Il futuro dei partiti è nelle idee

By Redazione

aprile 27, 2012 politica

Gli italiani sono allo stremo. Sono disorientati e allo stremo. Accettato come ineluttabile (e per certi versi forse lo è stato) il  governo dei tecnici, ora iniziano a dubitare che possa davvero essere una soluzione che porti il Paese lontano, fuori dalla crisi che si sente, si palpa sempre più concretamente nel quotidiano di ognuno. I consumi sono diminuiti a dismisura, il ceto medio è impaurito, i poveri lo sono sempre di più, gli imprenditori – quelli che ce la fanno ancora – rincorrono una delocalizzazione senza sosta che non lascia alcuna traccia di autentico benessere per nessuno.

Sul fronte più politico, gli scandali (la pessima gestione economica e il cattivo esempio nei comportamenti dei dirigenti dei partiti), enfatizzati da veri e propri “professionisti dell’anti- politica” (termine che prendo in prestito, com’è noto, da Sciascia che definì “professionisti dell’antimafia” coloro che lucravano sulla piaga del Sud pro domo loro), nei sondaggi fa crescere a dismisura il numero degli elettori che dichiarano il loro desiderio di astensione dal voto. In buona parte sono elettori tradizionalmente legati al centro-destra.

L’anti-politica non è, evidentemente, una soluzione contro la cattiva politica. Solo la buona politica lo può legittimamente essere l’alternativa e la cura. L’anti-politica, poi, non nasce ora: Di Pietro, Grillo, buona parte della stampa di sinistra, sono in servizio permanente da diversi anni. Con la delegittimazione dei partiti (e delle persone), di fatto, provano a guidare lo scontento, legittimando loro stessi e le loro formazioni. Ma Di Pietro e Grillo possono davvero guidare la nostra democrazia? Saranno pur terminate le ideologie, ma quali sono i valori di queste formazioni? Di Pietro e Grillo, questi sì che rappresentano, al loro fondo, la cattiva politica, ne sono la conseguenza. Pura reazione.

Lo stesso distacco tra cittadini e classe dirigente (tra Paese reale e rappresentanza) non è un fenomeno nuovo. Già alla fine degli anni Settanta Aldo Moro si accorse della dicotomia e ne individuò i pericoli. Poi vennero gli anni Novanta e il fenomeno di “mani pulite” che ha avuto le ben note ripercussioni: fine di una stagione senza una reale soluzione dei problemi che ne decretarono l’epilogo. Spazi illegittimamente occupati dal potere giudiziario, una lista di buoni e cattivi redatta ad intenzione con buoni niente affatto tali, eppure, esenti da colpe.

Così, i governi Berlusconi hanno avuto delle colpe strutturali, che sono principalmente da ascriversi – più di ogni altra facile causa – al fatto che pur interpretando avvantaggiandosene) il bisogno di un cambiamento radicale della società italiana e dei rapporti tra politica e cittadini, non sono stati in grado di tradurre in modo definitivo e strutturale queste istanze. Le cause, va da sé, non sono tutte dei Governi, ma anche della società civile (frantumata in tanti piccoli egoismi e privilegi di parte) che è mancata, che ha remato contro, in uno strano mix di conservatorismo e ribellismo senza scopo. I governi di sinistra, poi, sono stati delle accozzaglie di corpi senza anima, senza una vera idea di sintesi.

Un fallimento, a ben guardare, sempre annunciato sin dalla nascita. Oggi, per riconquistare la fiducia degli elettori, la classe politica (quella parte che ha conservato intatta la propria dignità e la propria coscienza) deve mostrarsi quanto più comprensiva del disagio generalizzato, infondere nuova fiducia, attraverso nuovi modelli comportamentali, provando – questa volta definitivamente – a ricucire il rapporto tra realtà e rappresentazione. Tra possibile e reale. Bisogna saper infondere un senso di appartenenza complessivo smarrito, oramai, nella notte dei tempi.

Non credo possa escludersi in futuro un ritorno ad una forma di maggiore partecipazione e di scelta dei candidati. Il futuro modello elettorale dovrà tener conto di un nuovo patto che deve necessariamente rinsaldarsi tra elettori ed eletti. Sulla base di questo nuovo patto e su nuovi principi di trasparenza, i partiti potranno, allora per davvero, far a meno degli ingenti finanziamenti pubblici fin ora erogati. Ma quale modello elettorale hanno in mente i partiti? Ancora quello più conveniente per la loro sopravvivenza? Ecco iI vero problema: i partiti sono pronti? Cambiare mentalità questa è la sfida.

