La primavera del Bahrain

By Redazione

aprile 29, 2012 Esteri

Abdullah al – Khawaja da oltre settanta  giorni è in sciopero della fame. Sua figlia, Zaynab al – Khawaja, volto giovane e femminile della rivolta in atto da un anno in Bahrein, è stata arrestata per la seconda volta, dopo il fermo del dicembre 2011. Un manifestante è stato ucciso venerdì notte dalla forze di polizia nei pressi di Manama, nel corso di una manifestazione contro il GP di Formula 1 disputato domenica 22 aprile. Il suo corpo è stato rinvenuto la mattina dopo sul tetto di un edificio non lontano dal circuito automobilistico. La tre giorni di manifestazioni anti – governative accompagnate da scontri, violenze e uccisioni, non è riuscita a frenare la macchina organizzativa del Gp.

Gli affari vengono prima di tutto. Gli interessi da tutelare e proteggere sono tanti: gli sponsor e gli introiti pubblicitari, gli accordi multimilionari con la Federazione, i diritti televisivi e l’afflusso di spettatori che incentivano il turismo. Quest’anno la famiglia reale Al – Khalifa si è assicurata il mondiale per 40 milioni di dollari versati direttamente nelle casse della Fia ( (Federation Internationale de l’Automobile), nonostante la situazione interna vacillante e una “primavera araba” latente.  Gli incassi legati agli sponsor rappresentano la fetta più consistente di guadagno: Vodafone e Shell hanno strappato un contratto milionario con la McLaren pari a 75 milioni di dollari.

Anche marchi come Total, Siemens, Red Bull, UBS, Boss, Ferrari e Deutsche Post non hanno voluto rinunciare agli investimenti e ai guadagni, nonostante il rischio di compromettere la propria immagine. Per evitare accostamenti e coinvolgimenti diretti con la situazione esplosiva, sponsor come Shell e Vodafone hanno rinunciato a diffondere inviti vip per le tribune a ridosso del circuito, di solito affollate, mentre UBS ha disertato tutti gli eventi mondani. Nulla di più. “Show must go on”, per citare una celebre canzone dei Queen. Il Gp del Bahrain è l’evento più atteso dell’anno per estimatori e organizzatori. I vertici della Formula 1 si sono opposti a qualsiasi forma di boicottaggio. Il patron Bernie Ecclestone non ha ceduto alle richieste di sospensione delle gare chieste a gran voce da Onu e Amnesty International, che da mesi denunciano soprusi e violazioni dei diritti umani. Ecclestone ha risposto con un comunicato alle innumerevoli pressioni esterne: “Non posso farlo. Non sono io che decido, ma la Federazione internazionale. Noi abbiamo un impegno commerciale e lo stiamo rispettando”. Gli accordi commerciali si rispettano a tutti i costi, soprattutto quando l’intesa vale 40 milioni di dollari già confluiti nelle casse della Federazione. Dello stesso avviso anche il presidente della FIA, Jean Todt.

Nel 2011, il GP dovette fermarsi a causa delle rivolte sciite al loro esordio. In quell’occasione le perdite in termini di diritti televisivi e sponsor furono milionarie. A farne le spese fu soprattutto la famiglia reale Al Khalifa che sul GP ha puntato ingenti capitali. Dal 2004, con la costruzione del circuito di “Sahkir”, il Bahrain ha acquistato una visibilità crescente. Per l’ultimo GP appena disputato gli organizzatori hanno fatto sapere di aver venduto l’80% dei biglietti; ciascun biglietto è stato acquistato per un prezzo non inferiore ai 500 dollari. Il calcolo è presto fatto. E non ha importa se la maggior parte degli spettatori attesi sono principalmente cittadini del paese del Golfo. Non preoccupa nemmeno il fatto che centinaia di manifestanti hanno assediato per tre giorni e tre notti le strade adiacenti il circuito, rivendicando diritti, maggiori libertà e riforme. Dal 14 febbraio 2011 i sudditi del Bahrain protestano contro la monarchia sunnita, tuttavia la loro “primavera” non ha avuto la forza e la prontezza di esplodere in modo dirompente come altrove. I motivi sono tanti e riconducibili a ragioni economiche, politiche e geopolitiche.

Il business gioca un ruolo preponderante per l’economia del piccolo regno, perla del Golfo Persico. Non potendo godere dei vantaggi derivanti dal commercio del petrolio (a differenza dei suoi vicini di casa, Arabia Saudita e Qatar) il Bahrein ha sfruttato appieno la sua posizione geografica privilegiata. Famoso in passato per la pesca delle perle, ma scarsamente fornito di oro nero, nel 1932 il Bahrain avvia un processo di diversificazione economica puntando sul turismo, sul settore bancario e sulle infrastrutture, divenendo ben presto il centro regionale per banche offshore e islamiche, nonché una delle destinazioni più gettonate per i turisti sauditi e sede di fama internazionale dell’industria di alluminio. Ma un’economia diversificata per funzionare deve per forza cercare un sostegno esterno. Su questo versante, il  Bahrain ha sempre potuto contare sul supporto dell’occidente, soprattutto di Usa e GB e della vicinanza dell’Arabia Saudita. Un’affinità che si è spinta oltre. Ciò che è successo nell’ultimo anno in Bahrein ha preoccupato non poco l’Arabia Saudita, la cui famiglia reale è storicamente vicina a quella bahreinita. Con le rivolte in atto, i sauditi hanno sostenuto il Bahrain fornendo armi e forze per reprimere le proteste sul nascere.

In ballo c’erano gli interessi personali della petromonarchia. Le maggiori riserve petrolifere saudite si trovano nella provincia orientale del Bahrain, vicino a Manama. Anche gli Stati Uniti, dal canto loro, non sono rimasti con le mani in mano, visto e considerato che in Bahrain dimora la Quinta Flotta impiegata di recente nei conflitti in Iraq e in Afghanistan. Non solo. Il piccolo regno rappresenta un importante sbocco commerciale. Nel 2006 la famiglia reale Al Khalifa ha chiuso un accordo di libero scambio con gli Usa. Oltre a puntare su paesi stranieri come principali partner commerciali dai quali dipendere nel settore delle importazioni, il Bahrain si è dotato negli anni di un organismo con il compito di indirizzare le strategie di sviluppo economico e di attrazione di investimenti nel Paese. L’Edb(Economic Development Board) opera nell’ambito dei servizi finanziari, del turismo, dell’informatica, dell’istruzione e del settore industriale.

Nonostante i risultati positivi nel settore non oil che ha registrato una crescita pari al 7,2% nell’ultimo anno, il Bahrain deve fare i conti con la realtà sociale, dove la disoccupazione nel 2011 ha sfiorato il 20% su una popolazione che non supera il milione di abitanti. Il programma di riforme istituzionali realizzato nel 2001 dall’attuale re Hamid al Khalifa è rimasto sulla carta. Giudicato del tutto “inadeguato”, perché al desiderio di modernizzazione si affiancano ancora soprusi e ingiustizie sociali. Fin’ora le vittime reali “della primavera soffocata” sono 90, contro i 35 morti ufficiali. Largo agli affari, per i diritti di un popolo represso c’è sempre tempo. 

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