Washington consegna Chen a Pechino

By Redazione

maggio 2, 2012 Esteri

Chen Guangcheng, dissidente cieco che da anni lotta contro gli aborti forzati in Cina, «è uscito di sua spontanea volontà dall’ambasciata americana a Pechino e presto abbraccerà di nuovo i suoi cari». Se non fosse drammatico, questo breve lancio dell’agenzia di stampa ufficiale del regime cinese Xinhua sarebbe esilarante. Dopo quattro anni e mezzo di carcere duro, altri due di arresti domiciliari, piagato da una salute cagionevole e da un handicap considerevole, il “Gandhi dei nostri giorni” è stato di fatto consegnato dall’amministrazione statunitense al Partito comunista.

Nel momento in cui andiamo in stampa non è chiaro se Chen verrà preso in consegna dalla pubblica sicurezza o verrà scortato nella sua casa dello Shandong per essere di nuovo chiuso a chiave al suo interno. Ma questo non conta poi molto. Quello che conta veramente è che quest’uomo – definito dalle maggiori Ong internazionali “un eroe” – sia stato abbandonato al suo destino dal governo degli Stati Uniti. E il fatto che la sua cacciata dall’ambasciata avvenga nel giorno in cui il Segretario di stato Hillary Clinton arriva a Pechino per i colloqui commerciali bilaterali – che si aprono oggi – non è assolutamente un caso. Andiamo per ordine. Lo scorso 22 aprile, in barba ai controlli serrati che lo affliggono da tempo, Chen Guangcheng riesce a scavalcare di notte il muro della sua abitazione e a fuggire. Nonostante sia cieco, l’aiuto di un gruppo di dissidenti riesce a portarlo fino alla capitale cinese.

Qui, lo scorso 27 aprile, entra nell’ambasciata statunitense e registra un video-messaggio indirizzato al premier Wen Jiabao. Nel lungo discorso, che dura più di 15 minuti, Chen non si fa alcun tipo di remora e denuncia per nome e cognome i suoi aguzzini, coloro che attraverso la corruzione e la violenza «stanno distruggendo il partito e la Cina» e chiede al premier – considerato “un riformista” – di fare giustizia e di garantire la sicurezza della sua famiglia, rimasta a casa. La reazione delle autorità non si fa attendere. Dopo poche ore dalla sua fuga il fratello e il nipote vengono assaliti da una banda armata, che riescono a mettere in fuga dopo una lunga colluttazione; gli agenti della pubblica sicurezza in borghese iniziano a rastrellare la comunità dei dissidenti più vicini a Chen e a compiere arresti indiscriminati; la moglie e il figlioletto vengono “avvertiti” e convinti a rimanere in casa per “motivi di ordine sociale”. Lui però si trova in salvo, avvolto dalla protezione diplomatica della più grande democrazia del mondo. Le cose precipitano quando un funzionario cinese a Washington fa sapere all’amministrazione guidata dal democratico Barack Obama che, se la situazione non si risolve in maniera “positiva”, i colloqui bilaterali sul commercio verranno rinviati “a data da destinarsi”.

E allora tornano in mente le parole della Clinton durante il suo primo viaggio in Cina da Segretario di Stato avvenuto nel 2009: «Parleremo di diritti umani, ma sappiamo già qual è la loro risposta. D’altra parte non si possono collegare i diritti umani alla crisi finanziaria e climatica, che hanno purtroppo la precedenza su tutto il resto». E tanti saluti alla battaglia in nome dei valori e alla “democrazia prima di tutto” che hanno reso grande l’America. La cosa più triste di tutta questa brutta storia è che, fino a qualche anno fa, l’ambasciata statunitense a Pechino era definita dalla comunità dei dissidenti “il posto più sicuro della Cina”. Oggi, a quanto pare, è invece l’anticamera della galera.

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