Imprese: una su due non ce la fa

By Redazione

aprile 16, 2012 politica

Quasi un’impresa su due chiude i battenti entro i primi cinque anni di vita. Lo rivela un’indagine della Cgia di Mestre. Se si potesse fare un paragone con il tasso di mortalità infantile, l’Italia contenderebbe un poco invidiabile primato con il Gabon.

Nel 2004, infatti, erano circa il 45% le imprese che non ce la facevano a sopravvivere al primo lustro. Oggi, in media, il 49,6% delle imprese italiane non riesce a festeggiare il quinto anno di attività. La palma negativa va alle imprese laziali, con il 54,6 % delle imprese che chiudono entro i 5 anni, seguita da Campania (53,4%), Sicilia (51,9%) e Calabria (50,4). La situazione peggiore nel nord Italia si registra in Liguria, con il 50,1% di chiusure anzitempo. Va meglio, ma solo per modo di dire, in Trentino-Alto Adige, dove chiudono nei primi 5 anni “soltanto” il 44,1% delle imprese di nuova creazione. Seguono, nella classifica delle “virtuose”, Il Molise (44,5%), le Marche e la Basilicata (entrambe a 45,7%), quest’ultima la migliore del sud Italia. Percentuali altissime, anche nelle situazioni migliori. Specie se si considera quale sia stato lo sviluppo in negativo del dato per regioni come il Friuli Venezia Giulia, dove la percentuale di aziende destinate alla chiusura è passata dal 41,4% del 2004 al 48,1 del 2009, con un peggioramento di quasi sette punti percentuali. 

Un trend pessimo, che ben fotografa il periodo di grande crisi che sta attraversando il sistema produttivo italiano. Un trend dai risvolti ancora più inquietanti se si considera che le nuove imprese sono soprattutto giovani imprese, ovvero fondate da imprenditori per lo più Under 40. Perdere le nuove imprese significa inferire un altro duro colpo al sistema delle piccole imprese in genere, sul quale si fondano gran parte della produttività nazionale nonché le maggiori speranze italiane di riprendersi dalla crisi. Come sottolinea l’Unione Europea, infatti,  il 58% dei nuovi posti di lavoro è creato dalle imprese con meno di 10 addetti. Inoltre, secondo i recenti dati forniti dall’Istat, il 60% dei giovani italiani neoassunti nel 2011 è stato inserito nel mondo del lavoro proprio grazie alle micro-imprese con meno di 15 addetti.

Ma perché il tasso di mortalità della giovane impresa italiana è così alto? «Tasse, burocrazia, ma  soprattutto la mancanza di liquidità – dichiara Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre –  sono i principali ostacoli che costringono molti neoimprenditori a gettare la spugna anzitempo».  A questo si aggiunge la mancanza endemica nel sistema-Italia di una vera e propria cultura d’impresa. Spiega Bortolussi: «Molte persone, soprattutto giovani, tentano la via dell’autoimpresa senza avere il know how necessario». A dirlo è anche Luca Iaia, responsabile nazionale dei giovani imprenditori Cna, la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa: «Oggi come oggi tiene banco soltanto l’Articolo 18, ma dovremmo cominciare a parlare del rilancio delle imprese giovani. Come? Attraverso la defiscalizzazione per le aziende di nuova creazione, la promozione della cultura d’impresa fra i giovani già nel periodo della formazione scolastica e universitaria, e il finanziamento alle attività di ricerca e agli spin off universitari».

 

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