Goodbye Chuck

By Redazione

aprile 23, 2012 Esteri

Domenica scorsa è morto all’età di 80 anni Chuck Colson, l’uomo che secondo Richard Nixon era «totalmente incapace di formulare qualsiasi pensiero umanitario». Durante gli anni settanta dopo essere stato nominato consigliere giuridico alla Casa Bianca fu conosciuto dai media come “l’artista dei giochi sporchi” che, per sua stessa ammissione, sarebbe stato “pronto a passare su sua nonna” per riuscire ad ottenere la rielezione di Nixon.

Nel 1974 finì in prigione a seguito dello scandalo Watergate e sarebbe dovuto restarci per più di tre anni ma ne uscì solo sette mesi dopo come una persona completamente cambiata. L’uomo incapace di qualsiasi istinto umanitario divenne infatti uno dei più importanti riformatori sociali nell’ambito carcerario americano.

Dopo essersi convertito al cristianesimo fondò il Prison Fellowship che ebbe il suo obbiettivo principale nel promuovere riforme del sistema carcerario e nell’assistenza ai detenuti, agli ex detenuti e alle loro famiglie. Oggi il Prison Fellowship è diventata una delle associazioni caritatevoli più influenti nel mondo con ramificazioni in più di 100 paesi e grazie alla sua opera nel 2008 George W. Bush conferì a Colson la Presidential Citizens Medal.

Chi ha avuto modo di conoscerlo lo ha descritto come una persona «posseduta da Gesù Cristo» che ha impiegato più di 40 anni della propria vita a portare avanti la missione per la quale si sentiva chiamato: quella di aiutare concretamente coloro che vivevano in prigione.

La volontà di portare sollievo ai detenuti non è stata una scelta casuale ma fu per Colson la prova migliore per testare la forza della sua conversione perché significava mettersi dalla parte di chi era  relegato ai margini della società: «Questa sua volontà di mettere gli ultimi al primo posto è il segno distintivo di una fede autentica ed è il grande contributo umano di Chuck Colson». D’altronde, come ebbe modo di affermare Johnny Cash quando volle in tutti i modi cantare nella prigione di Folsom, se ci si scandalizza di fronte ai carcerati vuol dire che non siamo buoni cristiani.

Come tutti i convertiti, Colson ha attirato su di sè più derisione che stima per l’opera che stava portando avanti, ma di fronte a tutto questo ha sempre prevalso quello che Chesterton descrisse nella poesia “The Convert”: «Tutto questo è men che polvere per me / perché il mio nome è Lazzaro e sono vivo».

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