Internet salverà il pluralismo

By Redazione

aprile 26, 2012 politica

Il web può diventare l’ultimo baluardo del pluralismo nell’informazione italiana. Ne è convinto Arturo Diaconale, direttore de l’Opinione. Di sé dice di essere portatore di una contraddizione apparentemente inspiegabile: «Dirigo un giornale liberale, che però sopravvive grazie ai contributi statali» spiega. «Eppure, oggi, senza il sostegno pubblico all’editoria, tante voci rimarrebbero soffocate e sarebbero destinate a scomparire». Una posizione che si è trovato a ribadire davanti al sottosegretario all’editoria, Paolo Peluffo, in occasione di un incontro organizzato da Galassia Reti, il “think tank” dello spin doctor Claudio Velardi.

Direttore, è davvero così difficile rimanere “sul mercato”?
Il problema è che non esiste un mercato. Almeno in Italia. Oggi, infatti, il nostro panorama editoriale è caratterizzato da una situazione di estrema chiusura, con un oligopolio di grandi gruppi editoriali che decidono le regole. E gli editori “puri”, ormai, non esistono più. I grandi media sono di proprietà o sotto il controllo di banchieri, finanzieri ed imprenditori di massimo livello.

Un’ingerenza, quella della grande industria e della finanza, che rischia di minare l’indipendenza dei giornali tanto quanto le ingerenze della politica.
Esattamente.  Dopo l’uscita di Diego Della Valle dal patto di sindacato di Rcs, ho scritto un editoriale in cui mi ponevo alcune domande. Come si può eliminare, ad esempio, il sospetto che il Corriere della Sera non esalti la riforma del lavoro targata Fornero solo per favorire la migliore applicazione della cura-Marchionne nella Fiat? Chi può cancellare la sensazione che dietro la scarsa attenzione del giornale di via Solferino per la rinuncia del governo ad occuparsi dei privilegi eccessivi degli istituti bancari ci sia lo rampino dell’azionista-banchiere Bazoli? E come escludere la preoccupazione che dietro la campagna dell’anti-politica ci sia solo la volontà non di migliorare la classe politica ma di piegarla agli interessi dei veri e soli “padroni del vapore”? Ecco perché Internet può garantire un minimo di equilibrio.

Come?
Innanzitutto il web offre la possibilità di abbattere i costi di stampa e distribuzione, ridisegnando il mercato secondo regole che siano davvero di mercato. Così sopravvive chi pubblica i contenuti migliori, o per lo meno i più interessanti.

E difatti in questo senso il web sta sparigliando le carte, no?
Ma non basta. Questa fase di passaggio andrebbe sostenuta, senza lasciare che a dettare le regole siano ancora una volta le esigenze dei grandi gruppi editoriali. Come quando si mettono di traverso a prescindere sulla pubblicazione gratuita delle rassegne stampa on-line, perché sostengono rappresenti un danno alle vendite. Al contrario, non solo le rassegne non inficiano la vendita dei quotidiani più importanti, ma offrono una vetrina significativa a quelle testate minori che altrimenti “l’uomo della strada” non potrebbe nemmeno conoscere.

Ma come si fa ad opporre le ragioni dei “piccoli” allo status quo delle “corazzate editoriali”?
Sensibilizzando l’opinione pubblica, e facendo fronte comune tra “piccoli” per spiegare che non esistono solo i farabutti che sfruttano i contributi all’editoria per i propri fini, ma ci sono tante piccole realtà che lavorano e si sforzano per portare in edicola un buon prodotto, nonostante mille difficoltà. L’Opinione ha deciso di dare battaglia su questo fronte. Per questo abbiamo organizzato per il prossimo 15 maggio un dibattito nella nostra sede di via del Corso 117. Vi parteciperanno i vertici nazionali della Federazione Nazionale Stampa Italiana e dell’Ordine dei Giornalisti, nonché tanti giornalisti delle testate che condividono la nostra battaglia. Credo che il  sindacato dei giornalisti dovrebbe essere il primo a farsi difensore delle piccole realtà in questa fase di passaggio, sostenendo in primo luogo le aziende, e solo in un secondo momento pensare a tutelare i diritti dei lavoratori.

Ha l’aria di una provocazione.
No, è una mera constatazione: se le aziende chiudono i battenti, i lavoratori che fine fanno?

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