Il sacrificio dei tibetani

By Redazione

aprile 20, 2012 Esteri

Darsi fuoco a vent’anni, invocando la libertà per il proprio paese, il Tibet. Un gesto estremo che continua a ripetersi: ieri mattina due giovani monaci laici, Sonam e Choephak, si sono immolati davanti a un tempio di Barma, nella provincia cinese sud occidentale dello Sichuan, urlando al mondo la disperazione di un popolo che si sente perduto e fatica a sopravvivere alla colonizzazione dei cinesi.

Sono 34 i tibetani, principalmente monache o monaci, che si sono arsi vivi da gennaio del 2011 ad oggi. Una protesta “non violenta e per la libertà” (satyagraha) sempre più importante e in piena escalation che riguarda ormai non solo il Tibet o le regioni di sua storica appartenenza, ma che si è estesa all’intera Cina. A significare che tutti i tibetani, ovunque si trovino, sono a fianco del Dalai Lama nella lotta per l’autonomia dell’Altipiano.

A Barma, in particolare, la tensione è alle stelle dallo scorso gennaio, quando le forze anti-sommossa della polizia spararono sulla folla, uccidendo almeno una persona. E proprio ieri a Lhasa, le autorità fino-pechinesi hanno conferito un pubblico encomio a 6773 religiosi buddisti collaborazionisti  definiti “patriottici e rispettosi della legge”.

La campagna cinese per l’assimilazione del Tibet va avanti dal 1949 un po’ con tutti i mezzi: dall’invasioni militare a quella demografica, per finire con la colonizzazione economica e culturale. E tanto impegno ha dato i suoi frutti: nel1959 inTibet esistevano 6259 monasteri, oggi ne restano in piedi otto.

Nel 1952 Mao lamentò il fatto che la “regione” fosse scarsamente popolata e si pose l’obbiettivo di quintuplicarne gli abitanti: i cinesi sterilizzano le giovani ragazze nomadi autoctone e favorirono l’ingresso dei compatrioti di etnia han sull’altopiano. Il risultato è che oggi in Tibet vivono otto milioni di cinesi e sei di tibetani, e che cosa possono fare sei milioni di tibetani di fronte all’esercito più grande del mondo?

La Cina negli ultimi anni è andata aumentando in modo esponenziale il budget per la Difesa e destina una buona parte di questi soldi a quella che il governo di Pechino definisce la “sicurezza” (cioè la repressioni dei moti per l’autonomia), delle provincie periferiche, come lo Xinjiang e il Tibet. Nonostante questo enorme dispiegamento di uomini e di mezzi il popolo tibetano continua a fare paura a Pechino. Per una ragione principalmente culturale: la forza di questi uomini è la loro identità, il loro credere in un mondo completamente diverso, anche dal confucianesimo. La loro religione, il buddismo tibetano, non ne permette l’assimilazione culturale.

I cinesi hanno capito che solo distruggendone l’identità possono assimilarli per poi essere completamente liberi di manovrare in un territorio da cui nascono i fiumi più importanti dell’Asia (che bagnano due miliardi e mezzo di persone). Senza contare che una piattaforma di ottomila metri è l’ideale per il lancio di missili.

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