La stessa Lega, che sembrava un movimento di base, capace di portare senza soluzione di continuità, senza iato, in Parlamento il territorio e le sue rappresentanze, ha mostrato molte gravi, gravissime smagliature. E grande diffuso imbarazzo. Reinventare i partiti, però, non deve e non può significare sradicarli dal loro alveo più nobile, dalla cultura che li ha generati, dai valori che li hanno resi grandi e credibili. Anzi, oggi c’è più bisogno di cultura politica. Di cultura in generale e di valori chiari e irrinunciabili.

Il maggioritario – a dire il vero – ha contribuito ad annacquare le identità e, in certi casi, a renderle inconciliabili. Forse un ritorno al proporzionale servirebbe per aprire le liste, metterebbe in condizione una nuova classe di politici di concorrere, metterebbe gli stessi partiti nell’obbligo di ripensare se stessi. Di capire da dove vengono e dove vogliono andare. Forse.

Ci si preoccupa della governabilità, ma prima bisognerebbe occuparsi di capire come si vorrebbe governare, con quali idee con quali valori. Il disastro in cui i partiti versano, oggi potrebbe risultare addirittura positivo, al meno su questo punto. Nel frattempo mi pare che il sistema di alleanze sia in grande mobilità.

Ma evidentemente il risultato finale sarà scaturito dalla legge elettorale che verrà messa in campo. Saranno ancora le regole a formare le squadre. Non le idee. Non i valori. Il partito della Nazione proposto da Casini, più che una formazione nuova, sembra essere un abito cucito ad arte per perpetuare la presenza dei tecnici al governo, naturalmente assicurando la sopravvivenza attiva ad alcuni politici. Questa ipotesi è buona solo per riavviare la macchina, per sdoganare agli occhi degli elettori certa politica (non voglio dare un giudizio, il mio è un ragionamento fondamentalmente culturale), è un’estrema ratio per allungare i tempi di un reale riassetto politico e (a mio modo di vedere) culturale, appunto. Forse è l’unico modo concreto e il più rapido per non far sembrare agli occhi degli elettori la politica inutile o dannosa. Ma non mi pare un progetto capace di assicurare una legislatura.

Forse ha più senso, per esempio – pur cambiando e rafforzando le forme di rappresentanza democratica – riportare nella casa del PPE tutte quelle forze politiche e della società civile (stimolando il suo risveglio e la sua innegabile forza di indirizzo) che in quell’emisfero di cultura e di valori hanno le proprie ragioni fondative e, nel contempo, la forza per progettare il futuro.

Un senso avrebbe che la destra italiana si interrogasse in piena coscienza per capire quali sono le sue anime e se c’è ancora una destra che può proporre qualcosa di diverso dal centro-destra. I risultati elettorali della Francia forse possono suggerire qualcosa. La Le Pen, mi chiedo, che cos’è? Sbagliano di grosso coloro che la comparano a Grillo. Il comico genovese è davvero l’antipolitica, destruttura, non dà soluzioni. Marie Le Pen è, invece, una donna politica che ha delle idee (giuste o sbagliate che siano), che sono la conseguenza di una matrice culturale chiara.

Vuole “una Francia nuovamente sovrana. Che controlla la sua moneta, il suo bilancio, le sue frontiere. Che faccia un po’ di sano protezionismo e possa decidere liberamente il sostegno a un settore produttivo strategico. Basta con la libera circolazione delle persone, che vuol dire immigrazione a basso costo utilizzata per impoverire le buste paga dei francesi. Basta con la libera circolazione delle merci – ha dichiarato – che vuol dire concorrenza sleale e delocalizzazione produttiva. Basta con la libera circolazione dei capitali che vuol dire porte aperte alla speculazione”.

Lasciamo l’antipolitica a chi l’ha alimentata, allora, lasciamola cuocere nel suo brodo reazionario e qualunquista, sottraiamole le ragioni del proprio essere, e andiamo avanti. Il Paese ha bisogno di unirsi sotto una guida certa, autorevole e culturalmente robusta. Gli italiani hanno bisogno, inoltre, di una maggiore consapevolezza di sé stessi. Delle proprie forze, tanto dei propri limiti da superare. Ci vuole, dunque, una cultura politica capace di conquistarsi la fiducia non solo dei mercati, ma soprattutto delle persone. Ci vogliono idee e identità (non c’è l’una senza le altre) per affrontare i mercati, l’economia dei professori, è evidente, non basta. E non c’è tempo, non c’è più tempo.

(da Totalita.it)

 

 

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