L’arbitro senza il fischietto

By Redazione

aprile 21, 2012 politica

Il dado è tratto. Casini è stato chiaro al congresso Udc del Veneto: “Credo che agli italiani serva un soggetto politico nuovo che parli il linguaggio della serietà, delle scelte impopolari, del rigore, metta assieme tecnici e uomini politici, sindacalisti intelligenti e imprenditori illuminati”. Uno “tsunami sulla politica” è in atto, secondo il bel Pier. Una forza moderata, centrista, che includa anche il resto del Terzo Polo, se ci vuole stare. Sennò “si andrà avanti lo stesso”, avverte Roberto Rao. E ancora: Bonanni, Ornaghi, Severino, Riccardi, Passera, Marcegaglia, Cancellieri i nomi più gettonati. Fli fa pressing su Fini mediante Briguglio: “Oltre all’ABC deve scendere in campo anche la F, Fini deve dimettersi da Montecitorio”. Guai a perdere tempo durante le qualifiche aumentando così le distanze dalla autoconvocata pole-position casiniana.

La mossa spacca il fronte in via dell’Umiltà: i ragazzi di Alfano non sono stati convocati e allora cercano di ricrearsi una posizione (è di questi giorni l’annuncio di Alfano che i vertici del Pdl tireranno fuori la sorpresa dopo le amministrative), mentre Berlusconi non può vedere di buon occhio lo scatto in avanti del leader Udc. Frattini cerca una mediazione: fare il Ppe italiano ma in modo congressuale. Pisanu e Dini si sono già rivolti con favore all’idea casiniana, componendo il documento firmato da altri 27 senatori “oltristi”. É un progetto importante, che potrebbe portare a grossi stravolgimenti tra le forze moderate (Pd compreso, si pensi a Fioroni e ai suoi) oppure finire con un nulla di fatto.

Il punto è però un altro: è il tentativo di disegnare una Terza repubblica che torni alla prima ma con meno politica e più tecnici. I partiti sono in crisi e infatti Fini si dichiara contrario alla dicitura “partito”, oggi tanto malvista, per la nuova creatura. Si parla già di “movimento”, “federazione”, tutte sigle che a sinistra hanno portato insuccessi e sfortune. Si getta via il bipolarismo nel nome di una legge elettorale che serva per tornare al proporzionale. Ci si affida ai tecnici: gente come la sopraccitata Marcegaglia o i ministri del governo Monti. Una Prima repubblica senza i partiti, oramai buttati via come cartacce sporche e rovinate. Un paradosso vivente: lanciare una nuova formazione politica negandole però la carta d’identità di partito. É come voler fare l’arbitro senza il fischietto o il macellaio senza usare il coltello. Non è in questo modo che si risolve la crisi dei partiti italiani, che è anche la crisi del sistema politico italiano, tanto è fitto l’intreccio tra essi e la nostra democrazia: non a caso Pietro Scoppola scriveva, già venti anni fa, un testo base per la storia politica italiana, “la Repubblica dei partiti”, in cui questo legame veniva ben evidenziato sin dal titolo. Non è il ricorrere ai tecnici che salverà la politica italiana: anzi la affosserà, allontanando sempre più l’elettorato dal dibattito. Si pensa davvero che l’allontanare ulteriormente la politica affidandola in mano ai dieci silenziosi professori possa riavvicinare tutti coloro i quali si stanno vergognando dei partiti per cui hanno votato fino all’altro ieri?

La risposta è un no netto, il risultato è quel crescere del partito dell’astensione che si sta registrando in questi giorni: un sondaggio di pochi giorni fa di Telecom Italia Media per La 7 (17 aprile) dice che l’affluenza ad eventuali elezioni politiche sarebbe intorno al 62%, quando in Italia di solito si reca alle urne almeno un 80% degli aventi diritto. Swg invece comunica (16 aprile) che c’è un 31,7% di indecisi o non rispondenti e un 18,2 di astenuti o schede bianche. La traduzione è una spirale verso il disinteresse e l’antipolitica pura, con due sbocchi realistici: il primo è la diffusione del populismo delle scuole di Grillo e Di Pietro, il secondo è il regalare ancor più mano libera ai partiti (se si chiameranno ancora così) per le loro nefandezze: tanto chi è che ne criticherà il comportamento? Solo pochi osservatori. No, non è questa la ricetta per far crescere l’Italia. 

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