Del perché niente Pulitzer

By Redazione

aprile 20, 2012 Cultura

Una delle ragioni per cui il Premio Pulitzer per la Narrativa è una cosa seria e il Premio Nobel per la Letteratura non è una cosa seria, è l’eventualità che non lo si assegni. Circostanza che alla Columbia s’è verificata quest’anno, con la bocciatura della terna finalista composta da Train Dreams di Denis Johnson (di cui abbiamo letto di recente per Mondadori il noioso Nessuno si muova), Swamplandia! di Karen Russel (una scrittrice trentenne lanciatissima dalla critica di sinistra) e The Pale King del grande David Foster Wallace (poco grande nell’ultimo incompiuto).

Quest’anno è finalmente successo quello che noi lettori (un po’ fanatici) di letteratura nordamericana auspichiamo da qualche tempo: fermiamoci un attimo a riflettere su quello che sta succedendo nella patria contemporanea della narrativa mondiale. Sta succedendo che dopo l’ennesima stagione aurea dei Bellow, Pynchon, DeLillo, Roth, Updike, McCarthy e compagnia bella, la nuova generazione fa una fatica pazzesca ad affermarsi e convincerci di essere pronta a subentrare. Ora, qui non si vuole di certo sostenere che, se consideri Franzen il nuovo Tolstoj, poi non ti puoi lamentare che si rimane senza buoni romanzi. Troppo facile sparare su Franzen. D’accordo. Non spariamo su Franzen. Il lirico e problematico Franzen. Però tocca ammettere che la generosità con cui sono state recentemente regalate le etichette di “capolavoro” a molti romanzi per lo più decenti, ha forse avuto una qualche influenza sul No Award che risulta quest’anno alla voce Fiction del Pulitzer.

Noi lettori ce n’eravamo accorti da un po’. Storie inutili, introspezioni così profonde da riaffiorare in superficie dall’altra parte del globo, personaggi ingiustificatamente pensosi o irragionevolmente gioiosi, brutti-brutti-brutti dialoghi, sfondi storico-politici che al confronto quelli delle serie della Fox sembrano quelli di Shakespeare, letture sociali non richieste e più banali di quelle che facevano i critici letterari marxisti negli anni settanta (che uno pensava davvero che cose più banali di quelle lì non si sarebbero mai potute scrivere).

Ci sono quelli bravissimi a scrivere racconti, ma che non trovano la misura del romanzo e fanno della ricerca della misura del romanzo un nuovo genere letterario o, almeno, uno stile. Quelli che si applicano costantemente all’esercizio di prosa e passano gli anni ad esercitarsi e finiscono per dimenticarsi che l’esercizio è propedeutico alla prova e non coincide, non può coincidere, con la prova stessa. Ci sono quelli che vogliono fare i profondi parlando di videogiochi e quelli che vogliono essere leggeri descrivendo i cancri terminali. E non che sia sbagliato, s’intende, scrivere profondamente di videogiochi e/o leggermente di tumori. Il fatto è che non sono capaci, non ci riescono.

Non è giusto che siano i lettori a pagarne le conseguenza. Quindi, viva il Pulitzer senza Pulitzer. E vediamo se da questa storia verrà fuori, l’anno prossimo, qualche romanzo migliore.

(qdrmagazine)

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