La Corea parte a razzo

By Redazione

aprile 18, 2012 Esteri

L’attuale presidente in carica della Corea del Nord è morto diciotto anni fa. Kim Il-Sung, Padre della Patria e capostipite della dinastia che dal 1948 governa il Paese, ricevette infatti alla sua morte, avvenuta nel 1994, il titolo di “Presidente Eterno della Repubblica Democratica Popolare di Corea”. La carica di presidente è stata quindi eliminata dalla costituzione del Paese, e la massima autorità dello Stato è diventata di fatto quella di presidente della Commissione Militare Centrale. Questo è solo un esempio della moltitudine di paradossi che caratterizzano il Paese, un regime comunista governato come una monarchia ereditaria, talmente chiuso al resto del mondo da essere ribattezzato “il regno eremita”.

  Sebbene non siano disponibili, per ovvie ragioni, dichiarazioni ufficiali da parte della presidenza, è possibile immaginare che il “Grande Leader” non avrebbe gradito l’inatteso spettacolo pirotecnico fornito dal regime di Pyongyang in occasione dei festeggiamenti per il centenario della sua stessa nascita. Lo scorso 13 aprile, infatti, il lancio del missile Unha-3, che avrebbe dovuto celebrare le conquiste tecnologiche del Paese, si è concluso in un misero fallimento, con l’esplosione in aria del vettore dopo pochi secondi di volo.

  Un risultato indubbiamente imbarazzante per il nuovo leader supremo del Paese, il giovane Kim Jong-Un, per cui l’evento avrebbe dovuto rappresentare il coronamento del processo di successione al padre, Kim Jong-Il, alla guida del Paese, dopo la morte del “Caro Leader” avvenuta lo scorso dicembre. Un fallimento costoso non solo per i circa 450 milioni di dollari spesi per il lancio, una cifra letteralmente astronomica per uno dei Paesi più poveri al mondo, ma anche per le sue conseguenze sul piano internazionale.

  Nonostante gli sforzi compiuti da Pyongyang per sottolineare le finalità pacifiche del lancio, il cui scopo dichiarato era la messa in orbita di un satellite per le telecomunicazioni, il gesto è stato interpretato dagli Stati Uniti e dai loro alleati nella regione (Corea del Sud e Giappone in primis) come un atto provocatorio, finalizzato alla dimostrazione delle capacità missilistiche nordcoreane. Secondo le autorità statunitensi, il vettore utilizzato sarebbe infatti una versione modificata del Taepo-Dong II, che la Corea del Nord starebbe sviluppando da anni come missile balistico a lungo raggio.  La reazione statunitense è stata immediata, con la ferma condanna espressa dal Segretario di Stato Hillary Clinton e l’annullamento di un programma di aiuti umanitari offerto a Pyongyang appena lo scorso febbraio, a seguito di un accordo bilaterale con cui il regime aveva accettato la fornitura di ingenti quantità di cibo in cambio di una moratoria sui test nucleari e missilistici. Nella giornata di lunedì anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha duramente criticato il gesto, intimando alla Corea del Nord di astenersi da ulteriori azioni di questo tipo e minacciando l’adozione di nuove sanzioni contro il Paese.

  I moniti provenienti dall’esterno non sembrano però aver scalfito la determinazione di Pyongyang: domenica scorsa, nella sua prima apparizione in pubblico dalla sua ascesa al potere, Kim Jong-Un ha celebrato la potenza militare del regime, affermando che “i giorni in cui le potenze straniere potevano minacciarci con le armi nucleari sono finiti per sempre”, e rendendo omaggio al padre per aver dotato il Paese di un proprio arsenale atomico. Il leader supremo ha inoltre dichiarato che la sua “prima, seconda e terza priorità” sarà l’ulteriore rafforzamento della macchina bellica nordcoreana, un apparato titanico che già assorbe circa il 25% del prodotto interno lordo del Paese.

  L’intenzione di Kim Jong-Un è indubbiamente quella di presentarsi al proprio popolo come il continuatore del processo di sviluppo della tecnologia bellica che ha caratterizzato il governo del padre. Le dimostrazioni di potenza militare costituiscono un elemento fondamentale della narrativa del regime nordcoreano, come è stato ribadito dall’imponente parata che ha fatto da sfondo al discorso del giovane leader. L’accento posto sulla tecnologia missilistica segna inoltre l’avvio della costruzione, anche per Kim Jong-Un, di un mito propagandistico simile a quello che ha ammantato i suoi predecessori, divenuti oggetto di un culto della personalità tale da far impallidire l’Unione Sovietica stalinista: così come il nonno è stato l’artefice della costruzione dello Stato nordcoreano, e come il padre viene celebrato per aver guidato il programma nucleare, Kim Jong-Un è destinato a diventare l’uomo che vincerà la sfida tecnologica, nonostante l’ostilità delle potenze straniere.

