Il cinema e il mito di Aldo Moro

By Redazione

aprile 22, 2012 Cultura

Nella ricostruzione di Marco Tullio Giordana della strage di piazza Fontana, “Romanzo di una strage”, lo spettatore è guidato da tre personaggi chiave, tutti e tre caratterizzati da una crescente solitudine perché ognuno, in modo diverso, estraneo alle logiche che hanno fatto da sfondo all’evento e, ciascuno a suo modo, oppositore a queste, e tutti e tre uccisi per morte violenta: l’anarchico Tullio Pinelli, il commissario Luigi Calabresi e l’allora ministro degli esteri Aldo Moro. Ed è proprio sulla figura di Aldo Moro, su come appare nel film, che vale la pena riflettere un attimo, anche in relazione ad altri film italiani recenti, per vedere se c’è una sorta di “mitizzazione” o perlomeno di accesa idealizzazione dello statista ucciso dalle Br.

Nel film di Giordana Moro ha un ruolo “quantitativamente” secondario, comparendo per tre o quattro sequenze, ma significativo: entra in scena in una chiesa mentre si confessa e si confida con un prete. Dopo aver deprecato, in preda allo scoramento, lo stato delle cose italiano, dove dominano indisciplina, vanità, vizio, violenza eccetera, Moro dice, più o meno, queste parole: “Penso che all’Italia sia necessaria una catastrofe che distrugga tutto e la riporti al deserto, in modo che la natura possa ricominciare dalla prima forma di vita (…) di questo cataclisma, mi sento pronto ad essere la prima vittima”. Moro sembra quindi prevedere il suo assassinio, considerando quasi l’evento come un atto necessario per il bene del paese, in una prospettiva che fa sembrare lo statista come la riproposizione di un martire cristiano; inoltre, il senso delle parole, il luogo in cui si svolge la scena, il linguaggio usato, vagamente biblico, e la scelta di accompagnare questo discorso con un movimento di macchina che parte, indugiandoci, da un presepe e raggiunge il volto del personaggio, può far venire il dubbio di una descrizione che accenni e utilizzi caratteri e riferimenti addirittura cristologici. È evidente in questa scena un’idealizzazione dell’uomo e del politico, visto come un corpo estraneo al palazzo e alle istituzioni, avulso dagli intrighi e dalle trame parallele e sotterranee, oppositore della strategia della tensione che cerca in ogni modo di combattere. In altre sequenze, infatti, si vede, per esempio, la sua contrarietà in consiglio europeo alla Grecia dei colonnelli, l’indagine parallela da lui ordinata che scopriva gli apparati deviati: tutto questo, più che a fare un ritratto di un uomo politico con le sue idee e le sue visioni, concorre piuttosto a raffigurare una specie di santo (ricordiamo che anche nella realtà da più parti politiche e religiose è partita la richiesta di una sua canonizzazione). Che Moro fosse certamente più “democratico” di altri, contrario, perlomeno a livello ideale, alla strategia della tensione e ai settori deviati delle istituzioni è risaputo, così come è pleonastico sottolineare le sue posizioni vicine al cristianesimo sociale. Però da qui a dipingere uno dei principali protagonisti della storia democristiana e dei primi trenta della repubblica come un satellite alieno al palazzo, estraneo ai suoi giochi e alle sue leggi, è francamente un passo troppo lungo: che Moro apparisse e fosse meno cinico, più onesto e più “sincero” di altri capoccia democristiani può darsi, che fosse completamente fuori e vergine dalle regole che determinavano la vita politica è meno credibile. Non è questione di fare della demagogia storica, di sminuire la sua statura di statista e mettere Aldo Moro nel calderone del “sono tutti uguali”, è più che altro la necessità che la sua figura venga analizzata con più serenità, obiettività e realismo senza idealizzazioni che lo pongano al di sopra del mondo politico di cui faceva parte.

La mitizzazione dello statista pugliese ha, ovviamente, origine nella drammaticità e nella valenza simbolica assunta dalla sua morte, che ha influenzato, inevitabilmente, la sua carriera precedente, pietrificando il giudizio sull’uomo politico a quel 9 maggio 1978; anche a livello iconico le immagini del cadavere nel bagagliaio della Renault 4 e del presidente con in mano la copia di Repubblica e la stella delle Br alle spalle sono scolpite nella memoria pubblica come rappresentazione del punto di non ritorno degli anni di piombo e del momento più nero della notte della repubblica. Di questa costruzione idealizzata e quasi mitica del personaggio Moro attuata dal nostro cinema,Romanzo di una strageè solo l’ultima tappa. Per fare un paio di esempi, tra i più conosciuti, partiamo dal bel film di Marco Bellocchio,Buongiorno notte: il finale in cui il prigioniero esce dal covo e passeggia tranquillamente per Roma alle luci dell’alba non è solo riferito ai sogni e ai desideri della dubbiosa brigatista protagonista dell’opera, ma diventa la voce dell’intera nazione, dei suoi sensi di colpa, in una ricostruzione fantastorica possibile solo in sogno (ricordiamo che la brigatista del film sta sognando), ma a cui si concede la possibilità di far finire il film, come se nel territorio della “realtà cinema” si potesse avere una seconda possibilità che cancelli gli errori, sistemi le coscienze e dia la possibilità di un futuro diverso alla nazione (nell’ultima inquadratura Moro è ripreso frontalmente con lo sguardo rivolto in avanti mentre si avvicina sempre più alla m.d.p.). Un’ultima inquadratura quasi utopica quella scelta da Bellocchio, che la dice lunga sul senso assunto dalla figura di Aldo Moro. Anche in un altro dei migliori film italiani del decennio,Il divodi Sorrentino, dedicato a Giulio Andreotti, il presidente della Dc ha un ruolo significativo: oltre ad essere l’unico il cui ricordo sembra smuovere il senatore dal cinismo e dal distacco, Moro è il fantasma della coscienza di Andreotti, il quale a sua volta è simbolo e incarnazione del potere e di cinquanta anni di storia politica italiana. Moro appare come l’opposto del suo compagno di partito; uno simbolo del machiavellismo, del doppio gioco, degli intrighi, delle responsabilità nascoste, l’altro della politica come ricerca della verità, dell’onestà, dell’idealismo, vittima del potere di cui allo stesso tempo era protagonista ed estraneo. Il rapporto che si instaura nel film tra i due è in realtà più variegato, e meriterebbe uno spazio a sé, ma basta qui notare come, ancora una volta, Aldo Moro sia idealizzato come un simbolo della purezza politica, e sia rappresentato come simbolo dei sensi di colpa dell’intero paese, proprio perseguitando la coscienza di chi invece ha simbolicamente assunto buona parte del peso di quelle colpe.

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