L’ arte di vivere in difesa

By Redazione

aprile 27, 2012 Cultura

Alle sue spalle c’è solo il portiere, intorno il vuoto. C’è un momento in cui lui e la pulce si sono guardati negli occhi, solo un attimo, quello che sta avvenendo è a una velocità quasi non umana. La pulce è il più forte giocatore al mondo. Non è di questa dimensione. È arrivato sulla terra probabilmente da un videogame o da un vecchio manga alla Holly & Benji, piccolo, rapido, con la palla sempre attaccata al piede, cinico, imprendibile, geniale come il peggiore degli argentini. Lui, come certi eroi sconfitti, ha ancora sulle spalle la maglia numero 13.

È stato un grande difensore, poteva esserlo ancora di più se la malasorte non l’avesse colpito ogni volta che la fortuna sembrava vicina. Non ha mai rinnegato nulla. Adesso ha 36 anni. Sei in più di quando lo avevano dato per finito, in quel mondiale che lo vide ancora una volta infortunato, lì a Berlino, con una coppa da alzare al cielo, ma da comparsa. Questa volta è la Champions, un quarto di finale, il Milan contro il Barcellona. Messi ha un solo difensore davanti a sé, poi solo il portiere. Corre e va quasi a sfidarlo. Scarta di lato. Nesta muove semplicemente una gamba. Con il piede ferma il pallone. Lo fa senza scomporsi, con quella lentezza che sa di vecchiaia e di chi ne ha viste troppe per lasciarsi ingannare dalla relatività del movimento. È il vantaggio di chi ormai vede il mondo alla sua velocità. Messi continua a correre, come un videogame, appunto, convinto che la palla sia ancora ancorata al suo piede. Quando si accorge dell’amputazione si volta con uno sguardo sorpreso, bambino. Nesta si dà la spinta sul piede sinistro e trotterellando fa ricominciare l’azione. Il più forte giocatore del mondo è stato fermato con un gesto plastico, profondo, quasi impercettibile per la sua banalità. Da qui non si passa.

Messi quella partita la supererà. La pulce vedrà se stessa smarrirsi nel turno dopo, contro una squadra inglese da rottamare che quel giorno scopre l’astuzia catenacciara di un italo-svizzero. Ma tutto questo è ancora distante. Torniamo alla nostra partita. Accade che Nesta non ha più i novanta minuti nelle gambe e allora quando il suo allenatore lo richiama fuori dal campo, Messi lo guarda da lontano. Anzi, lo chiama. Lo rincorre, si avvicina e scambia due parole con il vecchio difensore. Poi gli stringe la mano, ammirato, come si fa da campione a campione. Il ragazzo venuto dai videogames ha capito che c’è qualcosa di troppo umano nell’uomo che lo ha fermato.

Quel gesto di rispetto rispecchia le sue paure, come se all’improvviso avesse visto tutte le proprie fragilità, le debolezze di chi sfida la fisica dei corpi e del tempo. E se il campione dei campioni fosse soltanto un avatar, una nuvola di pixel, un’apparizione, un puro spirito, che si annichilisce, evapora, a contatto con la materia. In quell’attimo che Nesta ha catturato il pallone e Messi ha continuato la sua corsa è come se materia e antimateria si fossero incontrate, toccate, e ancora una volta, l’unica volta, dalla nascita dell’universo, un micron impercettibile di materia sia riuscito a sopravvivere al suo negativo, alla parte oscura. È così in fondo che tutto è iniziato nella notte dei tempi.

Con quel miracolo ancora non spiegato in cui uno sputo di materia sopravvisse all’antimateria. Magari allora forse è questo il senso del tutto. È il gesto banale del sopravvivere. È la materia che non annichilisce nel contatto con l’anti materia. È l’arte della difesa. La magia di quella razza di attaccanti che sembrano avere natura semidivina sembra inarrestabile. È il coraggio della rassegnazione che ti porta ad affrontare un destino già segnato. Quante volte il corpo di Ettore verrà trascinato da Achille davanti alle mura di Troia? Sempre, ogni volta che questa scena eterna si ripete. Eppure la storia, il divenire, il gioco delle probabilità, dicono che non è così. Non sempre, perlomeno. Non è scritto. Un po’ perché Ettore in fondo ha sbagliato difesa. Ettore ha scelto di correre più veloce di Achille sapendo che comunque sarebbe stato raggiunto (ingannato magari dal paradosso di Zenone?).