  Parimenti, il nuovo leader vuole proiettare anche verso l’esterno un’immagine di continuità. Dopo la fine della Guerra Fredda, con l’interruzione degli aiuti economici provenienti dall’Unione Sovietica, in pochi avrebbero scommesso sulla sopravvivenza del regime di Pyongyang, fortemente isolato rispetto al mondo esterno, con la Cina come unico alleato, e martoriato nel corso degli anni ’90 da una terribile carestia. La Corea del Nord ha tuttavia saputo sfruttare a proprio favore la sua stessa debolezza: il Paese ha infatti costruito la propria politica di sicurezza nel mondo post-bipolare presentando se stesso come un regime estremamente fragile sul fronte interno, ma talmente ossessionato dalla propria sopravvivenza da essere disposto a rispondere con qualunque mezzo a sua disposizione alla minima provocazione proveniente dall’esterno. I programmi di sviluppo nucleare e missilistico hanno dato corpo a questa rappresentazione, veicolando la minaccia di costi incalcolabili per chi avesse osato provocare Pyongyang; quando nel gennaio 2002, in occasione dell’annuale discorso sullo stato dell’Unione, l’allora presidente americano Bush annoverò il Paese tra i membri del cosiddetto “Asse del Male”, la Corea del Nord ebbe la certezza che il messaggio era stato recepito in Occidente: essere percepita come un regime irrazionale e disposto a reagire ad un minimo cenno di aggressione con un attacco nucleare, anche a costo di essere annichilito dalla successiva rappresaglia statunitense, è stato sicuramente funzionale alla sopravvivenza della Repubblica Democratica Popolare, inducendo in tutte le parti in causa una notevole prudenza nel gestire le proprie relazioni con Pyongyang.

Dalla fine degli anni ’90 al momento della sua morte Kim Jong-Il ha saputo costruire e mantenere un equilibrio sottile tra aperture diplomatiche ed atti di sfida alla comunità internazionale. Ai test nucleari e missilistici del 2006 e del 2009 si sono alternati momenti di dialogo nell’ambito dei six-party talks, il forum negoziale sulla questione nordcoreana a cui partecipano, oltre a Pyongyang, anche Stati Uniti, Russia, Cina, Giappone e Corea del Sud. Sembra plausibile che il nuovo leader voglia ora comunicare al mondo che l’avvicendamento al potere non ha cambiato i termini del confronto tra la Corea del Nord ed i suoi avversari; sul fronte della politica estera, poco importa che il test di venerdì scorso si sia concluso con un fallimento: Kim Jong-Un ha fatto proprio il messaggio del padre, mostrando al mondo che la successione non ha alterato il calcolo strategico fondamentale di Pyongyang.

  Questo non significa necessariamente che l’atteggiamento nordcoreano sia destinato a rimanere completamente immutato sotto la guida del nuovo leader. L’accordo tra Corea del Nord e Stati Uniti dello scorso febbraio era stato accolto a Washington come un segnale di cambiamento, seppur con l’estrema cautela che accompagna ormai ogni apertura negoziale da parte di Pyongyang; in questa prospettiva, il test missilistico di venerdì scorso potrebbe essere finalizzato ad evitare che una futura disponibilità del regime a fare concessioni venga interpretata dagli Stati Uniti come un segno di debolezza, e dunque di una maggiore libertà d’azione per Washington. Per potersi presentare al tavolo negoziale in una posizione di forza, Pyongyang ha bisogno di essere ancora percepita dai propri avversari come una minaccia impellente; una volta trasmesso questo messaggio, Kim Jong-Un sarebbe in grado di giocare al meglio le sue carte sul piano diplomatico in vista di una riapertura dei six-party talks, da cui la Corea del Nord si era ritirata unilateralmente nel 2009.

  Le possibilità di una futura ripresa del dialogo dipenderanno in gran parte da come il nuovo leader deciderà di rispondere alla brutta figura fatta sul piano interno. Una eccessiva fretta di recuperare terreno potrebbe infatti spingere Kim Jong-Un a porre in essere altre dimostrazioni di forza, come ad esempio un nuovo test nucleare. Un’eventualità ritenuta non improbabile da molti analisti, ma di certo inaccettabile per gli Stati Uniti, già impegnati a fronteggiare la minaccia di proliferazione di un altro membro dell'”Asse del Male”, l’Iran, sul cui programma nucleare i negoziati sono ripresi appena sabato scorso.

Sarà dunque necessario attendere ancora per poter comprendere quali siano le reali intenzioni del regime nordcoreano, e come Kim Jong-Un riuscirà a gestire il complesso equilibrio creato dal padre. La propaganda di regime aveva ribattezzato Kim Jong-Il il “Caro Leader”, una scelta quanto mai bizzarra per un dittatore feroce e sanguinario, che non ha esitato ad affamare il proprio popolo pur di sviluppare armi di distruzione di massa. Per il nuovo sovrano di Pyongyang è stato invece coniato l’appellativo di “Leader Intelligente”; nei prossimi mesi, spetterà a lui dimostrare che tale titolo non costituisce solo un altro dei mille paradossi della Corea del Nord.

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