Quando il fisco era umano

By Redazione

aprile 29, 2012 politica

C’era una volta l’esattoria. Un ufficio dove il contribuente si recava una volta ogni tre mesi per pagare le tasse. E se la rata capitava quando non aveva i soldi, ci si faceva in quattro per scovare il modo perché potesse pagarla con calma, a spizzichi e bocconi, in base alle necessità dell’uno e alle possibilità economiche dell’altro. Un posto dove ogni contribuente era sempre considerato una persona onesta e rispettabile fino a prova contraria, e non un potenziale evasore da tenere sulla corda. Un posto dove persino all’evasore veniva usata tutta la cortesia e la discrezione del caso, prima di procedere con le “maniere forti” della riscossione coatta. Un posto dove gli esattori non giocavano a fare gli strozzini, dove non si usavano minacce più degne di un estorsore che di un rappresentante dello stato, dove non si metteva alla gogna nessuno solo perché aveva saltato un pagamento, né si ricorreva ad insulti ed umiliazioni pubbliche per recuperare gli interessi di mora. Un posto dove nessuno andava mai volentieri, certo, ma solo perché nessuno che sia sano di mente paga mai le tasse col sorriso sulle labbra. Un posto rispetto al quale mai e poi mai il suicidio sarebbe parso un’alternativa plausibile a nessuno. Un posto, insomma, nel quale la gente perbene stava da entrambi i lati dello sportello. Lo racconta un esattore fiscale in pensione, con 40 anni di sportello alle spalle a Torino e prima ancora nella provincia. Dalla sua testimonianza diretta emerge il vivido spaccato di com’era il rapporto tra stato e contribuente prima dell’avvento di quel mostro disumano chiamato Equitalia.

Arrivavamo ad adottare strane consuetudini, pur di garantire la massima correttezza nell’esazione tributaria. Molti artigiani che non erano in grado di pagare le rate beneficiavano di un tempo allungato, pagando poco per volta. Queste pratiche dilazionate venivano adagiate sopra una sedia che per tutti in ufficio era diventata “la sedia per le zoppe”. Non c’era nel nome nessun intento offensivo nei confronti delle donne claudicanti. Le chiamavamo così perché quelle cartelle esattoriali venivano pagate come e quando il contribuente era in grado di farlo, a rate irregolari, magari con importi differenti l’uno dall’altro, concordati di volta in volta tra l’utente e l’esattoria. Bisogna dire che grazie a questo metodo quasi tutti riuscivano ad ottemperare ai pagamenti, comprese le more previste.

Prendendo spunto da questo curioso aneddoto mi accingo a raccontare un po’ di storia delle esattorie. Queste erano strutture private concesse in appalto dallo stato a cittadini che possedevano i requisiti previsti dalla Legge oppure ad istituti di credito locali con un’ampia presenza sul territorio. Le tasse incassate, le multe, i canoni e così via potevano essere sia erariali, quando competevano lo stato, sia previdenziali, quando riguardavano l’Inps o altri istituti di previdenza, sia locali, quando competevano a comuni, province ed altri enti locali.

Esse erano elencate su libri detti “ruoli”, stilati dall’esattore ed avallati dai competenti organismi pubblici. L’esattore versava gli incassi all’ente impositore, (lo stato, il comune, l’Inps…) a date stabilite con il sistema del “non riscosso per riscosso”, vale a dire che l’intero ammontare doveva essere versato agli enti sempre e comunque. L’esattore tratteneva poi per sé gli aggi, vale a dire una specie di ricompensa per il lavoro svolto.

Una grande fascia di utenza, tra il 65% e il 70%, pagava regolarmente alle rate prestabilite, in genere quattro l’anno. Il pagamento volontario e spontaneo veniva detto “riscossione volontaria”. Il restante 30-35% rientrava invece nella riscossione coatta amministrativa. Ogni ritardo era gravato da more (ulteriori spese spettanti all’esattore) come rimborso degli oneri sostenuti. Se nonostante l’avviso di mora l’utente non pagava, si provvedeva al pignoramento dei beni mobili e immobili fino alla copertura del debito. Nel caso di persone giuridiche, come ad esempio le aziende, si poteva richiedere il fallimento fiscale dell’azienda gravemente morosa. 

Va detto in ogni caso che l’esattore, (sia il privato, sia la banca) non si comportava mai in modo oppressivo. I casi venivano esaminati con molta cautela. Si contattava l’utenza con estrema discrezione, e soprattutto senza mai ricorrere alle minacce. Si concedevano anche proroghe notevoli e fuori dall’ordinario (come nel caso della “sedia delle zoppe”) a quegli artigiani e commercianti volenterosi e meritevoli che si trovavano in evidente e temporanea difficoltà economica. Il tutto fino al recupero totale, o quasi, dell’intero dovuto. Solo in casi di palese malafede del contribuente si agiva in modo deciso e chirurgico, ma sempre con grande correttezza, professionalità, umanità e rispetto per la persona.

Certo è che i tempi erano diversi: c’era più ricchezza diffusa, le aziende funzionavano e producevano a pieno ritmo, il livello occupazionale era altissimo. Ora la crisi globale fa sì che la situazione non presenti più gli stessi aspetti positivi, ed il sistema di riscossione è cambiato adeguandosi alle necessità.

Purtuttavia, a maggior ragione, non si può pretendere di spremere sangue dalle pietre. Non è attuando un sistema “vampiresco” di esazione che si risolvono i problemi causati dalla crisi. Anzi, si peggiorano. In tempi di ristrettezze economiche gioverebbero senza dubbio molto di più le “sedie per le zoppe” che non l’azione coatta indiscriminata da parte dell’ente esattore.

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