Artigiani in via di estinzione

By Redazione

aprile 15, 2012 politica

In principio furono i dinosauri. Quindi fu la volta dei grandi mammiferi dell’era glaciale. Una caccia spietata segnò la fine del povero dodo. Il panda ha rischiato grosso. Oggi tocca invece ai lavori manuali: sono loro la nuova specie destinata all’estinzione. Lo dice uno studio condotto dalla Cgia di Mestre: da qui ai prossimi 10 anni andranno persi almeno 385.000 posti di lavoro.

La lista dei mestieri sull’orlo della sparizione è lunga. Alcuni hanno rappresentato per anni vere e proprie eccellenze dell’artigianato italiano. Altri fanno (ancora per poco) parte del nostro quotidiano. Altri ancora sembrano appartenere ad un lontano passato. Il cambiamento delle abitudini e l’introduzione di nuove tecnologie li ha soppiantati, ma avrebbero tranquillamente potuto evolversi in qualcos’altro di nuovo se nel nostro paese esistesse una legislazione in grado di promuovere e tutelare davvero i lavori manuali. 

Ma chi sono quei lavoratori che il 14 aprile del 2022 non troveremo più? Gli allevatori di bestiame nel settore zootecnico, i braccianti agricoli e una sequela di mestieri artigiani come i pellettieri, i valigiai, i borsettieri, i falegnami, gli impagliatori, i muratori, i carpentieri, i lattonieri, i carrozzieri, i meccanici auto, i saldatori, gli armaioli, i riparatori di orologi e di protesi dentarie, e poi ancora i tipografi, gli stampatori offset, i rilegatori, i riparatori di radio e Tv, gli elettricisti, gli elettromeccanici, addetti alla tessitura e alla maglieria, ma anche i sarti, i materassai, i tappezzieri, i dipintori, gli stuccatori, i ponteggiatori, i parchettisti e i posatori di pavimenti. 

Nella lista dei morituri, però, non figurano solto quei lavori che già oggi ci si aspetterebbe di trovare esclusivamente in qualche sagra di paese, a raccontarci l’Italia che lavorava. Ci sono anche gli autisti, i collaboratori domestici, gli addetti alle pulizie, i venditori ambulanti, gli usceri e i letturisti di contatori.

Dietro questo pronostico di sventura per l’occupazione italiana ci sono l’analisi e il confronto di diversi fattori. A cominciare dal numero di occupati presenti oggi nelle principali professioni manuali, compresi sia nella fascia di età che va tra i 15 ed i 24 anni sia in quella tra i 55 ed i 64 anni. Al calcolo è stato messo in relazione il tasso di ricambio, in modo da riuscire a stilare una prima graduatoria per mestieri. Ecco così la stima, approssimata ma attendibile, del numero delle figure che, presumibilmente, verranno a mancare nei prossimi 10 anni per ciascuna attività. Un numero ottenuto sottraendo agli occupati tra gli over 55 quello degli under 24, in modo da prevedere quali settori non avranni un ricambio generazionale con il progressivo pensionamento degli addetti attuali.

Dalla Cgia mettono le mani avanti: «Non siamo in grado di prevedere se nei prossimi anni cambieranno i fabbisogni occupazionali del mercato del lavoro italiano», spiega il segretario Giuseppe Bortolussi. «Siamo comunque certi di tre cose. La prima – dice Bortolussi – è che fra 10 anni la maggior parte degli over 55 censiti lascerà il lavoro per raggiunti limiti di età. La seconda: visto il forte calo delle nascite avvenuto in questi ultimi decenni, nel prossimo futuro si ridurrà ancora di più il numero dei giovani che entreranno nel mercato del lavoro, accentuando così la mancanza di turn-over. La terza: se teniamo conto che i giovani ormai da tempo si avvicinano sempre meno alle professioni manuali, riteniamo che il risultato ottenuto in questa elaborazione sia molto attendibile».

Ecco come muore il lavoro in Italia. Colpa della crisi, certo. Ma anche di una grave tara culturale tutta italiana: oggi il lavoro manuale è considerato infatti come un mestiere “di serie B”, una mansione socialmente degradante. Le famiglie dunque spingono i giovani a rincorrere sempre e comunque il famigerato “pezzo di carta”, anche a costo di lasciarli pascolare per anni nelle Università o di inondare il mercato del lavoro di professionalità non richieste. Ci si sono messi persino i Giovani non più disposti a tutto della Cgil, sostenendo che i lavori manuali sarebbero addirittura mestieri degradanti che inficiano le prospettive di carriera. E così, pur di non fare il meccanico, il parrucchiere o l’idraulico, i giovani italiani preferiscono rimanere disoccupati. 

Nel 2011 sono stati 45.250 i posti di lavoro per i giovani che le imprese non sono riuscite ad occupare. Soprattutto per l’impreparazione di chi si è presentato al colloquio, ovvero il 52,4%. Ma in gran parte anche per lo scarso numero di candidati che hanno risposto alle inserzioni: il 47,6% del totale. Secondo Bortolussi, «facciamo i conti con l’enorme scollamento tra le reali esigenze del sistema produttivo e la mentalità delle famiglie italiane, che pretendono la laurea a tutti i costi». Non si tratta solo di crisi, dice Bortolussi, ma di un grave handicap culturale. «Altrimenti non si spiegherebbero i due milioni di immigrati che riescono brillantemente ad inserirsi nel mondo del lavoro svolgendo quelle mansioni che i giovani italiani invece snobbano. E – sottolinea Bortolussi, quasi in uno sfogo – grazie al cielo che ci sono gli immigrati».

Sembra incredibile che proprio nell’era in cui si anela il miraggio del posto fisso tanti giovani siano poi disposti a buttarlo al vento quando questo si presenta, e soltanto per ragioni di scarso “appeal”. Ma mentre attendiamo nel giro di un decennio l’estinzione di elettricisti, orologiai e sarti, già oggi si fatica a rinvenire i commessi, con quasi cinquemila posti di lavoro vacanti, ma anche camerieri (oltre 2.300 posti), parrucchieri ed estetiste (oltre 1.800), informatici e telematici (1.400), contabili (quasi 1.300), meccanici auto (quasi 1.250), baristi (poco meno di 1.000).

Professioni snobbate e sottovalutate, che richiedono però molto spesso una grossa preparazione e una notevole propensione alla manualità. Ed è così che i nasi arricciati finiscono per averla vinta sui portafogli vuoti.

(l’Opinione)

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