Usa: sfida sull’economia

By Redazione

aprile 14, 2012 Esteri

Gli Stati Uniti non sono ancora usciti dalla crisi. E non è ancora stato raggiunto alcun accordo sul budget del 2013. Il mese scorso la Camera (a maggioranza repubblicana) ha sonoramente battuto il piano proposto da Barack Obama, che prevedeva un aumento di tasse da 2000 miliardi di dollari. Il suo cavallo di battaglia è l’introduzione di una nuova tassa del 30% sui redditi superiori al milione di dollari all’anno. Sul fronte della spesa pubblica, il budget democratico prevede un suo aumento di 3800 miliardi nel 2013 e una previsione di un suo ulteriore incremento a 5800 miliardi nel prossimo decennio. Il piano di Obama, secondo i calcoli, avrebbe incrementato il deficit di 1000 miliardi all’anno in media, accumulando 11mila miliardi di debito pubblico nel corso dei prossimi 10 anni.
La risposta repubblicana al budget di Obama è il piano proposto, alla fine del mese scorso, da un giovane deputato alla Camera, Paul Ryan. Il suo budget, ribattezzato “La via della prosperità” prevede, al contrario, una riduzione graduale della spesa pubblica di 5200 miliardi di dollari in 10 anni. Cosa che permetterebbe di diminuire e semplificare il sistema fiscale. “La via della prosperità” è stata approvata a larga maggioranza dalla Camera alla fine del mese scorso, ma non ha alcuna speranza di passare al Senato, dove né i Democratici, né i Repubblicani hanno una maggioranza solida.

Si potrebbe dire, superficialmente, che i due partiti si stanno bocciando a vicenda i progetti sul futuro dell’America per motivi di “faziosità”. Siamo in piena campagna elettorale e non si vuol cedere nemmeno un millimetro all’avversario. Ma se si gratta la superficie di questo nuovo scontro, vediamo che la causa dell’impasse è filosofica ed economica. Negli Usa si stanno scontrando due opposte e inconciliabili concezioni dello Stato. Lo si vede chiaramente quando, nel dibattito, intervengono i “grossi calibri” del pensiero economico. Come Paul Krugman, keynesiano, premio Nobel per l’economia nel 2008 e vicino al presidente Obama: «Cosa possiamo dire del fenomeno Paul Ryan? – si chiedeva ironicamente nel suo editoriale del 10 aprile scorso – Sì, parlo proprio di “fenomeno” e non della persona Paul Ryan. Il presidente della Commissione sul Budget della Camera e autore delle ultime due proposte repubblicane del budget, non è particolarmente interessante. È una versione edulcorata dell’estremista di destra, un devoto di Ayn Rand che crede che la risposta a tutti i problemi sia quella di tagliare le tasse ai ricchi e negare aiuti ai poveri e alla classe media». Il riferimento ad Ayn Rand, per quanto riguarda Paul Ryan, è inopportuno, stando ai commentatori della National Review: la filosofa individualista russa, emigrata negli Usa per fuggire dai bolscevichi, era atea, anticlericale e sostenitrice dell’egoismo razionale, mentre Paul Ryan è cattolico praticante e sostenitore del principio di sussidiarietà, dunque di un welfare attuato da comunità volontarie e corpi intermedi e non dal governo federale. Ma queste sottili distinzioni sfuggono agli occhi del keynesiano arrabbiato Krugman: chiunque voglia tagliare la spesa pubblica e ridurre le tasse è un “randiano”. E in passato, Krugman, ha dichiarato più volte tutto il suo sdegno nei confronti della filosofa russa (ormai defunta dal 1982) che osò contraddire i dogmi del socialismo: «C’è un’età in cui un adolescente legge uno di questi due libri: o “La rivolta di Atlante” di Ayn Rand, o “Il signore degli anelli” di Tolkien. Uno di questi due libri lascia il ragazzo in una condizione di alienazione dalla realtà e lo induce a sostituire la fantasia alla vita reale. L’altro libro parla semplicemente di orchi e hobbit». Per Krugman, dunque, tutti i “randiani” (compreso Paul Ryan, secondo lui) vivono in un altro mondo. Il presidente Barack Obama è meno ironico e più aggressivo nei suoi commenti al budget di Ryan. Lo ha definito un «Cavallo di Troia» che spalancherà le porte al «darwinismo sociale», dunque alla lotta dei forti contro i deboli.

