quanto avviene con disinteresse e di disincanto.

Siamo pronti a scommettere che, se a compiere lo stesso gesto fosse stato il feroce Bush, avremmo ora le tasche e le orecchie piene degli alti lai di coloro che si ritengono gli apostoli e i discepoli della correttezza politica in versione Web. Essendo il carnefice il simpatico Hussein, che gioca a basket (taroccando i tiri) e mangia hamburger, siamo pronti a chiudere gli occhi e, alla fine, chiederci: «Chen, chi era costui?». Ecco, il dissidente gli occhi ce li ha chiusi da molti anni. E forse per questo non si è fatto scrupoli di simpatia o di correttezza politica nel puntare il dito contro Washington – simbolo e non solo capitale – e dire: “Mi hai abbandonato mentre ero in pericolo”. Gli Stati Uniti sono una grande nazione per tanti motivi, e il suo potere economico è uno degli ultimi.

Gli States hanno reso grande il concetto di libertà e di difesa della democrazia e dei diritti umani; e per questo suo impegno anche chi non li ama alla follia – come il sottoscritto – non ha potuto evitare di ammirarli in tante occasioni in cui l’Europa, vecchia e stanca, si era già arresa. Oggi, con la consegna dell’ostaggio nelle mani dei suoi aguzzini, questa ammirazione si è frantumata in mille pezzi. Siamo diventati troppo grassi e troppo sazi per vedere cosa si nasconde non dietro la Cina – che è un grande paese in cui vive un grande e nobile popolo – ma dietro al regime che la guida. Speriamo che questa miopia non ci costi molto più della vita di un dissidente cieco.

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