Perché non vendere i beni pubblici?

By Redazione

aprile 17, 2012 politica

Punto e a capo? Non proprio, ma quasi. Ci eravamo illusi che la buriana fosse passata, ma in quest’ultima settimana i mercati ci hanno dato una brusca sveglia, mandando nuovamente forti segnali di sfiducia nei confronti del nostro debito sovrano.

Le abbiamo provate (quasi) tutte. Il precedente governo ha dapprima negato, poi minimizzato, e in definitiva ha fatto finta che la crisi del debito fosse passeggera. Il governo Monti, consapevole dei reali rischi di default, ha realizzato ingenti manovre di correzione dei conti pubblici attraverso due strade: l’aumento della pressione fiscale e la riforma delle pensioni.

Infine, è arrivata la vera tachipirina che ha fatto calare la febbre dello spread (la differenza che corre fra il rendimento dei nostri titoli e quello degli analoghi titoli tedeschi): ossia l’immissione massiccia di liquidità da parte della Banca Centrale Europea.

Ci eravamo illusi che la tachipirina della Bce congiuntamente alla “cura Monti” producessero effetti permanenti; ma né l’una né l’altra sono sostenibili nel medio-lungo termine. La prima produrrebbe troppa inflazione: la più ingiusta, per di più occulta, delle tasse; e stupisce che non se ne preoccupi chi dichiara di esser tanto attento all’equità. La seconda accentua la recessione, con il serio rischio di rendere quasi vani i sacrifici dei contribuenti italiani: con il PIL che retrocede anche a causa dell’alta pressione fiscale, diminuiscono le entrate dello Stato.

Per la verità, c’è un’altra parte della “cura Monti”: ma, per continuare nella metafora farmacologica, essa contiene i “principi attivi” delle liberalizzazioni e della riforma del mercato del lavoro in dosi omeopatiche. Appartiene cioè a una pratica medica nei confronti della quale chi scrive è molto scettico; ma, quel che più conta, ancora più scettici sono i mercati.

Tuttavia, le abbiamo provate quasi tutte, non tutte. Ci sono ancora due terapie da provare, e sono quelle che colpiscono il male alla radice.

La prima è una seria “spending review“, ossia l’analisi una per una delle spese pubbliche per capire dove si può tagliare e risparmiare; è un’analisi meticolosa e faticosa che prima o poi dovrà esser fatta; spiace aver sentito il Ministro Giarda, incaricato della cosa, averne sminuito le ambizioni. Certo, la cosa per funzionare richiede un difficile riordino degli stessi meccanismi organizzativi delle amministrazioni pubbliche. Ci vorrà più tempo di quello che ci consente il repentino innalzamento della febbre spread. Occorre quindi guadagnar tempo.

Non ci resta che varare, e in fretta, un ampio programma di privatizzazioni e di cessione di immobili pubblici (come suggerito anche nel suggestivo articolo di Franco Debenedetti). L’Istituto Bruno Leoni ha stimato che la sola parte immobiliare del patrimonio pubblico – non strettamente necessario per lo svolgimento delle funzioni essenziali – vale intorno ai 400 miliardi di euro, di cui circa 100 miliardi prontamente realizzabili. Se anche solo un quarto di questi 100 miliardi fosse realizzata nei prossimi mesi, potremmo raggiungere il pareggio di bilancio – almeno del bilancio di cassa – in clamoroso anticipo rispetto a quanto annunciato all’Europa e al monto intero. Questo sì che sarebbe in grado di far scendere la febbre. E ci darebbe il tempo sia per fare una seria spending review, sia per introdurre misure a favore della concorrenza in dosi meno omeopatiche.

E allora: cosa stiamo aspettando? Perché il governo neanche ne parla?

(Qdrmagazine)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *