L’importanza di chiamarsi Pippa

By Redazione

aprile 20, 2012 Cultura

La sfortuna di Pippa Middleton è di essere carina, glamour e altolocata – per quest’ultima chieda conto alla sorella Kate convolata a nozze un anno fa con William. In tempi come quelli che scorrono oggi è una condanna: già l’invidia trova spazio quando le cose vanno bene perché la gente vorrebbe avere sempre più di quanto possa permettersi, se poi è periodo di magra e di crisi gli indici schizzano alle stelle tanto quanto quelli finanziari crollano.

La sorella della principessa di Cambridge ha dunque partecipato una festa parigina, con tema il decadentismo di un impero: si sposa alla grande con l’attualità, ammesso che ci sia in giro un impero in crisi. Potrebbe essere quello americano (dai per morti gli Stati Uniti e ti ritrovi con la massima dell’ammiraglio Yamamoto il giorno di Pearl Harbour «Temo solo di aver svegliato il gigante che dorme»). O quello cinese, ma dopo anni di crescita la flessione è fisiologica: il carburante si esaurisce, c’è da fermarsi a fare rifornimento, mentre i concorrenti vanno in recessione. Quello europeo è svanito nei sogni di Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, affossato dai colletti grigi burocratici e avvolti in loden che eccitano solo le fantasie di noiosi commentatoriembeddedcon il potere. Quello inglese è finito nella tomba assieme a Winston Churchill e con David Cameron Londra è arrivata a non possedere manco una portaerei a presidio della bianche scogliere di Dover.

Eppure Pippa si diverte: sfila per le strade della capitale francese a bordo di una cabrio (a spese sue, non del contribuente), sorridendo nell’inquadratura del paparazzo che la tampina mentre un suo amico estrae una pistola giocattolo incutendo tanta di quella fifa che il fotografo non si schioda e prosegue nel suo lavoro. Scena da Fabrizio Corona in corso Como a Milano (ma nemmeno corso Como è quello di una volta), resa meno tamarra dalla presenza dellasocialitepiù ambita: proprietari di locali e pr fanno a gara per averla ai loro party esclusivi, assicurandosi con la sua presenza quella di videocamere e pubblicità. Può cazzeggiare mentre la sua generazione si domanda quando potrà permettersi una casa, un’automobile, una pensione.

Lei, raccontano i biografi ufficiosi, lavora due / tre giorni a settimana con la società di famiglia che organizza feste (ovviamente): la verità è che essere Pippa Middleton è il suo lavoro, ancor da prima che Kate sfilasse per la navata della cattedrale di Westminster in abito bianco. Quel giorno, il 29 aprile 2011, il lato B della damigella d’onore finì in mondovisione e il mondo semplicemente la scoprì. E l’invidia si fece largo, con buona pace di Kate che in cuor suo sperava di essere osservata con occhi rabbiosi da tutte quelle ragazze che tanto volevano essere al suo posto e che di fronte alla televisione commentavano: «Troppo magra», per quindi misurarsi di fronte allo specchio e aumentare la personale dose di invidia.

«Chi se ne frega di Pippa?», scatta automatica la reazione se il suo nome scala la classifica dei topic su Twitter – dove l’invidia si annusa lontano chilometri. Battuta da tradurre in «sta stronza, faccio finta non me ne importi nulla e invece mi informo e l’argomento diventa uno dei più letti su internet». Più l’invidia cresce, più si è nel bel mezzo della crisi: in Italia sta toccando livelli mai registrati in precedenza, nemmeno Silvio Berlusconi era stato capace di concentrarne così tanta.

Dicono metta in imbarazzo la famiglia reale. Certo, come no? La corona è sopravvissuta ai principi Filippo e Carlo, non teme una Pippa. Piuttosto sta facendo un favore alla sorella che nel totale silenzio e disinteresse apprende il mestiere da regnante studia la mosse. Casomai Harry potrebbe essere quello maggiormente infastidito dalle cronache: gli sta rubando la scena. E non può permettersi di fare l’invidioso: gli risponderebbero che il suo è gesto spontaneo di chi non è riuscito a conquistarla. 

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