Moriremo socialisti?

By Redazione

maggio 2, 2012 politica

Come dalla scatola magica, ecco che un’altra volta spunta fuori la sorpresa che non ti aspetti, ma che non era così difficile prevedere. Dalla scatola a molle viene fuori ancora una volta, inossidabile un socialista. C’era un socialista, Giuliano Amato, a capo del comitato per i 150 anni d’Italia, criptico strumento del disegno ombra del Presidente per varare un governo ombra d’Europa, da imporre allo scontro al calor bianco della perenne guerra civile italiana.

Ed ora rieccolo, il socialista Amato con il superincarico di consigliare e formare una nuova forma substantialis di quelle che furono organizzazioni di massa, i partiti ed i sindacati. Rieccolo, il portavoce tecnico di Craxi ed il premier politico dei tecnici bancari e di Bankitalia. Rieccolo, l’uomo dei partiti pre-Mani Pulite ed il traghettatore del resto della classe dirigente oltre i cadaveri di Dc e Psi, a cavallo dell’onda morale. Rieccolo, il magnanimo consigliori, per un momento, della destra, scartata saggiamente per un ruolo più appartato in attesa del ritorno al centro della scena. Ed infine rieccolo oggi, supertecnico dei tecnici, l’Amato iperpolitico tra i politici. Dei tre supertecnici cui si affida oggi il governo Monti per recuperare se non sostegno, almeno tolleranza e speranza tra un popolo che dopo pochi mesi embra già non tollerarlo più, Amato sembra il meno rilevante. L’impegno di risparmio di 4,2 miliardi di euro cui è chiamato Bondi, per la modica cifra di 150mila lordi, è certamente più concreto. Non a caso il risanatore della Parmalat è elevato a commissario. Il successo sarà invocato con voce roboante ed esaltato per evitare l’aumento dell’Iva, che poi ci sarà comunque.

Per accademici e guru dell’economia, su 800 miliardi di spesa pubblica, nell’immediato, forse solo 80 non sono spese inevitabili. Il massimo dei miracoli del risparmio possibile, nei giorni in cui si spendono 228 milioni per le solite auto blu, tocca l’ipotesi di 4,2 miliardi, una goccia nel mare dei duemila miliardi di debito. I sapienti, dopo aver stigmatizzato l’irragionevolezza di pensionandi e sindacati, corrotti e partiti, evasori e pastasciuttari, ora indicano il nemico nei burocrati che impedirebbero una sana gestione della cosa pubblica. Rieccheggia l’eco staliniano del “dagli al sabotatore”. Ai saggi dalla parvenza liberalprogressista evidentemente mancano idee e volontà su come ridurre il debito se non attraverso il sangue di decenni di sacrifici popolari. Anche Francesco Giavazzi, supertecnico ma solo consigliere, dovrà occuparsi di numeri concreti come le riduzioni drastiche degli aiuti alle imprese, che tra l’altro sono per i liberali di sinistra, pessimi distorsori del mercato.

Giavazzi conosce bene il caotico mondo dei tanti piedi nelle staffe di sgravi, agevolazioni, aiuti a fondo perduto. Non a caso è o è stato accademico, dirigente del Tesoro, dell’Ina, del Banco di Napoli e dell’unica “merchant bank che non parlava inglese”. Il Nostro, contrario alle protezioni dell’art.18 e favorevole alla precarietà estesa a tutti come all’abolizione della cassa integrazione, non è però un Tafazzi. È di sinistra. Se non simpatico, perbene e non a caso preferisce i radicali. Promette, in coppia con Befera, di trovare i covoni di grano occultati dai nostri padroncini imprenditori kulak. Rispetto a questi impegni, il compito dell’Amato sembra poca cosa. Forse è poco mettere mano a una rifondazione etica, amministrativa, finanziaria, di trasparenza, di organizzazione, di rispetto delle minoranze interne, di scelta dei quadri, di rappresentanza di cittadini e lavoratori, e di legittimità alla partecipazione elettorale. Come numeri si tratta di toccare nemmeno 10 miliardi di spesa pubblica, e solo intendendo il finanziamento di partiti e sindacati nella versione più estesa possibile. Evidentemente non ci sarà nessuna riforma della legge elettorale. Non per questo il direttorio dei saggi ha intenzione di permettere ancora ad un signore qualunque di presentarsi al voto con firme un po’ contraffatte per poi riscuotere il 60% dei voti della regione più popolosa d’Italia.