È però molto difficile trovare del «darwinismo sociale» nella proposta di budget del cattolico Ryan. Tant’è vero che gli individualisti veri, come il senatore repubblicano Rand Paul, hanno contestato “La via della prosperità”, considerandola troppo moderata. Il budget di Paul Ryan prevede tagli graduali alla spesa pubblica, soprattutto attraverso la riforma della sanità e della previdenza sociale. Sulla sanità, il giovane congressman conservatore propone l’introduzione di un “buono sanità” per permettere a chiunque di acquistare un’assicurazione privata e scegliere la miglior struttura ospedaliera. Il sistema attuale prevede sconti solo per i datori di lavoro che forniscono una copertura ai loro dipendenti. Col risultato che un dipendente licenziato resta scoperto. Nella riforma di Ryan, invece, il buono sanità e l’assicurazione sarebbero al portatore, dunque nessuno rimarrebbe scoperto. Gli stati (locali) interverrebbero autonomamente per aiutare i casi più difficili. Per i meno abbienti e i pensionati, i programmi Medicare e Medicaid verrebbero riformati, anche qui in senso personalista: un aiuto al paziente, che rimarrebbe libero di scegliersi la sua copertura sanitaria. E fin qui non si vedrebbe nulla di particolarmente “darwinista”, se non che questa riforma procede nella direzione opposta rispetto a quella di Obama. Che invece tende a far intervenire direttamente il governo federale nella gestione sanitaria, prima di tutto con l’imposizione dell’obbligo di assicurazione (la “copertura universale”) e la fissazione di tetti massimi sui prezzi. Obama ha sempre negato di voler soppiantare l’attuale sanità americana, prevalentemente privata, con un sistema sanitario nazionale di tipo europeo. Ma la sua violenta critica al progetto di Paul Ryan (che prevede interventi mirati del pubblico in un sistema privato) rivela che la sua intenzione è proprio questa: vuole una sanità statale. La critica dei progressisti potrebbe diventare ancor più virulenta nei confronti di un altro aspetto della “via della prosperità”, finora poco dibattuto: la riforma della previdenza sociale. Ryan ripropone la “riforma cilena” delle pensioni: ciascun lavoratore avrebbe piena libertà di scegliersi il proprio fondo pensione, in cui investire i propri risparmi. Una misura che minerebbe alla radice la struttura dello Stato assistenziale. Che invece Obama difende.

Forse, però, è un altro il motivo dell’ira funesta dei progressisti: il tentativo, espresso nel piano di Ryan, di raggiungere il pareggio di bilancio, almeno nel lungo periodo. Per Krugman questa è una bestemmia, perché, dal suo punto di vista di keynesiano radicale, lo Stato deve indebitarsi, proprio perché, a suo avviso, la crescita è stimolata principalmente dalla spesa pubblica. La crisi europea, però, dimostra proprio che uno Stato che spende e si indebita non stimola la crescita. Ma porta alla crisi della Grecia. Solo dopo decenni di spesa facile, la Germania e gli altri, riluttanti, 26 membri dell’Ue, stanno correndo ai ripari e adottando il principio del pareggio di bilancio, che sta per essere introdotto anche nella Costituzione italiana. Krugman si arrabbia anche con gli europei, tuona contro la Germania e predica più spesa pubblica per l’Europa. Ma a questo punto, chi è più lontano dalla realtà?

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