Il Risiko dell’Eliseo

By Redazione

aprile 23, 2012 Esteri

I duellanti hanno ripreso lo scontro subito dopo il responso del primo turno. Entrambi con la certezza di vincere la battaglia decisiva. Francois Hollande è avvantaggiato poiché può contare su larga parte del bottino di Jean-Luc Mélenchon, leader del Front de gauche, il quale, pur detestandolo, non permetterebbe mai la diserzione dei suoi elettori, oltretutto militanti e fidelizzati, a vantaggio di Sarkozy. Questi è più in affanno. Non riuscirà ad intercettare tutti i voti di Marine Le Pen, la quale gli ha dichiarato la sua ostilitá, dicendogli che la nazione la si ama sempre e non a seconda delle convenienze, bollando così il cinismo opportunistico del presidente uscente. Sarkozy non potrà contare neppure sulla totalità dei consensi ottenuti da Francois Bayrou, ma, per bene che vada, soltanto sulla metà: gli altri finiranno per rimpinguare il carniere dell’avversario. Questo, almeno secondo i sondaggi e le dichiarazioni dei dirigenti dei vari partiti interessati.

La battaglia, dunque, si profila cruenta, fino all’ultimo voto. E l’incertezza regna sovrana, con la conseguenza di destabilizzare più di quanto non lo siano i mercati finanziari. Se dovesse prevalere Hollande, certamente si spezzerebbe l’asse Parigi-Berlino, già peraltro incrinato, a vantaggio dell’Europa certamente anche se altri problemi si affastellerebbero sui Paesi dell’Unione: il candidato socialista – in questo in sintonia con la Le Pen – non fa mistero di voler uscire dall’euro. Ma come, in che tempi, con quali prospettive e conseguenze? Al contrario, se all’Eliseo dovesse tornare Sarkozy, chi si sentirebbe sicuro che non riproporrebbe il rapporto privilegiato con la Merkel, adeguandosi nuovamente alle politiche rigoriste che stanno affondando l’Europa? Questo è il suo tallone d’Achille. I francesi non si fidano. In cinque anni ha gettato alle ortiche il patrimonio gollista che prometteva di rivitalizzare e soltanto nelle ultime settimane di campagna elettorale ha fatto una spericolata quanto non credibile riconversione a destra, tanto da autorizzare Marine Le Pen a sbeffeggiarlo, a ridergli in faccia e a sottrargli, insieme con Hollande, buona parte dei suffragi che ottenne nel 2007. Già, molti sarkozisti, turandosi il naso, hanno infatti preferito il candidato socialista all’inaffidabile narcisista che, tra l’altro ha introdotto ben quarantuno imposte gravanti soprattutto su quel ceto medio che lo aveva sostenuto. Per non parlare della guerra di Libia e dell’utilizzo spregiudicato dell’Ump, considerato non come un partito, ma come una sua dependance. Se dovesse perdere, il movimento che ha fondato imploderebbe e già il segretario Jean-Francois Copé ed il premier Francois Fillon stanno predisponendo le loro armate per conquistare ciò che resterà di quello che doveva essere il nuovo partito gollista. Entrambi, naturalmente, non credono nella rimonta di Sarkozy.

Comunque, al di là di come andrà a finire la contesa, le elezioni francesi hanno dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che le nazioni non si lasciano umiliare a lungo. Prima o poi reagiscono premiando chi ne difende l’identità, la storia, la cultura, gli interessi oppure negando i consensi a coloro che ritengono che i mercati vengono prima della politica, che le tecno-burocrazie valgono più  dei governi eletti del popolo, che le società possono vivere senz’anima.

Hollande ha avversato un’Unione continentale egemonizzata dalla Germania e prona ad assecondare le sue ambizioni. Sarkozy ha preso uno schiaffo sonoro, sia pure non delle dimensioni che ci si attendeva. La Le Pen ha fatto il pieno giocando le carte tradizionali del suo movimento e mettendo l’accento sulla “preferenza nazionale”, sulle ragioni di un patriottismo dinamico come antidoto alla colonizzazione della Francia da parte dei poteri forti mondialisti.