Nesta no, Nesta ha pensato di restare praticamente fermo. O quasi. La risposta al panta rei di Eraclito in versione Messi, quello che crea l’angoscia dell’effimero, è l’essere e non può non essere parmenideo, che il numero 13 del Milan si ritrova a ribadire con la calma galattica di chi non ha più nulla da perdere. L’arte della difesa diventa quindi il tentativo di arrestare il movimento, l’impresa di dare un senso a quello che continua a sfuggirti tra le mani. Sono allora i difensori più degli attaccanti che danno sostanza al mondo. Ora però ci sono diversi modi interpretare l’arte di vivere in difesa, come sosterrebbe Chad Harbach utilizzando il baseball e non il soccer e raccontando la filosofia di un interbase.

Queste diverse visioni del mondo, almeno nel calcio, sembrano subire l’influenza dello spirito nazionale. Gli italiani, inventando il catenaccio, tendono a rendere epica e drammatica la lotta per cogliere l’esistenza. Questo con maggior cattiveria vale anche per uruguagi e argentini. È la risposta eroica all’assedio del divenire. Ricordate il Cannavaro di Berlino che chiudeva ogni breccia con impeto risorgimentale o la provocazione di Materazzi che ha portato alla testata di Zidane? O Gentile che strappa le maglie di Zico e Maradona e lo sguardo esterrefatto di quegli altri due semidei, sorpresi dall’affronto umano, così virile e duro, senza essere cattivo? Questa è una delle varianti difensive italiane. E si sublima nel gesto elegante di un Nesta o di uno Scirea.

Gli inglesi invece cercano la supremazia sui mari e si difendono allargando gli spazi e poi si affidano alla resistenza aerea, alzando cattedrali che mirano a Dio e spazzano via ogni invasione che tenda a minacciare l’area di casa. Come disse Churchill parlando dei piloti della Raf che resistettero agli attacchi nazisti? «Mai tanti dovettero così tanto a così pochi». La difesa dei tedeschi invece risponde a Eraclito con Eraclito. È la controffensiva il principio dominante. Sono le incursioni di Franz Beckenbauer, prototipo che l’eretico Franco Baresi sposando la zona sacchiana importa in Italia, e di Lothar Matthäus, quando dopo aver interpretato da numero 4 la leggenda del 10, decide di trovare una seconda vita da libero con licenza di uscire a segnare per sempre l’arte della difesa teutonica.

La cavalleria pesante non solo come arma di offesa, ma baluardo alle incursioni avversarie. I belgi si sono dovuti inventare maestri del fuorigioco, quello esasperato e snervante che qualcuno ricorda agli europei italiani del 1980 per sopravvivere alle incertezze dell’antimateria. Il fuorigioco incarna più di qualsiasi altra tattica il relativismo del movimento. C’è l’intuizione di Einstein in questo gioco di inganni. Quando i difensori si muovono all’unisono lungo una linea immaginaria sembrano a chi avanza in realtà fermi e questa differenza cognitiva li fa cadere senza consapevolezza nello spazio proibito.

Al di là del penultimo uomo. Il gioco totale degli olandesi ha invece annullato ogni differenza tra materia e antimateria, difesa e attacco, trovando la sintesi impossibile e perfetta tra l’essere e il non essere. Gli spagnoli scelgono invece come arma difensiva la ragnatela del possesso palla. Passo dunque sono. È un divenire lento che ingabbia l’universo e si illude di rappresentare l’uomo come ombelico del tutto. Meglio, allora, l’incantata risposta brasiliana. La difesa semplicemente non esiste. È negata. È solo un diverso modo di chiamare l’attacco. Tutto è spirito, la materia in quanto non spirito è solo apparenza. Allora capite perché ogni volta che si incontrano Italia e Brasile c’è in ballo tutta la filosofia del creato?

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