Cina vs web

By Redazione

aprile 16, 2012 Esteri

Condannato da un tweet, salvato (per ora) da un tweet. E’ la surreale vicenda di Chu Chaoxin, il giornalista cinese che per primo annunciò, lo scorso novembre, il ritrovamento del cadavere della spia inglese Neil Heywood in un albergo di Chongqing. Chu, che raccontò i fatti senza peraltro alludere ai legami – allora ignoti – tra l’inglese e la famiglia dell’ex leader politico Bo Xilai, domenica scorsa ha ricevuto la sgradita visita a domicilio di alcuni agenti della polizia senza tesserino, che hanno cercato di prelevarlo e di portarlo in caserma adducendo la poco credibile scusa di un permesso di residenza scaduto.

Dopo lunghe e inconcludenti discussioni, Chu ha provato a salvarsi la pelle postando in rete quello che stava accadendo. E i molti commenti di solidarietà ricevuti hanno fatto abbastanza rumore da arrivare all’orecchio del grande fratello governativo:  gli agenti sono stati richiamati, si sono scusati e hanno girato i tacchi.  A Chu, tutto sommato, é andata bene. Ma quanto durerà?

Nelle ultime settimane, in Cina, tutto Internet e in particolare i social network (come appunto Sina Weibo e Tencent), sono stretti nella morsa di una censura senza precedenti.  Il regime di Pechino è impegnato nel tentativo davvero disperato di evitare le speculazioni e la diffusione di notizie riguardanti lo scandalo che ha travolto prima Bo Xilai – ex astro nascente della politica nazionale, di recente inquisito e deposto da tutti gli incarichi – e poi la sua consorte, Gu Kailai, accusata di essere coinvolta (ma un’indagine è tuttora in corso), proprio nell’omicidio Heywook.

Lo scorso giovedì l’intera rete è stata inaccessibile per due ore ed ancora oggi, digitando “Bo” o i nomi dei suoi familiari su internet e sui social network locali si riceve un avviso di “ricerca vietata”.

Una censura aggressiva che tuttavia non ha prodotto i risultati sperati:  nel fine settimana, il ministero dell’Informazione si è visto costretto ad adottare un’offensiva mediatica a più ampio spettro, facendo pubblicare sulle prima pagine di tutti i principali giornali cinesi (non solo il “Quotidiano del Popolo” che è voce del regime), un editoriale vagamente intimidatorio dal titolo “Seguire diligentemente la disciplina del partito e le leggi nazionali”. Nel testo si definisce controproducente per il Paese “diffondere voci false” sul caso Bo e si precisa che “senza la legge la Cina non può essere governata e senza la legge i cittadini non hanno diritti”.

Anche alle società che gestiscono i social network è stato chiesto di vigilare con maggiore attenzione sui contenuti messi in rete dagli utenti. Un eccesso? Il caso Bo Xilai, scoppiato il 14 marzo scorso con le dimissioni formali dell’ex sindaco di Chongqing (città da 32 milioni di abitanti, come il Belgio), ha aperto all’interno del partito comunista la più grande crisi politica mai vista dai tempi delle proteste in Piazza Tienanmen (era il 1989), nonché la prima dell’era internet.

L’epurazione di Bo, la sua esclusione da ogni incarico politico, ha mostrato al mondo le profonde lacerazioni esistenti all’interno del più grande partito comunista esistente. Su internet, dopo la caduta del leader di Chongqing, circolavano con insistenza persino voci di un imminente golpe. È molto più di quanto Pechino possa tollerare. E oggi il regime si confronta ancora una volta con l’assurda prassi di concedere la “libertà vigilata”: dare ai cittadini quel poco necessario ad evitare (almeno per un po’), scontento e proteste ma sempre accompagnato dall’assurda pretesa di tenere tutto sotto controllo, affinché non debordi in territori vietati. E allora puoi bloggare ma solo per dire quello che non disturba. In Cina l’ultima frontiera della libertà si chiama Weibo.

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