La destra, complessivamente e, dunque, al di là delle profonde differenze che si manifestano nel suo ambito, grazie al ritrovato (soprattutto da parte dell’Ump) spirito nazionale, sostanzialmente ostile  all’Europa di Francoforte e di Bruxelles, oggi vale il 48%. La sinistra, frammentata come sempre, dominata dall’internazionalismo e dal classismo dei partiti minori, a cominciare dal Front de gauche di Mélenchon, da Europe-Ecologie di Eva Joly e da Lutte ouvrière di Nathalie Arthaud, non è in grado di offrire un apporto decisivo e costruttivo ad Hollande il cui pragmatismo potrebbe infrangersi contro l’insormontabile barriera del 41% su cui la gauche sembra essersi attestata. Ecco perché il socialista necessita di nuovi apporti cui pure dovrà promettere qualcosa.

Se Sarkozy accentuasse l’autocritica, ancorché tardiva, formulata nelle ultime settimane, probabilmente riprenderebbe i voti in uscita verso Hollande e la Le Pen e potrebbe riconquistare l’Eliseo. Non è impossibile, ma difficilissimo. Il candidato socialista farà leva proprio sul “tradimento” di Sarkozy e cercherà di farlo passare come inaffidabile a reggere le sorti del Paese nel momento in cui lo scontato declassamento si abbatterà sull’economia francese ed il fiscal compact, voluto dal presidente insieme con la Merkel, provocherà accesi malumori. Dal canto suo, la leader del Fn non ha nessuna intenzione di assecondare la smania di potere di Sarkozy e per quanto questi abbia preso a parlare il linguaggio lepenista, non le sarà difficile smontarlo. Il Primo maggio chiederà al “suo” popolo di continuare la lotta per creare “un rassemblement di patrioti di destra come di sinistra” in vista delle legislative alle quali tiene più d’ogni altra cosa in questo momento, certa com’è di poter formare all’Assemblea nazionale, per la prima volta, il gruppo del Front national, forte degli strabilianti successi ottenuti in alcuni dipartimenti ed in città come Nizza, Marsiglia e nei centri operai, a cominciare dal Pas-des-Calais sua personale roccaforte dove un tempo i comunisti ottenevano successi strepitosi. “Il primo turno è soltanto l’inizio”, ha detto a botta calda. E più che Hollande è stato Sarkozy  ad avvertire brividi alla schiena. L’intellettuale Paul-Marie Couteaux, vecchio collaboratore di Philippe Séguin, icona del gollismo, ha lanciato un appello “ai patrioti dell’Ump, ai gollisti fuoriusciti dal Rpr, a tutti i sovranisti oggi dispersi” affinché sostengano la presidente del Fn alle legislative. Sarkozy conta su Bayrou, ma buona parte degli elettori del MoDem, si dice, voterebbero più volentieri  Hollande.

Al presidente non resta, dunque, che insistere sul tema dei “valori” e sulla necessità di tutelare le frontiere, vale a dire sicurezza e lotta alla islamizzazione, indipendenza politica e sovranità economica. Non diversamente da quanto stanno facendo altri leader europei, con la singolare eccezione dell’Italia i cui governanti non sembrano accorgersi che l’interesse nazionale viene prima delle alchimie tecnocratiche, del ragionierismo dei professori e del populismo di alcuni partiti che, nonostante tutto, continuano a guardare a Berlino piuttosto che alle nostre tribolazioni.

In Gran Bretagna, in Ungheria, in Olanda e da qualche giorno anche in Francia   hanno compreso che l’Europa costruita dai banchieri e dai burocrati verrà demolita dagli elettori dei Paesi dell’Unione non perché pregiudizialmente antieuropeisti, ma semplicemente perché l’immaginano diversa. Un’Europa dei popoli, delle nazioni e degli Stati, insomma. Traguardo dal quale si è molto lontani anche per responsabilità di statisti non all’altezza quali si sono dimostrati la Merkel e  Sarkozy che gioca alla sopravvivenza in attesa che l’anno venturo anche la cancelliera tedesca viva la sua stessa  angoscia. L’agonia di questa Europa, purtroppo, non finirà il 6 maggio.

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