Contro la corruzione lo stato dimagrisca

By Redazione

aprile 17, 2012 politica

È la repressione penale lo strumento più efficace per contrastare la corruzione dilagante nel nostro paese? È questa la soluzione che soddisfa il richiamo dell’Europa a un maggiore impegno nella lotta contro il fenomeno?Parrebbe di sì, stando ai commenti critici che hanno accolto la bozza di riforma sulla corruzione (e altro) predisposta dal ministro Paola Severino, giudicandola timida, quando non insufficiente.

Aumenti di pena ancora troppo contenuti, il mantenimento dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici per le condanne inferiori ai tre anni e, poi, naturalmente, la mancata soluzione del problema della prescrizione, ancora troppo breve.

Non c’è da stupirsi se la bozza Severino non accontenta chi individua nelle misure carcerogene la soluzione ai fenomeni che turbano la comunità e l’assetto sociale, che si tratti della corruzione o dell’inquinamento, dell’abusivismo edilizio o delle morti sulle strade. Perché il disegno di riforma, innanzitutto, non introduce ulteriori e nuove fattispecie di reato, a dispetto di quanto l’apparato mediatico vuole far credere presentando come novità assolute i reati di traffico di influenze illecite e di corruzione tra privati che, invece, altro non sono che la riformulazione degli esistenti reati di millantato credito (art.346 c.p.) e di infedeltà a seguito di dazione o promessa d’utilità (art.2635 c.c.).Per non dire del fantasma delle ripercussioni favorevoli sul processo Ruby che ha subito allarmato l’inossidabile e occhiuto fronte antiberlusconiano tanto da tacciare il progetto di riforma di favoritismi «ad personam». E, in ultimo, della mancata reintroduzione del reato di falso in bilancio, che si asserisce sia stato depenalizzato. E pazienza se buona parte di queste censure fa a pugni con l’esigenza di snellire il sistema penale, di rivederne integralmente il sistema sanzionatorio anche in ragione dell’inciviltà della situazione delle nostre carceri che costituisce da tempo un’impellenza di cui la classe politica, con la sola eccezione dei Radicali, si dimentica un attimo dopo averla denunciata con dovizia di retorica nelle aule parlamentari. E pazienza se di questa esigenza si fanno interpreti a parole gli stessi che in occasione di una riforma in materia penale chiedono sempre e soltanto più pena, più carcere e l’allungamento dei tempi disponibili dallo Stato per esercitare la repressione.

Si tratta, invece, di un disegno di razionalizzazione sistematica di parte della disciplina dei reati contro la pubblica amministrazione, di riscrittura delle fattispecie in termini rispettosi e finalmente comprensivi dei princìpi cardine del diritto penale moderno e liberale, come la determinatezza e tassatività delle condotte incriminate e l’offensività, cioè la necessità che il comportamento individuale determini un danno al bene che si ritiene oggetto di tutela.

In questo quadro si inseriscono la modifica del reato di millantato credito (traffico di influenze illecite) e quella delle infedeltà a danno delle società (che diventa «corruzione tra privati»), come pure la scissione tra la concussione vera e propria (quella in cui il pubblico ufficiale esercita una pressione estorsiva nei confronti del privato) e quella per induzione, in cui il privato cede alle lusinghe del soggetto pubblico, che diventa una diversa e autonoma ipotesi di reato, intitolata «indebita induzione a dare o promettere utilità». Privato che, giustamente, si propone (questa, davvero, una novità) sia punito, anche se in misura diversa, come il pubblico ufficiale che strizza l’occhio. Il che metterebbe un punto a quanto oggi si verifica frequentemente nelle indagini per corruzione in cui i privati corruttori si trasformano con facilità in vittime di concussione per induzione e guadagnano il beneficio dell’impunità (verso il dovere di sostenere l’accusa con la testimonianza, naturalmente).

Coerente allo stesso registro di principi risulta, poi, la mancata riforma del falso in bilancio, o, meglio, la sua mancata reintroduzione, stando a quelli che (ancora) dicono che è stato depenalizzato dal governo Berlusconi. E questo non solo e non tanto perché il reato di falso in bilancio non è stato affatto depenalizzato e, quindi, non può essere reintrodotto, come magari non tutti sanno ma molti di più fingono di non sapere. Ma, viene da pensare, anche perché la modifica delle due fattispecie delle false comunicazioni sociali (2621 e 2622 c.c.) introdotta nel 2002 con la riforma dell’allora sottosegretario Michele Vietti (oggi vicepresidente del Csm) è stata informata agli stessi criteri di tassatività e di offensività delle condotte che si ritrovano nel progetto di riforma del Ministro Severino.

Infine, gli aumenti di pena previsti per la corruzione propria e per quella in atti giudiziari sono sensibili ma ancora equilibrati. Determinano, quindi, un altrettanto sensibile ma equilibrato aumento dei termini di prescrizione. Non sufficiente, certo, per quanti, anche magistrati, invece di arrossire all’idea che in Italia si dia per scontato il fatto che in 8 o 12 anni non si riesce ad avviare e concludere un procedimento e che il paese sia all’indice della Corte Europea per l’irragionevole durata dei processi, rivendicano questo dato e chiedono a viva voce la riforma complessiva dell’istituto della prescrizione per avere tempi (ancora) più lunghi.

La bozza Severino non è una riforma draconiana. È una riforma ragionevole, intelligente, informata ai criteri che dovrebbero presiedere alla riforma integrale del codice penale. Una bozza che si spera non subisca nelle prossime ore stravolgimenti simili a quelli che tormentano la vita della riforma dell’articolo 18. È un’ipotesi di intervento nella lotta alla corruzione adeguata alla natura e agli obiettivi dell’intervento penale che non consistono nel risolvere i fenomeni di mala società ma nel perseguire i comportamenti e le responsabilità individuali.

La chiave di soluzione del fenomeno sostanziale va cercata in misure sostanziali, di riforma istituzionale, che tendano a far venir meno l’occasione della corruzione, prima di reprimerne gli esiti. La riduzione della presenza dello Stato nei gangli vitali dell’economia e degli scambi commerciali, per esempio. L’eliminazione delle interferenze e, di conseguenza, delle cointeressenze tra privato e pubblico, per esempio. L’idea, insomma, che non si ha meno corruzione con più galera. Si ha meno corruzione con meno Stato.

(Italia Oggi)

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