Le condizioni ci sono tutte per commissariare non i consigli eletti ma prevenire attraverso la proibizione a presentare simboli, formazioni e partiti non legittimati da un certificato doc. Qualcuno fa l’esempio della scuola pubblica, unica, giusta ed eguale per tutti: così dovrebbe essere, teleguidata la partitomachia per smettere di essere partitocrazia. Sfugge che i partiti siano raggruppamenti di persone nati da motu proprio. Al socialista Amato paradossalmente guardano l’antipolitica, la tecnocrazia vincente di Repubblica e quella perdente di Della Valle, cacciato dal Cdr, la finanza che ama lo sviluppo e l’indignazione che nello sviluppo vede solo mafia. Ancor più paradossalmente, l’alternativa è un altro socialista, il Tremonti della denuncia al fascismo finanziario, a Goldman&Sachs, al fiscal compact, al Wto, all’Internet finanziario. Piattaforma identica di lotta contro le fascisme doreè di Marine Le Pen che in Francia pesa il 20% dei voti.

Attoniti, nazionalisti e comunisti, difensori dell’Europa forte lombardo-renana, cattolici e tutti gli altri guardano a questo derby tra componenti socialiste cui è ridotta la politica italiana. Perché loro, Amato e Tremonti? Perché i vertici di destra e sinistra sono comunque socialisti, laici oppure no? Perché proprio loro, che un partito non ce l’hanno, né un giornale, né un popolo? Queste domande si faceva D’Alema, non credendo alle proprie orecchie ed ai propri occhi per poi esplodere contro due vecchi lombardiani quali Cicchitto e Bertinotti: «Non vorrete farmi credere che siate d’accordo nel giudicare il governo Monti, frutto di un colpo di stato?». Non sorprendono le convergenze di analisi tra il liberalsocialista, leader di destra ed il socialista aspirante No Tav a vita, manifestate al convegno Rel sul pamphlet “guerra finanziaria” di Cicchitto. L’arte di criticare le proprie azioni, pur ritenendole necessitate da un contesto spaventa molti che si ritengono obbligati per onore a difendere non solo l’azione intrapresa, ma anche la sua eticità. Questa idolatria per miti, tabù, slogan, schiena dritta che costringe a sbianchettare foto e storia, impallidisce di fronte alla disponibilità al trovare soluzioni concrete quand’anche non democratiche, di raccogliere valori religiosi, quand’anche non credenti, di rieditare la guerra di classe tra popoli e nazioni, per interpretare eo demolire i populismi. Giovane virgulto socialista milanese, Biscardini, scaricato alle amministrative dal Pd si chiede a chi facciano paura i socialisti.

Alcuni non fanno paura a nessuno. Altri, come Tremonti e Amato, dall’alto degli Olimpi dei club più ristretti della grande aristocrazia partitica fanno paura a tutti. Entrambi temono solo un altro tipo di socialista, da tutti dannato, vilipeso e sbeffeggiato; radiato dalla rassegna stampa, dall’ordine professionale, dal consesso dei discorsi e business dabbene. È il socialista Ciceruacchio, L’Avanti senza apostrofo di Lavitola, l’espressione senza pregi, senza fregi delle reazioni di pancia, dell’istinto di sopravvivenza. Macaluso, Il Riformista, Marrazzo junior, Formica non hanno fatto in tempo a ballare la danza di morte attorno all’eresiaco Avanti che si sono trovati chiusa la redazione madre. Tra Tremonti ed Amato vincerà chi otterrà la scelta eretica popolare ignorante socialista di massa. Svantaggiato Amato, ricorre di nuovo all’insieme del fronte antisocialista. Intanto, al cimitero monumentale i socialisti doc, Tognoli, Finetti, Scalpelli, Manzi, Galbusera, Colucci, Besostri, Pillitteri, Carluccio, lo sguardo sempre più franco e diretto nel passato, commemorano Turati ignorato dalla pubblicistica di massa, lui che fu autore del canto del 1° maggio. Che componente socialista vinca, forse non li interessa. Tanto tutta la politica compresa l’antipolitica è una grande assemblea socialista. Ed il prezzo è il non vederselo riconoscere.

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